Libertà dal bisogno

Dobbiamo cambiare l’America da essere una cultura dei bisogni, ad essere una cultura dei desideri. Bisogna addestrare la gente a volere cose nuove, ancor prima che le cose vecchie siano consumate del tutto.  Dobbiamo formare  una nuova mentalità in America.  I desideri dell’uomo devono mettere in ombra le sue necessità”.

Prendo questa citazione dall’ultimo, illuminante saggio di Enzo Pennetta, “L’Ultimo Uomo  – Malthus, Darwin, Huxley e l’invenzione dell’antropologia capitalista” (Circolo Proudhon, 206 pagine, 16 euro).  Naturalista per formazione,  Pennetta  è diventato un notevole  storico del  pensiero scientifico; del suo cascame, ossia lo scientismo; e su questa via, ha esplorato i “cambi di paradigma” culturali  e le centrali che li   creano e diffondono nel mondo moderno: tipicamente il Darwinismo, voluto dalle centrali britanniche come  “genesi laica”, ossia un  mito funzionale al potere,  e “fons juris” che non dovesse nulla a un Dio, né a un obbligo   di adeguarsi qualche idea  del bene o del male.

La citazione di Paul Mazur mi ha risonato dentro in modo speciale perché io, per l’età, ho vissuto il “cambio di paradigma” di cui parla: nel primo  quindicennio della mia vita, e anche oltre (diciamo fino al 1960), nella  Milano industriale oggi scomparsa,  ho visto le ultime propaggini della ‘cultura dei bisogni’.

ombrellaio
Si riparavano ombrelli

Era la cultura che è facile deridere come quella delle  scarpe risuolate, dei cappotti rivoltati, dei pantaloncini che passavano dal fratello maggiore al minore, e non comprati ma  cuciti in casa.  Ma nella derisione va perduta la forza spirituale, la potenza educatrice che tale paradigma dava alla società.  Una  economia pensata per soddisfare i bisogni non poteva essere ipertrofica, non aveva la voce in capitolo totalizzante e  condizionante  che ha oggi. Ricordo benissimo  che le famiglie  – dove non erano ancora in uso gli acquisti a rate – non solo risparmiavano per anni  per le grandi spese importanti (mobili, i primi elettrodomestici, la Vespa)   ma insegnavano ai figli a dominare i desideri:   la  paghetta settimanale  non essendo affatto un diritto acquisito, noi giovanissimi sperimentavamo la ‘povertà’ :  una lieta povertà al sicuro dalla fame (ci pensavano i genitori)  ma in assenza di denaro,  salvo quelle monetine da dieci lire per acquisti di liquirizia.

L’ideale era aver  sempre meno bisogni

Ma c’è anche di più. Nella cultura dei bisogni, non solo non veniva incoraggiata l’espansione dei desideri; veniva additato come ideale la “riduzione dei  bisogni” stessi. Crescere, diventare adulto, significava aver imparato a ridurre i propri bisogni: il padre di famiglia per esempio, o la mamma, rinunciare a qualcosa loro  – del poco – per la famiglia e gli studi dei figli.   Si era conquistata “libertà”: la libertà dal bisogno veniva intesa così,  l’esatto contrario di quella di adesso.

http://www.maurizioblondet.it/elogio-postumo-della-civilta-del-bisogno-tornera/

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Goliardia

Anche chi è stato goliarda probabilmente non ne conosce tutti gli aspetti, per questo consigliamo di partire dalla voce  di Wikipedia, magari stampandola.

Da qui si vede che anche a Bondeno esisteva il “Marchesato della Torre Matildea”, di cui alleghiamo una testimonianza (assieme ad altre del periodo).

Poi c’è il capitolo, forse più conosciuto, dei “Canti goliardici”, per il quale vi rimandiamo all’introduzione di un Libro di Alfredo Castelli :

Infine, se volete ascoltare qualcosa, dal famoso coro patavino “Lenguazza”, registrato a Cento (FE):

https://archive.org/details/lenguazza

https://archive.org/details/lenguazza2

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Il fondamentalismo islamico

Intervista a Massimo Campanini, uno dei più noti arabisti italiani, docente di Pensiero islamico e Storia dei paesi islamici all’Università di Trento. Fonte: The Post Internazionale

Cominciamo dalle origini. Quando e come nasce il fondamentalismo islamico?

Dal punto di vista storico il fondamentalismo-radicalismo nasce come un’estremizzazione delle tendenze riformiste della nahda (in arabo rinascita) e dell’islah (riforma), cioè il rinascimento politico e intellettuale del mondo arabo-islamico tra Ottocento e Novecento. Le prime forme di fondamentalismo nacquero tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, dopo il crollo degli ideali laici e nazionalisti dell’epoca di Gamal Abdel Nasser, presidente dell’Egitto tra il 1956 e il 1970, eroe del socialismo e del nazionalismo arabo. Il riformismo nahda-islah aveva fatto fare molti passi in avanti al mondo musulmano e negli anni della decolonizzazione presidenti come Nasser si erano ispirati alle ideologie laiche europee. Ma quando l’applicazione di queste ultime nel mondo arabo è fallita, l’Islam ha rioccupato gli spazi ideologici e identitari.
Sunniti e sciiti si sono guardati reciprocamente in cagnesco per secoli, accusandosi gli uni gli altri di essere eretici. Altrettanto, però, per secoli sunniti e sciiti sono convissuti pacificamente all’ombra degli imperi sovranazionali: dagli ottomani ai mughal nel subcontinente indiano. I conflitti aperti sono stati sporadici e in certo senso marginali, come quando i Wahhabiti sunniti nel diciottesimo secolo hanno saccheggiato i santuari sciiti in Iraq. Ma, ripeto, in genere per secoli la convivenza è stata pacifica. L’attuale esplodere di genocidi reciproci è il frutto ulteriore di una strumentalizzazione politica della religione. Non si può dire quando le cose cambieranno: probabilmente solo quando l’assetto della regione si sarà ristabilizzato e la religione non sarà più brandita come pretesto per giustificare la predominanza sciita in Iraq o la predominanza sunnita dell’Isis in Siria. Con gli attentati compiuti dagli uomini del Califfato aumenta la distanza tra Isis e al-Qaeda, che invitava prima di tutto alla jihad contro gli americani e i governi locali loro alleati.
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Italia-Germania 4-3

