Cinema ’63

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 21.15

    (Italia/1963) di Federico Fellini (138′)

    precede
    C.I.A.C. CALEIDOSCOPIO N° 1498 (5′)

    Cinefilia

Domenica 5 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.15

    (Italia-Francia/1963) di Luchino Visconti (185′)

Mercoledì 8 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.00

    (The Servant, GB/1963) di Joseph Losey (115′)

    Cinefilia
    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli
  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 22.15

    (A Child Is Waiting, USA/1963) di John Cassavetes (102′)

    Cinefilia
    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli

Giovedì 9 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 17.30

    (Italia/1963) di Mario Monicelli (128′)

    precedono
    FAZZOLETTI DI TERRA (Italia/1963) di Giuseppe Taffarel (12′)
    C.I.A.C. CALEIDOSCOPIO 1503 (7′)

Venerdì 10 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 18.00

    (A Child Is Waiting, USA/1963) di John Cassavetes (102′)

    precede
    FELICE NATALE (Italia/1963) di Cecilia Mangini (12′)

    Cinefilia
    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli
  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 22.15

    (Italia/1963) di Francesco Rosi (105′)

    precedono
    SAN LORENZO, UOMINI E CASE (Italia/1963) di Lino del Fra (10′)
    SETTIMANA INCOM 2335 (7′)

Sabato 11 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 16.00

    (Le Mépris, Francia-Italia/1963) di Jean-Luc Godard (84′)

    precede
    PAPARAZZI (Francia/1963) di Jacques Rozier (18′)

    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli
  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.15

    (Tystnaden, Svezia/1963) di Ingmar Bergman (95′)

    Cinefilia
    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli
  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 22.15

    (Lord of the Flies, GB/1963) di Peter Brook (92′)

    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli

Domenica 12 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.15

    (USA/1963) di Elia Kazan (174′)

    Cinefilia
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Mercoledì 15 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.00

    (Le Feu follet, Francia-Italia/1963) di Louis Malle (110′)

    Cinefilia
    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli

Giovedì 16 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.00

    (El verdugo, Spagna-Italia/1963) di Luis García Berlanga (89′)

    precede
    UOMINI SUL VAJONT (Italia/1959) di Luciano Ricci (14′)

    Cinefilia
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Venerdì 17 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 18.00

    (USA/1960) di Robert Drew (53′)

    segue
    FACES ON NOVEMBER (USA/1964) di Robert Drew (12′)

    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli

Sabato 18 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 18.00

    (Italia/1963-2008) di Pier Paolo Pasolini, a cura di Giuseppe Bertolucci (83′)

    precede
    IL CARRETTIERE (Borom Sarret, Senegal/1963) di Ousmane Sembène (22′)

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  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.00

    (From Russia With Love, GB/1963) di Terence Young (118′)

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Incubi e sogni di provincia

Giorgio Preti e le arti tra Modena e Reggio Emilia negli anni del miracolo economico

mostra a cura di Stefano Bulgarelli, Francesca Piccinini e Luciano Rivi
realizzata in collaborazione con la Galleria Civica di Modena e i Musei Civici di Reggio Emilia

3 dicembre 2016 / 25 aprile 2017
Museo Civico d’Arte. Palazzo dei Musei, Largo Porta Sant’Agostino 337, Modena
Inaugurazione  sabato 3 dicembre 2016 ore 17. A seguire brindisi
 preti

Nel 2015 è stato donato ai Musei Civici di Modena l’intero studio del promettente artista concittadino Giorgio Preti (1940-1961), posto nell’altana dell’abitazione di famiglia in via Sabbatini e ricco degli arredi originali, dipinti, disegni, cataloghi di mostre, libri e riviste. Grazie alla conservazione dell’assetto originario, rimasto inalterato dalla scomparsa tragica e prematura dell’artista nel 1961 all’età di soli 21 anni, lo studio e i materiali che lo costituiscono offrono la possibilità per rileggere gli anni Cinquanta-primi Sessanta e con essi i diversi fenomeni culturali e storici, indici di una stagione segnata da forti cambiamenti e dalla nascita di una nuova identità giovanile.

Grazie a oltre 150 tra dipinti, disegni, progetti e oggetti di design, il percorso espositivo diventa un viaggio tra gli “incubi” e i “sogni” della neonata società dei consumi, attraversata sia dalle speranze di successo economico-sociale, sia da più sottese ma ugualmente diffuse inquietudini esistenziali.

A restituire l’immagine dell’uomo di metà Novecento spetta principalmente alle arti visive appartenenti all’ultima stagione Informale, immediatamente prima dell’affermazione della Pop Art e delle neoavanguardie, fino al ritorno ad una “nuova figurazione”.

 

In mostra sono presenti anche tre disegni dei quarantacinque appartenenti alla Galleria civica di Modena, che aveva celebrato Giorgio Preti in una mostra inaugurata nella primavera del 2015 e dedicata alle nuove acquisizioni dell’istituzione modenese. Tratti dalla raccolta della Galleria civica saranno esposti anche alcuni bozzetti di Koki Fregni dal fondo a lui dedicato.