Oggi le due squadre si incontrano per i quarti di finale degli europei di calcio, ma, per la mia generazione, una sola è stata la partita “storica”:

Data: 17 giugno 1970
Stadio: Stadio Azteca
Città: Città del Messico, Messico
Capienza: 102.444
ITALIA 4:3 GERMANIA OVEST dopo i tempi supplementari
[BONINSEGNA Roberto (ITA) 8′, SCHNELLINGER Karl-Heinz (GER) 90′, MULLER Gerd (GER) 94′, BURGNICH Tarcisio (ITA) 98′, RIVA Gigi (ITA) 104′, MULLER Gerd (GER) 110′, RIVERAGianni (ITA) 111′]

Una prova di resistenza e determinazione
Tutti coloro che hanno la fortuna di ricordare la semifinale della Coppa del Mondo FIFA Messico 1970 fra Italia e Germania Ovest, non hanno certo dimenticato una delle più epiche sfide di sempre, lo scontro fra l’opportunismo della Nazionale Azzurra di Gigi Riva e la voglia di vincere del Mannschaft del Kaiser Franz Beckenbauer. La partita metteva in campo anche una rivalità tra club, con il trio interista Facchetti, Mazzola e Burgnich contrapposti ai tre giocatori del Bayern Maier, Beckenbauer e Mùller. Era anche uno scontro tra due formazioni la cui caratteristica principale era l’equilibrio tra la forza della difesa e l’ispirazione dell’attacco.
Boninsegna apre le marcature
I due giganti europei si contendevano il posto in finale per giocare contro la vincente dell’incontro tutto sudamericano tra Brasile e Uruguay, che si svolgeva a Guadalajara nello stesso giorno. Gli italiani erano stati incoronati campioni d’Europa due anni prima, mentre i tedeschi erano arrivati secondi agli ultimi Mondiali in Inghilterra. All’inizio della partita, schiacciati dalla posta in gioco e dalla calura opprimente del nuovissimo Stadio Azteca di Città del Messico, entrambe le squadre rimasero corte, accontentandosi di prender confidenza con la partita senza troppi problemi. Anche gli spettatori erano insolitamente tranquilli e persino il pallone sembrava adeguarsi, tanto che Sepp Maier ne chiese ben presto la sostituzione.
Furono tuttavia gli italiani a trarre vantaggi da questo ritmo lento, sorprendendo la Germania Ovest guidata dal vecchio leone Uwe Seeler. All’ottavo minuto Roberto Boninsegna spezzò la difesa avversaria con un perfetto uno-due con Gigi Riva, prima di lasciar partire uno splendido tiro dai sedici metri che lasciò Sepp Maier immobile. Palla al centro.
I tedeschi risposero immediatamente: la minaccia più grave venne dalla stella nascente Franz Beckenbauer, prima con un passaggio che Gerd Mùller mancò di un soffio, poi con un’accelerazione di 40 metri interrotta da un dubbio intervento del capitano degli Azzurri Giacinto Facchetti.
Pressione tedesca
Anche se la nazionale tedesca dominò chiaramente il primo tempo, spesso gli italiani si dimostrarono a loro agio in difesa, respingendo gli assalti un po’ prevedibili di Seeler e Co. Alla tenera età di 34 anni, l’instancabile Seeler partecipava al suo quarto Mondiale: la minaccia più consistente per gli italiani fu proprio la testa dell’attaccante di Amburgo che riusciva a spuntarla su quasi tutti i calci di punizione.
Poco alla volta il suo compagno di reparto, il temibile “Bomber” Muller, iniziò a far sentire la propria presenza nel cuore della difesa italiana. Prima mancò di poco il controllo di un cross a rientrare dell’onnipresente Wolfgang Overath, permettendo ad Albertosi di far suo il pallone. Il suo tiro dai venti metri, appena due minuti più tardi (31′), obbligò il portiere della Fiorentina ad una parata impegnativa. Albertosi era stato scelto al posto di Dino Zoff dal tecnico Ferruccio Valcareggi, con grande delusione dei tifosi del friulano, e fu ben presto di nuovo chiamato in causa, questa volta mandando in calcio d’angolo un tiro ancora più bello di Jùrgen Grabowski.
Il secondo tempo mantenne lo stesso ritmo in crescendo. Seeler, avviato con un lancio intelligente dal “Kaiser”, perse un duello uno contro uno con Berlini (50′), mentre a Grabowski si oppose Albertosi al 60′. Poi i tedeschi non riuscirono a trarre vantaggio da un retropassaggio errato di Berlini. Muller soffiò il pallone a Berlini, Grabowski lo raccolse e lo servì ad Overath, ma il suo tiro rimbalzò, a portiere battuto, contro la traversa (66′).
Pareggio nel recupero
La Germania Ovest prese a buttarsi in avanti, ma proprio non riusciva a passare. Al 67′ Beckenbauer partì all’attacco e fu atterrato da Pierluigi Cera. Rigore netto! E invece no, Arturo Yamasaki decise che il fallo era stato commesso fuori area. Mentre i tedeschi furiosi si affollavano intorno all’arbitro, Beckenbauer rimase a terra, la spalla destra lussata; siccome la Mannschaft aveva già effettuato i suoi due cambi, il Kaiser dovette restare in campo. La tensione cresceva ad ogni secondo, Siegfried Held superò Albertosi con un pallonetto, ma vide Roberto Rosato salvare acrobaticamente sulla linea. Seeler e poi Muller sprecarono occasioni una dietro l’altra.
E il tempo passava. Ancora pochi minuti e gli Azzurri sarebbero usciti vincitori e a porta inviolata. Proprio come avevano dimostrato contro l’Inghilterra nei quarti di finale, Beckenbauer e compagni non riconoscevano però la parola “sconfitta”: nel recupero, dopo altre due occasioni sprecate davanti alla porta italiana, il cross da sinistra dell’instancabile Grabowski fu raccolto all’altezza del dischetto dal difensore Karl Hainz Schnellinger. Albertosi fu battuto e gli italiani rimasero di stucco.
Una lotta furibonda