Ingresso gratuito

 

Orari  martedì › venerdì  ore  9.00 ›  12.00  sabato, domenica e festivi  ore 10.00  › 13.00 e 16.00  › 19.00 lunedì non festivo chiuso

Durante le festività natalizie si osserveranno i seguenti orari:

Giovedì 8 dicembre: 10-13 e 16-19

Sabato 24 e 31 dicembre: 10-13 e 16-19

Domenica 25 dicembre e 1 gennaio:16-19

Lunedì 26 dicembre e venerdì 6 gennaio: 10-13 e 16-19

 

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Mark Twain

Quando la televisione era educativa, c’erano gli “sceneggiati televisivi”, uno dei quali era: “Questa sera parla Mark Twain” di Daniele D’Anza con Paolo Stoppa, Rina Morelli, Sergio Tofano.
Genere Biografico produzione Italia, 1965
Riuscito pastiche di telebiografia e di racconti sceneggiati. Vediamo
gli ultimi anni della vita dello scrittore Mark Twain intramezzati con
scene delle sue novelle più famose. Grande show di Stoppa nei panni di
Twain, che cantava anche una strana sigla:

“Oh fattorino dal ciuffo nero, fora il biglietto al…
fora il biglietto al… al passeggero! Foralo bene, con diligenza, fin
dal momento del.. fin dal momento del… della partenza” etc.

Dal sito linkato apprendiamo il testo originale:

Conductor, when you receive a fare,
Punch in the presence of the passenjare!
A blue trip slip for an eight-cent fare,
A buff trip slip for a six-cent fare,
A pink trip slip for a three-cent fare,
Punch in the presence of the passenjare!

CHORUS

Punch, brothers! punch with care!
Punch in the presence of the passenjare!

Il racconto è
PUNCH, BROTHERS, PUNCH

Ma non basta! Ecco la versione di Guidone del 1965

Bisogna dire che Internet è un bello strumento anche per ricordare :-)

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Black Panther

The Black Panther Party was created October 15, 1966, in Oakland, California, by Merritt Junior College students Huey P. Newton (right in undated photo above) and Bobby Seale. The BPP offered a revolutionary alternative to traditional civil rights tactics, strategies, and goals, inspired by the revolutionary nationalist theory of Malcolm X, the BPP spiritual and intellectual father. Newton and Seal intended to extend his legacy to its next logical step — revolution.
     — From “Encyclopedia of African American History” (2010): @

Saturday, October 15
* Platform text (The Sixties Project, University of Virginia): @

     — Note: The book “Black Against Empire: The History and Politics of the Black Panther Party” (Joshua Bloom and Waldo E. Martin Jr., 2013) calls into question this date: @
Saturday, October 29
     BERKELEY, Calif. (UPI) — “Black power” advocate Stokely Carmichael bitterly condemned America as a racist nation Saturday before a cheering throng of 12,000 on the University of California campus.
     He scorned the United States’ role in Viet Nam and urged the white students and young Negroes in the audience to say “hell no” to their draft boards.
Carmichael flew here to participate in the all-day campus “black power” meeting after defying his own draft board in New York to take him into the Army. The crowd in the outdoor Greek theater were mostly white students, but there were many Negroes, some from off-campus.

* Text/audio of Carmichael speech (American Rhetoric): @

* “Stokely Carmichael, ‘Black Power’ ” (Kalen M.A. Churcher, Niagra University, 2009): @

Resources
* Chronology and audio/video (UC Berkeley Library): @
* Summary from http://www.marxists.org: @
* Summary from Amistad Digital Resource: @
* “On the Ideology of the Black Panther Party” (Eldridge Cleaver): @
* “In Defense of ‘Black Power’ ” (David Danzig, Commentary magazine, September 1, 1966): @
* Negro Digest (October 1966): @
* Negro Digest (November 1966): @
* Negro Digest (December 1966): @

* Website of Bobby Seale: @
* Related publications (Michigan State University): @
* More resources (art-of-protest.net): @
* More resources (Freedom Archives): @
* More resources (SNCC Legacy Project): @

* Earlier post on Lowndes County Freedom Organization (December 1965): @ 


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Gamma film

Nella prima parte della sua vita, Paolo Piffarerio ha ordinato agli italiani, attraverso la televisione, che cosa mangiare (carne in scatola Montana, formaggino Prealpino, crackers Doria, biscotti Bucaneve, gelati e panettoni Motta, caramelle Sana Gola), che cosa bere (Coca-Cola, Fanta, Sangemini, Recoaro, Crodino, succhi di frutta Derby, caffè Hag, brandy Vecchia Romagna, aperitivo Rosso antico, amaro 18 Isolabella, Dom Bairo, Petrus Boonekamp e vino Ferrari (niente a che vedere con il famoso spumante trentino), come condire l’insalata (con l’olio Dante), come guarnire i piatti (con la maionese Vegè), come preparare il brodo (con i dadi Knorr, Lombardi e Krone, ché la carne, allora, si vedeva in tavola sì e no la domenica), che cosa usare dopo i pasti (dentifricio Binaca), come confezionarsi i vestiti (con le macchine per cucire Necchi e Singer), come fare il bucato (con il sapone Sole), come pulire i vetri (con il Vetril), come lucidare i pavimenti (con la cera Solex), quali tessuti scegliere (nylon e terital Rhodiatoce), che cosa indossare (abiti Lubiam, calze Malerba, biancheria Imec), che cosa leggere (il Corriere dei Piccoli, l’enciclopedia Conoscere dei Fratelli Fabbri, i romanzi economici serie Angelica della Garzanti), quale benzina mettere nel serbatoio delle prime Fiat 600 (Supercortemaggiore), come curare le lombalgie (con la Vegetallumina) e persino come uccidere le mosche (con il Neocid Geigy).

Adesso che ha superato i 90 anni, la legge del contrappasso ha trasformato Piffarerio nell’esatto opposto dell’ Homo consumens descritto dal sociologo Zygmunt Bauman, i cui bisogni non devono esaurirsi mai, pena la stagnazione economica. Vive modestamente in 80 metri quadrati in una traversa di via Padova, la zona più multietnica di Milano; non conosce lussi, a parte la colazione con cappuccino e brioche che ogni mattina si concede al bar ma più che altro come pretesto per uscire dall’appartamento rimasto troppo vuoto dopo la morte della moglie Anna Susca; consuma unicamente i pasti frugali che «una signora molto buona» va a preparargli la mattina e poi gli mette nel frigorifero per essere riscaldati sul fornello a mezzodì e alla sera; tiene sul ripiano della credenza soltanto una selva di medicinali e il pacco del cotone idrofilo che serve alla samaritana per disinfettarlo con l’alcol prima delle iniezioni quotidiane; si accontenta della lampadina da 60 watt che proietta il suo fievole cono di luce sul tavolo di cucina; indossa un golf sopra la maglia di lana invece degli eleganti doppiopetto che i Bianchi, padroni della Lubiam, gli facevano confezionare all’istante su misura in segno di gratitudine quando andava da loro a Mantova a mostrargli in anteprima i filmati pubblicitari aventi per testimonial Riccardo Paladini, il primo speaker del telegiornale della Rai diretto da Vittorio Veltroni (padre del Walter oggi in corsa per il Quirinale).

Soprattutto a Piffarerio non frega più una beata mazza della Tv: «Se guardo Porta a porta di Bruno Vespa? Chi è Bruno Vespa? Ballarò di Massimo Giannini? Chi è Massimo Giannini?». Non sta celiando. «Al massimo mi scappa di vedere qualche rara volta il Tg1. Per il resto seguo solo Rai 5. Lì trovo sempre qualche bel concerto di musica classica. Adesso stanno dando anche le commedie di Eduardo De Filippo». Eppure ci fu un tempo, dal 1953 sino alla fine degli anni Novanta, in cui il milanese Piffarerio contribuì a fare la storia della televisione insieme con i fratelli Gino e Roberto Gavioli, suoi compagni d’avventura nella Gamma film, nata in uno scantinato di via Dolomiti, a Milano, e in breve tempo divenuta talmente importante da suscitare l’interesse del produttore cinematografico Carlo Ponti, marito di Sophia Loren. La fortuna dell’eclettico trio cominciò alle ore 20.50 del 3 febbraio 1957, quando sull’unico canale della Rai in bianco e nero apparve per la prima volta la sigla di Carosello, e finì il giorno di Capodanno del 1977, quando andò in onda l’ultima puntata. Il leggendario siparietto frapposto tra il telegiornale della sera e l’inizio dei programmi comprendeva quattro storie pubblicitarie della lunghezza tassativa di 2 minuti e 15 secondi ciascuna e finiva con una voce femminile che elencava le aziende partecipanti, dando appuntamento alle serate successive.

Figlio di un artigiano argentiere e di una sarta, Piffarerio conobbe Gino Gavioli all’Accademia di Brera, dove entrambi si diplomarono. «Io poi m’iscrissi per un biennio al Politecnico, pensavo di diventare architetto». Invece fu catturato dal fumetto, che gli diede subito di che mangiare. Suo il personaggio di Capitan Falco, inventato durante il fascismo; sua la serie di album dedicati al popolare calciatore Giuseppe Meazza («ma ebbero più successo quelli ispirati agli sketch di Ridolini, al secolo Larry Semon: ne pubblicai 32»); sua la mano nei fumetti di Alan Ford dopo l’abbandono di Magnus (alias Roberto Raviola); suoi gli albi di Maschera Nera, El Gringo, Atomik, Milord; sue le storie di Joseph Fouché ambientate ai tempi della rivoluzione francese e ispirate agli sceneggiati tv I giacobini e I grandi camaleonti di Edmo Fenoglio; suoi I promessi sposi e Le avventure di Ulisse sul Giornalino delle Paoline; sue molte delle tavole nei 17 volumi della Storia d’Italia a fumetti scritta da Enzo Biagi. Piffarerio è stato il direttore tecnico di quasi tutti gli short prodotti dalla Gamma film, cortometraggi che fondevano cinema d’animazione, interpretazioni di celebri attori, rime baciate e slogan fantasiosi e che restano impressi nella memoria collettiva di almeno due generazioni d’italiani.