Cominciò così il più bel supplementare di tutta la storia del calcio. Beckenbauer diede il via entrando in campo con il braccio al collo, cosa che non gli impedì di  lanciarsi verso la porta ogni volta che ne aveva l’occasione. Gli uomini di Helmut Schoen adesso mordevano il freno. Mùller intercettò un retropassaggio di Poletti e infilò in rete appena prima che Albertosi riuscisse ad afferrarlo. I 100.000 tifosi ammassati nello stadio Azteca andarono in delirio.
La gioia tedesca durò poco. Dopo appena nove minuti dall’inizio dei supplementari Gianni Rivera, il “Golden Boy” del Milan, con un calcio di punizione su fallo di Held offrì il pallone al difensore Tarcisio Burgnich, inopinatamente in avanti, il quale battè con facilità Maier dalla linea dei sei metri. I campioni europei si erano di nuovo riportati in parità. E appena prima di cambiare campo l’Italia passò in vantaggio, quando il cross da sinistra di Angelo Domenghini invitò Gigi Riva ad avanzare e segnare. Era il gol numero 22 di Gigi in appena 21 partite con la Nazionale.
Nemmeno nel secondo tempo supplementare i ribaltamenti di fronte ed i colpi di scena diminuirono. Il ritmo di gioco era forsennato ed entrambe le squadre sembravano in grado di segnare ogni volta che attaccavano. La Germania Ovest ben presto si riportò sul 3-3 quando un altro colpo di testa di Seeler fu raccolto dall’opportunista Mùller che lo deviò ancora in rete. Rivera, appostato sul palo più lontano, scosse la testa incredulo. Il grande Gerd aveva appena infilato il suo decimo sigillo mondiale, mentre era comprensibile come Beckenbauer, il volto contratto dal dolore, non riuscisse ad esultare eccessivamente.
Ventisei giocatori entrano nella storia
Gli italiani non erano destinati ad essere sconfitti da questo ennesimo ritorno tedesco. Quasi subito dopo la ripresa del gioco, Boninsegna lavorò un buon pallone sulla linea di fondo e lo passò all’indietro verso Rivera. Il Pallone d’oro 1969 mandò Maier da una parte e il pallone dall’altra, mettendo a segno il quinto gol di quei memorabili supplementari. Il regista del Milan, che era entrato solo dopo sessanta minuti, aveva dimostrato di poter veramente formare una buona coppia d’attacco con Riva, come i tifosi chiedevano dall’inizio del campionato.
La partita aveva raggiunto il suo climax. Dopo due faticosissime ore di gioco sotto il sole messicano, le due squadre esauste conclusero la gara quasi al rallentatore. Gli italiani, maestri nella melina, rimanevano a terra dopo ogni contrasto, spedivano la palla sugli spalti e contestavano tutte le decisioni dell’arbitro. Al fischio finale i giocatori si abbracciarono e caddero a terra esausti. Sembrava che non importasse più chi aveva vinto e chi aveva perso. La folla restò ammirata in silenzio, sentendo senza dubbio il privilegio di aver assistito ad uno spettacolo indimenticabile.

NOTA: Mi scuso anzitutto per la mancanza della fonte, ma ho desunto la cronaca da un ritaglio stampa dell’epoca; va detto anche che, dopo questa, non ho più visto nessun altra partita di calcio.

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Fiat 124 spider

L’articolo ripercorre il suo cammino dall’esordio nel 1966, all’epopea dei Rally negli anni 70, alla conquista del mercato americano sino alla evoluzione della Volumex e all’affermazione come elegante icona fra le auto d’epoca.

Il servizio è stato realizzato dai soci del Registro Nazionale Fiat 124 Sport Spider che ne hanno curato il testo, fornito le vetture per le riprese fotografiche e la documentazione dal proprio archivio.

La pronipote della vecchia e gloriosa 124 spider è stata battezzata con lo stesso nome in suo onore, come se ormai l’industria italiana dell’auto, incapace di andare oltre volesse ossessivamente commemorare i suoi tempi d’oro prima del decesso. E’ comunque una macchina, che fa immagine e che rappresenta un guizzo inaspettato. E’ gradevole , vivace se non potente, qualcosa che potrebbe fare breccia nel mercato di fascia medio alta americano ed europeo. E bravo Marchionne. Ma un momento … anzi un minuto di silenzio per commemorare l’industria italiana: la Fiat 124 Spider non è altro che la Miata ovvero la Mazda Mx5  nella versione terza serie del 2006 e viene integralmente costruita in Giappone sulle stesse linee di montaggio dell’originale ormai più evoluto.

Nell’insieme si tratta di puro bricolage privo di qualsiasi apprezzabile strategia che si limita a sfruttare pertugi e nicchie sfruttando tecnologie anziane più che mature al solo scopo di compiacere momentaneamente gli azionista, ma senza vera ricerca e prospettive. Si vede la mano del furbetto che non riesce ad uscire da questa dimensione. E’ spassosissimo vedere come le pubblicazioni specializzate facciano i tripli salti mortali per attribuire un qualche straordinario pregio o una qualche italianità al prodotto come comanda il padrone. La sostanza alla fine è che ai nuovi modelli non corrisponde un grammo di nuovo lavoro in Italia, dal momento che tutto, proprio tutto si fa altrove, compresi i bilanci. https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2016/06/22/marchionne-mette-il-turbo-alle-prese-in-giro/

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L’Europa delle patrie

Nascono di conseguenza due Europe: la CEE (Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo ed Italia), le cui basi sono gettate con il Trattato di Roma del 1957, e, a distanza di pochi anni l’Associazione europea di libero scambio (AELS), guidata dal Regno Unito ed estesa a Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera.Il blocco continentale è così guidato dalla Francia di Charles De Gaulle, deciso a sfruttare “l’Europa Unita” come moltiplicatore della forza di Parigi e contenere l’egemonia americana. Scrive Coudenhove-Kalergi:
“De Gaulle conosce una specie sola di patriottismo europeo in contrasto con i tentativi americani di egemonia. Capisce la necessità di un’alleanza atlantica. Ma respinge l’idea di un “sole centrale” americano intorno al quale le nazioni europee debbano ruotare come pianeti. La sua meta è la collaborazione tra gli Stati Uniti d’America e l’unione degli Stati europei, sulla base della parità di diritti. (…) La sua meta era anzitutto una lega di Stati sovrani, la cui politica coordini in tutti in campi gli interessi comuni: un’Europa delle patrie. Molti dei migliori europei vedevano in questo programma una regressione in confronto agli sforzi di integrazione europea di Robert Schuman, Paul Henri Spaak, Jean Monnet e Konrad Adenauer (…) Desiderano anzitutto la caduta di De Gaulle.
La loro propaganda tendeva ad accelerare questa caduta, come premessa per l’unione dell’Europa”