«Quaggiù nel Montana fra mandrie e cowboy / c’è sempre qualcuno di troppo fra noi».

«?Griiingooo! Sarà mezzogiorno, mezzogiorno di cuoco…?. L’idea ci venne sull’onda del successo della canzone Ringo, cantata da Adriano Celentano. Arruolammo Roberto Tobino, un disoccupato che bighellonava nei nostri studi in attesa di qualche particina. Il colpo di genio fu infilargli le scatolette di carne al posto delle pallottole nella cartucciera che portava sotto il poncho».

«Mi pingo, mi pungo, / mannaggia la rima con Gringo».

«Le rime erano la specialità di Alfredo Danti, giornalista Rai che andava in onda nel Gazzettino padano. Prestava anche la voce fuori campo».

Mi ricordo Tacabanda.

«Le figure di Andrea e della sua spalla Oracolo, i cantastorie dei caroselli Doria, furono suggerite a Gavioli dalla visione di uno strano tizio che ad Amburgo suonava per strada, da solo, una quantità inverosimile di strumenti musicali».

E Sorbolik.

«Dialogava con Gino Cervi nei caroselli della Vecchia Romagna. Ho perso il conto di quanti ne girammo per la Buton di Bologna, inclusi quelli in cui, sull’onda del successo dei film di don Camillo, tirammo dentro anche Fernandel».

Glielo dico io: ben 269 per l’«Etichetta nera, il brandy che crea un’atmosfera», 121 per il Rosso antico, 59 per il Petrus.

«I bambini fermavano Cervi per strada e gli chiedevano come mai non fosse accompagnato da Sorbolik».

Poi c’era il vigile siciliano Concilia. Alle prese con il troglodita veneto Foresto, che non conosceva il codice della strada: «Par mi tuto fa brodo». Un terrone più evoluto del polentone.

«?Non è vero che tutto fa brodo, è Lombardi il vero buon brodo?. Lo slogan per il dado ci fu suggerito dallo scrittore Marcello Marchesi, dopo che aveva litigato in una trattoria di Firenze con un cameriere che voleva rifilargli una brodaglia salatissima. Pochi sanno che le voci del ritornello erano di Alighiero Noschese e di Virgilio Savona del Quartetto Cetra. A un certo punto nelle città italiane i vigili non usarono più la formula ?concilia??, al momento di affibbiare una multa, per paura d’essere presi in giro dagli automobilisti».

Come s’era diviso i compiti con Gino Gavioli?

«L’idea del personaggio veniva a lui. Buttava giù uno schizzo di quello che aveva in testa e lo affidava a me. A quel punto io ideavo lo story board, cioè la trama e la sequenza di bozzetti che avrebbero formato quello che oggi viene chiamato spot. A quei tempi la legge vietava la presenza della pubblicità all’interno dei programmi. Per questo la Rai inventò Carosello. Che aveva regole draconiane: una scenetta di 1 minuto e 45 secondi, rigidamente distinta dal cosiddetto codino, i 30 secondi finali in cui venivano decantate le qualità del prodotto».

Servono migliaia di disegni per un cartone animato di 105 secondi.

«Potevo contare su una pattuglia di animatori. Il più bravo si chiamava Giovanni Ferrari. Ci fu portato via dalla Walt Disney ed emigrò negli Stati Uniti».

Ai pupazzi subentrarono gli attori.

«I secondi spesso interagivano con i primi. Carlo Campanini assunse le sembianze di Gustavino Buttalacqua nelle réclame del vino marchigiano Ferrari».

Quello dell’«Adalgisa che non sbaglia brisa». E invece si sbagliava, perché anni dopo, nel 1967, si scoprì che veniva fatto con zucchero, datteri, acetato di piombo e banane marce.

«Brutta storia, che addolorò molto Campanini, seguace di padre Pio. Eravamo rimasti tutti fermi al ritornello ?Bevevano i nostri padri, in quantità, / e noi che figli siamo, Ferrari beviamo, / il vino genuino, di classe e qualità?».

Che altri attori ricorda dei caroselli?

«Brigitte Bardot, la ?natura bionda? del Crodino nel 1972. Tre anni dopo, per lanciare la Fanta, ?l’aranciata d’arancia?, girammo alcune scene in spiaggia in cui comparivano la ballerina Oriella Dorella e la pornostar Ilona Staller».