Il generale De Gaulle si trova così ad affrontare una doppia sfida: quella interna, degli “europeisti” francesi che lavorano per la sua caduta, “premessa per l’unione dell’Europa”, e quella esterna dall’establishment atlantico, deciso a vanificare i suoi tentativi di creare un blocco continentale, ostile agli angloamericani ed aperto alla collaborazione con la Russia, anche sovietica (“l’Europe de l’Atlantique à l’Oural”1). Come neutralizzare la
strategia di De Gaulle? Si tenta di reintrodurre dalla finestra il Regno Unito (i cui Dominions si riducono anno dopo anno), affinché ne arresti la deriva euroasiatica e ne garantisca il fermo ancoraggio atlantico: a due riprese (1963 e 1967) l’anziano De Gaulle blocca la domanda inglese di accedere alla Comunità Economica Europea, finché il suo successore, l’ex-direttore generale della banca Rothschild, Georges Pompidou, non dà il nulla osta all’operazione.
Il premier conservatore inglese Edward Heat può così firmare nel 1973 l’intesa per lo sbarco di Londra “sul Continente”.
Da allora sono quattro le priorità inglesi in Europa:
1. difesa: impedire la nascita di un’alleanza militare o di un  coordinamento tra le forze armate europee alternativo alla NATO e controllare le forze di sicurezza comunitarie esistenti (come l’agenzia Europol diretta dall’inglese Rob Wainwright);
2. esteri: salvaguardare il carattere atlantico della CEE/UE, cosicché la politica estera europea sia conforme agli interessi angloamericani, reprimendo di volta in volta le pulsioni dei singoli Stati ad agire difformemente (vedi le sanzioni all’Iran, alla Russia ed il comportamento dinnanzi alla destabilizzazione NATO del Mediterraneo passata alla storia come “Primavera Araba”);
3. servizi finanziari: difendere gli interessi della City sul Continente, assicurarsi che la CEE/UE non prenda alcun provvedimento che la svincoli dal giogo della finanza anglosassone (l’inglese Jonathan Hill è commissario europeo per i servizi finanziari), controllare gli  organismi finanziari comunitari (il governatore della BCE Mario Draghi è tra gli italianiad essere saliti nel 1992 sul panfilo inglese Britannia e prima di occupare l’attuale carica è stato vicepresidente a Londra di Goldman Sachs International2).

4. economia: impedire che la CEE/UE si trasformi in una riedizione del blocco continentale napoleonico, tagliando fuori dall’economia europea gli USA e le multinazionali statunitensi che hanno delocalizzato in giro per il mondo.
http://federicodezzani.altervista.org/brexit-tutto-finira-la-dove-tutto-e-cominciato/

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Ripartire da Mattei

Enrico Mattei se necessario oltrepassava anche lo stato, la burocrazia, i sindaci: se c’era petrolio o metano e non aveva i permessi, iniziava i lavori anche di notte, incurante di tutti. Non c’erano concessioni: ciò che era in territorio Italiano lo estraeva l’ENI per il popolo Italiano. “Esiste una condizione coloniale quando il gioco della domanda e dell’offerta per una materia prima vitale è alterato da una potenza egemonica: anche privata, di monopolio o di oligopolio? Nel settore del petrolio questa potenza egemonica oligopolistica è il cartello. Io lotto contro il cartello non solo perché è oligopolistico ma perché è maltusiano e maltusiano ai danni dei paesi produttori come ai danni dei paesi consumatori.” Così parlava Mattei, l’uomo che attuò un nuovo modo di collaborare coi paesi produttori: alla pari e pacifico, non dall’alto al basso con una mentalità colonizzatrice. Enrico Mattei sfidò le sette sorelle per l’indipendenza e lo sviluppo dell’Italia, e la fine che gli hanno fatto fare la conosciamo tutti. Non è il caso di dilungarsi ora nella narrazione della vita e delle imprese del dirigente dell’ENI, ma ciò che è di vitale importanza è comprendere che ora che la questione energetica è tornata al centro del dibattito, bisogna tornare a parlare di indipendenza energetica ed economica, di nazionalizzazione, di perseguimento degli interessi e del benessere della propria nazione. Bisogna tornare a parlare dell’ENI di Enrico Mattei, perché è da qui che bisogna ripartire.

Ma quali concessioni, viva l’ENI di Enrico Mattei

di Alessio Pizzichini – 18/04/2016

Fonte: L’intellettuale dissidente

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Oltre il cielo

Oltre il cielo (periodico)

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Oltre il cielo
Stato Italia Italia
Lingua italiano
Genere rivista di fantascienza, astronautica, astronomia e missilistica
Formato tabloid
Fondatore Cesare Falessi
Fondazione settembre 1957
Chiusura 1970
Sede Roma
Editore Edizioni Esse
Direttore Armando Silvestri
Cesare Falessi
Sito web www.oltreilcielo.it/

Oltre il cielo è stata una rivista italiana che pubblicava articoli di astronautica, astronomia e missilistica oltre a racconti di fantascienza, pubblicata dal 1957 al 1970 dalle Edizioni “esse” di Roma. Stampata in formato tabloid, era diretta da Armando Silvestri e aveva come direttore responsabile Cesare Falessi.

Indice

Storia

Oltre il cielo nasceva come proseguimento ideale di Cielo, rivista di aeronautica degli anni cinquanta che pubblicava anche racconti di aviazione.

Fu fondata nel settembre 1957 e nel 1970 cessò le pubblicazioni con il numero 154. Fu ideata dall’ing. Cesare Falessi, al quale si affianca nel primo anno alla guida della rivista Armando Silvestri, anch’egli ingegnere, già attivo nell’anteguerra, che nel 1938 aveva già ideato, ma senza successo concreto, il progetto per la prima rivista di fantascienza in Italia, la rivista quadrimestrale Avventure dello spazio.

Sulle pagine della rivista si concentrarono – in particolare nel biennio 1958-1959 – i racconti di quattro dei principali autori dell’epoca: Ivo Prandin (che si firmava “Max jr. Bohl” e “Ipran”), Renato Pestriniero (“Pi Erre”), Vincenzo Croce (“Vicro” e “Massimo Doncati”), Gianni Vicario (“G. Newman” e “A. G. Greene”); lo stesso Cesare Falessi scrive con sette pseudonimi diversi; a questi si aggiungerà dal 1960 Lino Aldani (“N. L. Janda”), autore di una fantascienza “nuova”, non più basata sulla space opera.[1] Secondo Gianfranco De Turris, “la fantascienza che scrivevano […] era abbastanza diversa da quella americana, allora l’unica nota e tradotta, insieme a quella francese, su Urania e Cosmo. Falessi e Silvestri, più il secondo del primo, chiedevano ai loro collaboratori che si divulgasse l’astronautica attraverso la fantascienza, un po’ come aveva fatto Hugo Gernsback negli anni Venti con le sue riviste negli USA.”[2]

In quasi quindici anni di vita la rivista pubblicò 475 racconti e 12 romanzi a puntate di oltre cento autori italiani – anche con i loro veri nomi – formando due generazioni di lettori, critici e scrittori.[3][4] Dal 1962 col n.101 la fantascienza venne divisa dalla divulgazione scientifica e le fu interamente dedicata la sezione centrale.[3]

Alla rivista collaborò anche Peter Kolosimo (al secolo Pier Domenico Colosimo), che teneva una rubrica fissa in cui esponeva le basi di quelle teorie di “archeologia spaziale” che avrebbe poi sviluppato nei suoi numerosi best seller tradotti e pubblicati in tutto il mondo, facendone uno degli scrittori italiani più conosciuti all’estero negli anni sessanta e settanta. Nelle pagine della stessa rivista si cercò inoltre di fondare, senza però avere successo, la prima associazione di autori di fantascienza in Italia (AAFS) nel 1959.[1][5]

Note

  1. ^ a b De Turris 1987-1988.
  2. ^ Gianfranco De Turris, Cesare Falessi vola oltre il cielo (Cesare Falessi e le origini della fantascienza italiana), in Area, nº 123, aprile 2007, pp. 79-81.
  3. ^ a b De Turris 1997.
  4. ^ Salvatore Ferlita, Silvestri il pioniere della fantascienza, su la Repubblica.it, 24 febbraio 2007. URL consultato il 5 maggio 2014.
  5. ^ L’omologa associazione statunitense, Science Fiction and Fantasy Writers of America, verrà fondata nel 1965.

Bibliografia

Fonti
Approfondimenti

Voci correlate

Collegamenti esterni

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Identità paesana

Tutti ormai avranno una copia dei “Quaderni di Bondeno” presentato il 10 maggio 2014 al Centro 2000 e avranno avuto modo di valutarla; qui riporto solo due notazioni che mi hanno subito colpito.

La prima a pag.56 dove si legge: “Negli anni della contestazione e delle agitazioni sindacali, Bondeno entra nello spazio nazionale della cronaca quando la Società Eridania Z.N.,subentrata alla Società Saccarifera Lombarda nella direzione del locale zuccherificio alla fine della campagna 1968 decide il ridimensionamento del personale e la chiusura dello stabilimento.

A difesa dei lavoratori e degli agricoltori si pose l’Amministrazione comunale che il 5 dicembre 1968, a firma del sindaco Enzo Borsari, ordinò la requisizione del complesso notificandolo alla società ed assumendo di fatto il controllo dell’intero impianto industriale, sottoposto al controllo della polizia municipale ed al personale della società stessa.

Dopo diverse settimane la società decise di recedere dai suoi propositi, la situazione si normalizzò e vide la completa ristrutturazione dello stabilimento, portato alla potenzialità di 200.000 q.li/giorno di prodotto lavorato”.

Questo episodio non può che far rilevare la differenza d’epoca con la nostra, che ha portato alla definitiva chiusura e demolizione dello stabilimento.

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Memoria selettiva o rimozione pilotata?

Quelli che, del ’68, ricordano solo il “Vietato vietare” dimenticano sempre che:

« Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo…… Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro istruzione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell’equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta ».

Robert Kennedy in quel discorso rimarcava che nel prodotto considerato c’era di tutto compresi i danni ambientali, beni e servizi contro la vita come le armi, l’alcool eccessivo …senza distinzioni di sorta nel rispetto della persona .

Kennedy pronunciò quel discorso il 18 marzo del1968 , solo quindici giorni prima dell’omicidio di Martin Luther King , leader dei diritti civili e dell’” I have a dream “ , e 70 giorni prima di essere ucciso lui stesso; con loro finiva una storia e ne cominciava un altra in cui l’” american dream “ avrebbe lasciato lo spazio solo alla ricerca di un‘avidità illimitata il cui fine spirituale coincideva esattamente con il” Pil “ condannato da quei portatori di giustizia . “ Bob Dylan cantava “I tempi stavano cambiando e solo il vento poteva portare una risposta “ ma anche la risposta sarebbe finita nel vento “ The answer , my friend , is blowing in the wind”.
http://www.lafinanzasulweb.it/2016/il-pil-il-conte-mascetti-e-la-supercazzola/

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Anticonformismo

“Nella primavera del 1970 Poli, con l’ausilio del regista Vito Molinari (con cui aveva lavorato alle operette televisive dei primi anni Sessanta) e complice Ida Omboni, negli studi di Torino registra Babau, un’indagine in quattro puntate sulle caratteristiche negative dell’italiano medio (mammismo, conformismo, arrivismo, intellettualismo) e summa del repertorio teatrale della sua attività precedente. Ma in autunno arriva da Roma il diktat di bloccare la messa in onda perché “giudicato inopportuno e spregiudicato”. Per sei lunghi anni il programma viene congelato per essere trasmesso nella Rai riformata nell’agosto 1976, perso nel palinsesto estivo. A monito del ritardo nella messa in onda, il titolo diventa Babau ’70 . Lo show è un insieme di memorabili performance d’autore: nella prima puntata, sul tema del mammismo, Poli recita la “modesta proposta” di Jonathan Swift di arrostire i bambini in esubero nella Londra della rivoluzione industriale, nonché la celebre interpretazione “en travesti” della madre de La Nemica di Dario Niccodemi, che Poli aveva rappresentato in teatro due anni prima. Nella terza, dedicata all’arrivismo, e definita successivamente dal critico della Stampa Ugo Buzzolan, in occasione della messa in onda, “un documento di quello che per anni non si è potuto fare o dire in televisione”, figurano, tra l’altro, un’intervista con la giornalista Camilla Cederna (in quei mesi da molti malvista per i suoi scritti indagatori sull’oscura morte dell’anarchico Pinelli, collegata ai fatti della strage di Piazza Fontana) che se la prende con ecologisti e armatori, Laura Betti che canta due canzoni anticonformiste del suo repertorio, Adriana Asti recita il personaggio della prostituta d’alto bordo da “Gli uomini preferiscono le bionde”, e un finale antimilitarista. Tutto allacciato da un diavolo-Poli, che pronuncia ora frasi blasfeme (“Io credo al buon Dio…per forza, se Dio non ci fosse, non ci sarei neanch’io”) ora moralistiche (“Sovente dietro il successo ci sono io”). Babau ’70, col tempo, è diventato uno dei capitoli più emblematici della storia della censura televisiva, che però non frenò assolutamente l’attività televisiva dell’attore, che iniziò, anzi, a fare incursioni come fine dicitore nei programmi culturali di Sapere. ”