E la Rai non ve le censurò?

«Non era ancora diventata famosa come Cicciolina. L’unico carosello che ci venne respinto fu uno con Caio Gregorio per la Rhodiatoce».

«Caio Gregorio er guardiano der pretorio»? Non posso crederci.

«Giuro. Nel racconto animato avevo inserito la frase ?2.000 anni prima di Cristo?. La concessionaria Sacis ce lo restituì dicendo che la parola ?Cristo? non si poteva pronunciare. Dovetti rifare la colonna sonora con ?4.000 anni fa?».

Perché morì Carosello ?

«Non morì: fu chiuso. Per spandere la pubblicità dappertutto, immagino».

Che cosa pensa dell’insulso Carosello Reloaded , in onda su Rai 1?

«Aver perso un po’ di diottrie aiuta. Mi pare un’idea superficiale. Nel nostro piccolo, noi abbiamo fatto un pezzetto di storia d’Italia. Non c’è più il Carosello che mandava a letto i bambini, adesso stanno in piedi fino a mezzanotte. Non c’è più niente. C’è solo l’invasione. Con il Wc net all’ora di pranzo».

Gli spot odierni non le piacciono.

«Sono tutti uguali. Si dimenticano in fretta. I nostri erano memorabili. Dopo mezzo secolo si ricordano ancora».

La pubblicità rimane l’anima del commercio?

«Fino a un certo punto. Non credo che oggidì uno spot visto il lunedì faccia vendere molte auto il martedì. O il sabato».

Lei è l’antitesi del consumatore.

«Con 1.200 euro di pensione, frutto della reversibilità della mia povera moglie che ne pigliava 1.800, non è che potrei cambiare l’auto. Comunque mi hanno tolto la patente per via della vista».

Non s’è arricchito con Carosello ?

«Per niente. Avevo un ottimo stipendio, questo sì. Ma l’ho dilapidato in viaggi con la mia Anita: Cina, Russia, Brasile, Stati Uniti, Messico, India. Se oggi mi resta qualcosina da parte, è solo perché fino a pochi anni fa ho disegnato storie a fumetti come un dannato. Carosello mi ha lasciato in eredità solo l’assegno mensile di 240 euro dell’ex Enpals».

Chi è il più abile venditore che ha conosciuto in vita sua?

«Mike Bongiorno».

Il padre putativo di Matteo Renzi.

«Non mi dispiace come premier. Però gli rivolgo l’esortazione del carosello Recoaro: cala cala cala, Trinchetto».

Lei per chi vota?

«Votavo socialista, come mio padre. Mi piaceva la Milano da bere di Bettino Craxi e Paolo Pillitteri. Certo più di quella odierna».

E non ha nostalgia della Milano di quand’era bambino?

«Faccio fatica ad averne. Ero sempre chiuso in casa con mia madre. Mi faceva dormire legato al materasso con le cinture di sicurezza. Una volta, avrò avuto 5 anni, il divano letto si chiuse di scatto e io rimasi intrappolato dentro fino al mattino. Quando i miei lo riaprirono, mio padre urlò: ?L’è mort!?. Invece continuavo a ronfare beato, pressato fra le doghe».

Comprava la roba che reclamizzava?

«La carne Montana me la regalavano».

Ma di suo l’avrebbe comprata?

«Non credo proprio».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

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La piramide rovesciata

piramide

Dopo le alluvioni e i terremoti un nuovo cataclisma sconvolge il nostro Paese : la rivolta dell’Università.

Gli scioperi le occupazioni le serrate le cariche della polizia, gli studenti sospesi imprigionati feriti, i professori disarcionati, i rettori confusi, i ministri smarriti, l’inettitudine e la violenza inaspettatamente rivelate, diffondono una cattiva coscienza che neppure le catene della solidarietà potrebbero esorcizzare.

Per un Paese a struttura autoritaria e benpensante come il nostro, la rivolta dell’Università è inconcepibile : come la rivolta delle accademie militari o della polizia o dei carcerati. Se l’Università è in rivolta tutta la struttura della nazione vacilla : c’è ragione di scandalo e anche di disperazione. Infatti l’Università, come le accademie militari, è considerata una fucina di operatori destinati a far funzionare il sistema. I professori e gli studenti, come la polizia e i carcerati, sono rispettivamente gli iniziatori e i catecumeni, i redentori e i redenti del sistema, nel nome della conservazione e della salvaguardia del sistema.

Se l’Università è in rivolta l’ordine sociale costituito smarrisce le garanzie del suo futuro. Per di piú, e questo è peggio, rischia la confusione del suoi fondamentali valori. La distinzione, precostituita dall’ordine costituito, tra bene e male, giusto e sbagliato, efficienza e spreco, utile e superfluo, eccetera, finisce col dissolvere la sua acquisita precisione in una sequenza inquietante e rischiosa di sfumature dialettiche.