Testo di Enrico Salvatori, dalla presentazione di “Babau 2000: omaggio a Paolo Poli”

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Distacco

Parliamo, giustamente preoccupati, di distacco tra società civile e società politica e riscontriamo una certa crisi dei partiti, una loro minore autorità, una meno spiccata attitudine a risolvere, su basi di comprensione, di consenso e di fiducia, i problemi della vita nazionale (…) Noi vogliamo corrispondere sì, capendo e facendo, all’inquieta richiesta della nostra società, ma ostruiamo poi contraddittoriamente i canali che potrebbero portarne nel partito, proprio nel partito, quella carica di vitalità e di attesa che è pure nel nostro paese. Sicché essa finisce per riversarsi altrove, mettendo in crisi la funzione dei partiti, i quali sovente fronteggiano dall’esterno, senza un’esperienza interiore vissuta del dramma sociale del nostro tempo, le situazioni che si presentano e spesso si esauriscono senza autorevole mediazione, nella società civile”.

(Aldo Moro, intervento al Consiglio Nazionale DC, 18 gennaio 1969)

in http://carlobertani.blogspot.com/2016/03/elezioni-agoniche.html

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Il primato della sociologia

Per capire il titolo, basti pensare che il brano è tratto da “Riflessione sulla decadenza dell’Occidente” del 1981 di Gian Paolo Prandstraller

Ci si può domandare, a questo punto, come sia potuto accadere che, dopo le aperture in senso liberale realizzate nel decennio ’60, dopo l’incremento della partecipazione politica e la messa in discussione dell’autoritarismo tecnocratico e militare attuata in quel periodo, l’Occidente sia ora di fronte a un tale cambiamento.
Una congrua risposta a questa domanda implicherebbe che fossero presi in considerazione i numerosi fattori, interni ed esterni, che hanno interferito sul cammino dell’Occidente nel recente periodo, togliendogli la baldanza libertaria da cui sembrava animato. Ma se ci si vuole limitare ad una eziologia riferibile alla stessa natura della fase politico-culturale che ha preceduto la svolta invclutiva, si deve osservare che i movimenti degli anni ’60 non hanno avuto né la chiarezza ideologica né la forza d’urto necessarie per intaccare le istituzioni portanti, quelle cioè che fondano l’assetto generale di una società. Benché essi abbiano compiuto un apprezzabile lavoro di destrutturazione, non sono stati in grado di estenderlo al di là di alcune istituzioni sostanzialmente marginali rispetto al nucleo centrale del potere. Hanno intaccato – a vantaggio dell’autodeterminazione individuale – la famiglia, la scuola, l’università, togliendo a queste entità parte dell’impronta repressiva che precedentemente avevano; hanno liberalizzato l’amore, legittimato il privato, garantito nuovi spazi alla circolazione delle idee; valorizzato la marginalità rispetto alla centralità, e messo in evidenza la negatività del potere sul piano etico. Ma questo insieme di risultati non è valso a modificare la struttura dell’impresa e l’assetto politico, i due assi portanti con cui ogni sviluppo civile deve fare i conti. Questi assi sono passati indenni nella bufera degli anni ’60 ed ora si può constatare che hanno rinforzato il proprio impianto autoritario con gravi conseguenze generali.
Minacciate ma non colpite direttamente, tali istituzioni sono riuscite ad attuare le loro vendette negli anni ’70. Certe forme che esse avevano assunto in Occidente ben prima della contestazione realizzavano implicite negazioni del pluralismo e ne riducevano grandemente l’attuabilità. La tecnocrazia, i monopoli e il sistema sempre più rigidamente strutturato dei partiti erano di per sé rilevanti smentite dei principi di questo e ostacoli gravissimi alla sua estrinsecazione concreta. Quelle istituzioni in realtà configuravano un modello antidemocratico nel bel mezzo della democrazia e nella sostanza sabotavano quest’ultima. La piega corporativa assunta in seguito su larga scala dalla società occidentale appare perfettamente in linea con tale sabotaggio occulto ma micidiale. Forza contro forza, compagine di potere contro compagine di potere, la società è andata sempre più accentuando – attraverso un’organizzazione puntigliosa dei suoi corpi interni – caratteri che nulla avevano di democratico, già evidenti peraltro nelle concentrazioni apparse prima che il fenomeno corporativo assumesse un’estensione generale.
Il fallimento degli scopi principali della contestazione -nonostante il successo ottenuto in campi secondari – è comprensibile se si considera, oltre alla debolezza delle forze sociali su cui essa si fondava, il tipo di elaborazione teorica che la sorreggeva. Il primo elemento è troppo evidente per aver bisogno di molti commenti: le forze implicate nei « movimenti » non solo erano numericamente esigue rispetto alla massa della popolazione, ma operavano in settori obiettivamente periferici, o resi tali dalla natura stessa della società industriale avanzata. Gli studenti, le donne e alcune altre componenti attive dei movimenti, in genere non agivano a contatto di-retto con i grandi processi produttivi e politici né, tanto meno, nei corrispondenti apparati. La loro protesta, di conseguenza, non poteva avere una specifica incidenza su tali processi. Anche quando – come in Francia – i movimenti giunsero a minacciare l’assetto politico, tale minaccia fu effimera e troppo debole per arrivare ai nuclei sostanziali del potere. Essa comunque non poté coinvolgere la « struttura » vera e propria.
Per quanto riguarda il secondo elemento, ora che si possono vedere le cose con sufficiente distacco, non è difficile constatare che la pars destruens della critica teorica è stata di gran lunga più elaborata della pars construens. Nessun progetto di mutamento applicabile alle istituzioni portanti fu invero delineato dal pensiero critico. I teorici indugiarono al livello dei grandi presupposti, mettendo in luce il carattere alienante e repressivo della società vigente: ma al di là della denuncia di tale repressività (presentata da Marcuse come un fatto pressoché irrimediabile) essi non seppero spingersi. La formazione più filosofica che sociologica, economica e politologica dei più importanti interpreti del pensiero critico, e inoltre la scarsa volontà di abbandonare una certa metodologia deduttiva che pretendeva di ricavare tutto da alcuni assiomi, hanno favorito l’inclinazione alla denuncia senza alternative pratiche e senza operatività concreta.
A ciò si aggiunga che – mettendo in risalto le potenzialità repressive della cultura occidentale – il pensiero critico ha
trascurato di sottolineare e di valorizzare quelle libertarie. L’atteggiamento di Adorno e Horkheimer nei riguardi dell’illuminismo è in proposito tipico. La oggettiva svalutazione di uno dei più grandi momenti culturali dell’Occidente da essi decretata in Dialektik der Aufklarung (1947) – benché presentata come tentativo di salvarne il vero spirito – ha costituito, per molti versi, un atto suicida, una professione di sfiducia nella ragione occidentale non accompagnata da al-cuna alternativa concreta. Non si può non convenire a questo proposito con Jacques Ellul, quando sottolinea che « coloro che sono stati i portatori o i ricercatori dei valori di una civiltà, coloro che vogliono il rinnovamento di una cultura, hanno troppo facilmente respinto, disprezzato il retaggio positivo del mondo occidentale. I nostri intellettuali, travolti da una sorta di delirio di autodistruzione, hanno perduto il senso dell’avventura occidentale, e degli atleti bardati di tutto punto: hanno creduto di potersene impadronire, mentre non facevano che assestargli il colpo di grazia »

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Ricordi di scuola

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Camp e Kitsch

Susan Sontag fu la prima ad esaminare la sensibilità camp nella cultura occidentale: nel 1964 pubblica Notes on Camp, saggio che diventerà il punto di partenza per le successive riflessioni sull’argomento. In realtà lo scritto della Sontag oggi non costituisce che un semplice riferimento: seppur necessario, è ormai distante dalle analisi più recenti. Innanzitutto Susan Sontag descrive la società e la realtà di quarant’anni fa: anni in cui il camp nasce e procede parallelo alla rivoluzione sessuale e con le legittimazioni degli omosessuali. Ella stessa mette in luce frequenti collegamenti tra la sensibilità camp e l’omosessualità:

(EN)« Homosexuals have pinned their integration into society on promoting the aesthetic sense. Camp is a solvent of morality. It neutralizes moral indignation, sponsors playfulness. » (IT)« Gli omosessuali hanno ritrovato la loro integrazione nella società nella promozione del loro senso estetico. Il camp può cancellare la moralità. Neutralizza l’indignazione morale, promuove ciò che è scherzoso. »
(Susan Sontag, Notes on “Camp”)

L’autrice rese accessibile il concetto di camp, caratterizzandolo di connotazioni omosessuali, che elogiava, e definendolo in un modo adatto al “consumo” pubblico. Susan Sontag diede il via ad una serie di riflessioni di altri autori che per tutto il decennio successivo ne evolsero i concetti. Lentamente i confini del discorso divennero più labili, e l’elemento “omosessualità” cominciò ad acquisire un ruolo differente. Un ruolo che rimase comunque importante, ma il concetto di camp si ampliò, abbandonando le referenze, i valori e le morali condivise riguardo all’omosessuale come tipo sociale. A partire dalla fine degli anni sessanta il termine camp fu adottato per indicare diversi atteggiamenti, una sensibilità da contestualizzare.

Definire una sensibilità

Susan Sontag specifica che si tratta di una “sensibilità”, non di una corrente artistica, letteraria o nemmeno soltanto una tendenza sociale, e sottolinea la difficoltà che rappresenta il tentativo di descrizione di una “sensibilità”. Nella premessa che introduce all’elenco delle note vere e proprie sull’argomento, la scrittrice statunitense specifica:

(EN)« It is not a natural mode of sensibility, if there be any such. Indeed the essence of camp is its love of the unnatural: of artifice and exaggeration. […] A sensibility is almost, but not quite, ineffable. Any sensiblity which can be crammed into the mold of a system, or handled with the rough tools of proof, is no longer a sensibility at all. It has hardened into an idea. » (IT)« Non è una sensibilità di tipo naturale, se di tali ne esistono. L’essenza del camp, infatti, consiste nell’amore per ciò che è innaturale: l’amore per l’artificiale e per l’esagerato […] Una sensibilità è quasi, ma non del tutto, indescrivibile. Ogni sensibilità che può essere racchiusa nella forma di un sistema, oppure maneggiata con i grezzi mezzi della prova, non è più una sensibilità. Si è concretizzata in un’idea. »
(Susan Sontag, Notes on “Camp”)

Prima di lei

Clement Greenberg nel 1939 scrive e pubblica un saggio intitolato Avant-garde and kitsch in cui definisce i movimenti di avanguardia e del modernismo come i migliori mezzi per resistere alla cultura del consumismo e quindi della produzione kitsch.

Esempio di portapenne kitsch

Greenberg sostiene che lo sviluppo delle avanguardie artistiche non sia avvenuto per motivi diversi da quelli di difesa degli standard estetici: motivazioni che rendono palese l’opposizione di tali tendenze artistiche rispetto a quel fenomeno culturale tipico dell’Occidente di quegli anni e che rispondeva alla definizione di: popolare, commerciale, illustrativo, basso, un fenomeno che l’autore definisce come kitsch.

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SVIMEZ

Agli inizi degli anni Sessanta, grazie soprattutto all’opera di ricerca e di divulgazione svolta dalla SVIMEZ [Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, costituitasi a Roma nel 1947, ndr], si diffuse, all’interno della classe politica, la consapevolezza dell’urgenza strategica di un intervento sulla politica scolastica. Il balzo in avanti registrato dall’economia italiana in quel periodo, l’espansione della base occupazionale del settore industriale, e le speranze stesse legate allo sviluppo, misero in luce una grave carenza di offerta di forza-lavoro intellettuale, tale da compromettere lo stesso sviluppo economico. Le previsioni SVIMEZ condizionarono fortemente il dibattito e l’azione politica negli anni del centro-sinistra.