In Italia, quando si dice Università, l’immagine retorica che viene subito alla mente è quella dell’Università medioevale : l’immagine di una comunità totale di docenti e studenti legata da un interesse comune e da una comune responsabilità di ricerca, inserita nell’equilibrio federativo dell’organizzazione dei liberi comuni come un suo elemento strutturale; una struttura della società, ancorata al reale del presente e proiettata verso l’utopia del futuro.

Ma l’immagine medioevale che generalmente si presta nel nostro Paese all’idea di Università è irrimediabilmente retorica. La nostra Università ha subito dopo il medioevo cosí radicali trasformazioni da perdere del tutto le sue connotazioni originali. L’Università italiana contemporanea conserva in realtà il calco che le è stato impresso dalla Compagnia di Gesú e dallo Stato Unitario; quella conformazione autoritaria e strumentalizzata che doveva essere confermata dagli eventi storici successivi e che è oggi la principale causa dei suoi ritardi e dei suoi guai.

Con la Compagnia di Gesú alla fine del Cinquecento entra nell’Università italiana, e nelle università dell’area della Controriforma, il principio dell’autorità, e col principio d’autorità il germe corrosivo della libera tensione che aveva caratterizzato le comunità degli studi del medioevo. La cultura viene messa al servizio di una ragione superiore incontestabile che impone l’erezione di un apparato disciplinare e gerarchico. L’idea di una ricerca indipendente e articolata secondo le esigenze di una sua propria razionalità, diviene sospetta nel contesto di un integralismo ideologico che pretende ortodossia e conformismo.

Quando, con ragione, si celebra la gloria delle nostre Università nel periodo della Controriforma, si dovrebbe sempre precisare che la gloria è da attribuire a quei pochi gruppi di studiosi che continuavano a contestare il sistema con un lavoro di ricerca universale in controcorrente alla tendenza ufficiale delle istituzioni di cui facevano parte. Ma alle eccezioni dei Galileo si opponeva la larga generalità dei Priuli e dei Messer Colombe, che era in concreto l’Università. La Vera Università era dunque la rigida istituzione che, controllata dagli integralisti e governata dagli aristotelici, passando attraverso una serie ininterrotta di involuzioni arrivò a quella condizione di ottusità e di clientelismo provinciale che i Commissari Regi ritrovarono, intorno al 1860, quando lo Stato Unitario cominciò a porsi i problemi della riunificazione e del rilancio dell’istruzione superiore. I modelli che il nuovo Stato italiano tenne in considerazione in quegli anni furono quello tedesco e quello francese; di tutti e due riuscí a cogliere il peggio, coerentemente con l’ottuso buonsenso che caratterizzava i suoi atti. Dal modello tedesco raccolse la vocazione al distacco dalle esigenze globali della società, in nome di una idealistica preservazione dell’armonia della conoscenza; trascurò invece il principio del confronto azzardato e indipendente che Guglielmo Humboldt aveva posto alla base del suo programma per la fondazione degli Istituti Superiori Scientifici di Berlino. Del modello francese trascurò i contenuti pragmatici per raccogliere invece le intenzioni autoritarie di una Università come Monopolio di Stato.

Le vere intenzioni dei vari ministri che hanno governato l’Istruzione Pubblica in Italia dal 1859 ad oggi, da Gabrio Casati in poi (fatta eccezione per De Sanctis e, in un senso diverso, per Gentile), assai piú che dai fiumi di parole che hanno pronunciato, sono rappresentate da queste secche dichiarazioni che Napoleone I rilasciò al Consiglio di Stato il 21 marzo del 1810: «Se le mie speranze si attuano voglio trovare nel Corpo universitario una garanzia contro le teorie perniciose che tendono a sovvertire l’ordine sociale costituito… Il Corpo universitario avrà il compito di dare per primo l’allarme e di essere pronto a resistere contro le pericolose teorie degli spiriti singolari… che cercano di agitare l’opinione pubblica». Queste vere intenzioni, bilanciate da una sequenza di calcolati richiami all’incontaminazione della cultura, hanno costituito l’intelaiatura ideologica su cui si è retta finora l’Università italiana. L’Università monopolio di Stato rappresentava lo strumento piú appropriato alla borghesia, come classe monopolizzatrice dello Stato. Ma col passaggio da un’economia interamente agricola ad una economia parzialmente industriale, col rafforzamento e la proliferazione della burocrazia statale, la borghesia venne presa da una nuova serie di esigenze che la costrinsero a raggiustare l’apparato della sua pubblica istruzione.

L’Università, strumento di controllo ideologico e di conservazione del potere, doveva ora assolvere anche l’urgente compito di fornire quadri per la gestione delle nuove strutture produttive e dello Stato. L’obiettivo iniziale si configurava a questo punto diverso : si trattava di fondere le nuove necessità contingenti con l’esigenza autoritaria di base. Per conseguirlo occorreva massimizzare la strumentalizzazione dei quadri prodotti; in altre parole, si trattava di orientare la preparazione dei quadri ad un fine puramente operativo e settoriale distruggendo ogni germe di libera ricerca e di critica dentro un sistema organizzativo che automaticamente producesse le motivazioni del suo agnosticismo. Stabiliti gli obiettivi e la strategia per raggiungerli, l’operazione venne messa a punto dal fascismo che utilizzò a questo scopo, simultaneamente, la sapienza e l’ignoranza la finezza e l’ottusità della classe di cui era al servizio.

La Riforma che passa sotto il nome di Giovanni Gentile ha due tempi, che rappresentano in modo preciso la radicata consuetudine della borghesia italiana di strillare il suo amore per la virtú nell’esatto momento in cui si prostituisce. Il primo tempo corrisponde alla delineazione di un quadro idealistico in cui si ripropone in termini «fichtiani» l’idea di una cultura che si distacca dalle orribili contingenze della realtà per non contaminarsi con la volgarità e la sopraffazione. Il secondo è quello della volgarità e della sopraffazione che invadono il quadro e impongono le loro regole, senza trovare nella cultura una resistenza che vada oltre un accorato (e compiaciuto) rammarico.

Nel 1923 Mussolini, approvando la Riforma Gentile con la consapevolezza dei radicali ritocchi che le avrebbe subito dopo inflitto per condizionarla meglio ai suoi fini, espresse il suo pensiero in modo del tutto esplicito. «Il governo fascista», egli disse, «ha bisogno della classe dirigente. Nell’esperienza di questi quattordici mesi di governo io ho veduto che la classe dirigente non c’è. Io non posso improvvisare i funzionari in tutta l’Amministrazione dello Stato : tutto ciò deve venirmi a grado a grado, dall’Università… I fascisti hanno l’obbligo di agire perché le Università diano la classe dirigente degnamente preparata ai suoi grandi e difficili doveri». Quali sono i provvedimenti che vennero adottati per risolvere questo programma? Quali le regole che vennero imposte all’Università dalla volgarità e dalla sopraffazione? Le stesse che ordinano la struttura attuale dell’Università italiana; le stesse oggi, dopo una guerra una resistenza un periodo ventennale di dibattiti parlamentari; le stesse che avremmo avuto domani se la nuova Riforma fosse passata alle Camere (se la rivolta degli studenti non fosse riuscita a ribaltare i termini del problema). Il pilastro di queste regole è il principio di autorità; ancora oggi come all’epoca della Compagnia di Gesù, ma con una sensibile differenza che, malgrado tutto, ha un valore. Questo principio, origine dei mali piú gravi che hanno afflitto e continuano ad affliggere il mondo, aveva nella concezione di Ignazio di Loyola una proiezione trascendente e universale, un irriducibile e secco, anche se crudele, rigore. Il principio di autorità su cui si regge la struttura dell’Università dei nostri giorni si proietta invece nel compromesso e nell’umido della corruzione, dove affoga ogni possibilità di contraddizione e quindi di riscatto. Dall’applicazione del principio di autorità deriva alla Università un’organizzazione per compartimenti stagni in necessaria e permanente opposizione tra loro.

La prima fondamentale paratia è tra i docenti e gli studenti. I docenti sono quelli che sanno e gli studenti sono quelli che non sanno. Ma che cosa sanno e non sanno le due parti opposte? Naturalmente sanno e non sanno il sapere; ma non solo questo. Gli studenti, oltre il sapere, non sanno le ragioni per cui dovrebbero sapere; e non sanno i modi in cui queste ragioni sono governate; non conoscono e non debbono conoscere la struttura e le forme di questi modi; non partecipano, non discutono, non decidono : sono passeggeri accidentali ed estranei in una istituzione che dovrebbe essere fatta per loro e che si giustifica solo per la loro presenza.

Un’altra serie di paratie divide ermeticamente i docenti. Ci sono gli assistenti volontari, gli assistenti ordinari, gli incaricati, i professori straordinari, i professori ordinari, i direttori di istituto, i presidi, i rettori. Qui le paratie sono orizzontali e la loro stratificazione dà luogo a una piramide i cui spigoli svaniscono in alto in una banda oscura. Per un osservatore esterno che giudichi della loro convergenza, il vertice dovrebbe essere vicino e concreto; ma in realtà il vertice non c’è. Al di là della banda che resta indecifrabile gli spigoli divergono, e con un nuovo andamento entrano nel viluppo della struttura dello Stato. Qui si attuano le convergenze e gli intrecci piú imprevedibili; qui l’Università trova i legami piú misteriosi e indissolubili col sistema.