Nonostante l’assenza di una vera e propria pianificazione di lungo periodo, gli interventi legislativi realizzati negli anni’ 60 determinarono un mutamento sostanziale nella struttura istituzionale e nella popolazione scolastica italiana. Due furono le principali modifiche introdotte nell’ordinamento scolastico: il riconoscimento del diritto e dell’obbligo all’istruzione fino ai 14 anni d’età (legge del 31 dicembre 1962 istitutiva della scuola media unica statale) e la liberalizzazione dell’università (legge dell’11 dicembre 1969 sui «Provvedimenti urgenti per l’università»). Furono entrambi interventi decisivi per favorire la scolarizzazione di massa in Italia.

 

fonte: Università degli Studi di Bergamo

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Il primo computer

Thursday, October 14, 1965: Programma 101

Desktop computer or programmable calculator? To this day it’s a point of contention about Olivetti’s Programma 101 (list price $3,200), introduced at the New York World’s Fair. The New York Times split the difference in its reporting the next day:
Two new entries have gone to the post in the race for the desk-calculator dollar. … The new Olivetti machine, the Programma 101, is closer in nature to a computer than the new Victor device. Like a computer it can automatically run programs calling for a series of arithmetic operations. It can also store or remember these programs internally as well as externally, and through these programs can make simple logical decisions. … The Olivetti device displays its calculations on a paper printout. Its numerous functions allow it to be used for both business and scientific purposes.

* “The incredible story of the first PC, from 1965” (www.pingdom.com): @

* Entry from http://www.silab.it: @
* Entry from The Old Calculator Web Museum: @

* “The invention of the personal computer: a fascinating story ever told” (website of Pier Giorgio Perotto, Olivetti engineer and architect of the Programma 101;
https://anni60storia.wordpress.com/2009/04/26/programma-101/
* Operating manual (ClassicCmp): @
* Advertisement (video from Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa): @
* 101 Project: @
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Olimpiadi 1968

La storia e’ molto bella e commovente, grazie per averla condivisa. C’è’ inoltre da riconoscere l’onesta’ intellettuale di Riccardo Gazzaniga che cita l’articolo di Gianni Mura, uscito il 28 giugno 2012 su Repubblica (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/06/28/sono-uguale-voi-quel-volto-bianco-accanto.html). Peccato che quest’ultimo non abbia fatto altrettanto in quanto suddetto articolo e’ palesemente scopiazzato da un pezzo uscito sul sito della CNN 4 mesi prima (http://www.cnn.com/2012/04/24/sport/olympics-norman-black-power/).

commento di marco all’articolo di Riccardo Gazzaniga su una delle foto più famose del decennio:

Leggi tutta la storia  in http://riccardogazzaniga.com/luomo-bianco-in-quella-foto/

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Il grande freddo

Inevitabilmente i protagonisti di quegli anni ci lasciano uno dopo l’altro e qui ne ricordiamo uno scomparso di recente perché la sua storia si intreccia con una singolarità della cronaca sportiva emiliana:

Il Bologna e il mondo del calcio perdono uno dei loro Campioni più storici e rappresentativi: all’età di 73 anni si è spento Harald Nielsen, uno fra i calciatori stranieri di maggior valore e prestigio della storia rossoblù. Centravanti micidiale, nativo di Frederikshavn, piccola cittadina all’estremo nord della Danimarca, vanta numeri a dir poco clamorosi nel rapporto fra presenze (182) e reti, 104 con la maglia del Bologna, divisa che ha vestito dal 1961 al 1967. Robusto e rapido attaccante, ha contribuito coi suoi gol a grappoli, segnati in tutte le maniere, da autentico opportunista in una meravigliosa coppia con Ezio Pascutti, alla conquista del titolo tricolore con Fulvio Bernardini allenatore, nel giugno 1964, divenendo una delle icone senza tempo del mondo rossoblù. In particolare, nella fortunata stagione 1963-64 si è laureato capocannoniere della Serie A con 21 centri, più il sigillo del raddoppio con l’Inter il 7 giugno nello spareggio conclusivo. Si tratta di un pezzo fra i più pregiati del Bfc che ora ci lascia.
Il Bologna partecipa commosso al dolore dei cari di Harald, Campione vero. Con lui se ne va un altro pezzo della nostra famiglia rossoblù, che dopo Giacomo (Bulgarelli), Carlo (Furlanis?) ed Helmut (Haller) piange anche il suo indimenticato Dondolo.

http://www.bolognafc.it/news.asp?id=13362#.Vc29U7VlZ4I

Bologna 1963/1964

Nel 1964 il Bologna, allenato da Fulvio Bernardini, tornò a vincere lo Scudetto a distanza di 23 anni dall’ultima affermazione. Appaiata in vetta al Milan al termine del girone di andata, la squadra emiliana raggiunse il primato in solitaria alla 20ª giornata. Nei primi giorni di marzo, la FIGC emise un comunicato in cui dichiarava che cinque giocatori erano risultati positivi ai controlli anti-doping effettuati il 2 febbraio (dopo Bologna-Torino)[2]: la società fu punita con la sconfitta a tavolino e la detrazione di un punto, per una penalizzazione totale di tre punti. A maggio, in seguito all’effettuazione di ulteriori controlli, la sentenza venne però annullata.

Intanto, le vicende del campo avevano visto l’Inter di Helenio Herrera vincere lo scontro diretto in casa felsinea e raggiungere il primo posto. Al termine delle 34 giornate di campionato, Bologna e Inter risultarono entrambe prime a 54 punti: per la prima, ed unica, volta nella storia del Campionato il tricolore fu assegnato tramite uno spareggio. La Federazione designò come campo neutro l’Olimpico di Roma, fissando la gara per domenica 7 giugno.

Il Bologna vinse l’incontro per 2-0, sconfiggendo un’Inter che si era da poco laureata campione d’Europa e dedicando il titolo alla memoria di Renato Dall’Ara[3][4]. Il presidente era infatti scomparso quattro giorni prima, a causa di un infarto: al suo funerale non poterono essere presenti i giocatori poiché la Federazione decise di non rinviare lo spareggio.

https://it.wikipedia.org/wiki/Bologna_Football_Club_1963-1964

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Storia di un impiegato

Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.

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