[…]

L’autonomia della comunità universitaria sanciva da secoli il riconoscimento del suo diritto a contestare liberamente il sistema. L’appello al sistema perché con la violenza ristabilisca un ordine autoritario, da un lato costituisce l’esplicita dimostrazione di come l’equilibrio comunitario sia stato prevaricato; dall’altro rende manifesti i legami della parte prevaricante con le forze esterne del potere costituito. Questo potere ha bisogno di quadri, ma vuole ottenerli da una Università acquiescente alle sue ragioni. Del resto le risposte alle sue ragioni non passano necessariamente attraverso l’Università. Al contrario, se fosse possibile, la creazione di nuove istituzioni già in partenza strumentalizzate accorderebbe maggiori garanzie di quanto non faccia una Università controllata ma irrequieta, risonante, almeno in alcune sue parti, al richiamo della contestazione. Non è nuovo e neppure inverosimile il disegno di un’organizzazione dell’istruzione superiore articolata in un settore didattico per la preparazione dei quadri operativi affidata ai corsi di una Università declassata (e decentrata) e in un settore di ricerca affidato ai monopoli industriali e quindi dotato di tutti gli strumenti tecnici e i mezzi economici necessari. Gli osservatori forniti di maggior fantasia potrebbero domandarsi se non è questo il disegno che si proietta sullo sfondo del troppo breve cammino che lo Stato ha percorso in questi ultimi anni verso la soluzione dell’Università di massa. E potrebbero chiedersi anche, questi osservatori, se la definizione dei livelli, nell’accezione imprecisa e ambigua che ne dava la nuova proposta di legge, non preluda, forse confusamente, ma comunque di fatto, proprio alla realizzazione di quella immagine : se il Piano Gui, con morbidezza tutta morotea, non inclinasse verso le identiche intenzioni strumentalizzatrici del gollista Piano Fouchet

Da questo sospetto, del resto, è cominciata qualche anno fa la rivolta degli studenti che oggi angoscia tanto profondamene la nazione.

Le rivendicazioni iniziali sono state rivolte in principio agli aspetti quantitativi del problema. Inefficiente distribuzione territoriale dei centri universitari, inadeguatezza delle sedi, mancanza di posti aula e di lavoro, insufficienza delle attrezzature didattiche, inesistenza di alloggi per studenti, servizi culturali assistenziali sanitari sportivi, ecc. e soprattutto ritardi nell’emissione di borse e di fondi per il presalario, considerato mezzo fondamentale per l’attuazione concreta del diritto allo studio sancito dalla Costituzione : questi sono stati i principali argomenti del primo tempo del dibattito suscitato dagli studenti intorno al ’60.

È interessante notare come in questa fase le tesi degli studenti si trovassero a coincidere con le opinioni e i programmi dei partiti politici della sinistra ufficiale. Per entrambi, ragionevolmente, a soluzione dei problemi quantitativi spettava allo Stato; anzi si prospettava possibile solo dopo aver attuato una rigorosa concentrazione di tutti gli strumenti dell’istruzione nell’organizzazione statale, tagliando radicalmente ogni possibilità di iniziative esterne allo Stato. Ancora piú interessante è però constatare come la seconda fase, quella qualitativa che si è aperta negli ultimi mesi, sia andata oltre il semplicismo risolutivo di questa assunzione. I settori della sinistra politica continuano ad assicurare alle lotte universitarie una incondizionata adesione, ma molti gruppi di studenti, arrivati attraverso un affinamento progressivo delle loro tesi ad un maggior grado di articolazione, cominciano a chiedersi se le sinistre, anziché battersi per una statizzazione generalizzata, non avrebbero fatto meglio a promuovere alternative radicali alle strutture esistenti; se la loro azione, malgrado le innegabili riforme di dettaglio che ha portato, non abbia in definitiva contribuito a confermare e rafforzare il sistema.

La questione apre un problema scottante che investe, allo stesso tempo, la valutazione dei reali contenuti contestativi della sinistra ufficiale e il significato ultimo della rivolta dei giovani esplosa negli ultimi anni ovunque, non solo nelle Università e non solo in Italia. È il duplice problema dell’invecchiamento delle strutture politiche tradizionali e del sorgere di nuovi modi di azione politica, che si pongono al di fuori delle lotte di potere e compensano il rifiuto degli strumenti convenzionali con una tensione di protesta assoluta e irriducibile.

Non è possibile in questa occasione andare oltre un rapido accenno. Del resto il passaggio dalla fase quantitativa alla fase qualitativa, da un atteggiamento di razionalizzazione a un’azione di contestazione totale che rimetta in discussione proprio le ragioni che tengono insieme il sistema, può essere meglio illustrato dalla citazione di alcuni frammenti tratti dai documenti prodotti dagli studenti torinesi durante l’ultima occupazione di Palazzo Campana :

«… L’Università attuale non risponde alle esigenze poste dalla domanda di lavoro esistente nella società. Il nostro obiettivo tuttavia non è il semplice adeguamento alle esigenze della domanda di lavoro. Riteniamo che l’Università debba e possa fornire a chi la frequenta, al tempo stesso, … preparazione professionale adeguata e strumenti di critica…» «… Siamo vittime di un sistema dispotico che ci disabitua alla discussione e alla lotta politica e che ci impone la sua politica, cioè autoritarismo e subordinazione…» «… I professori non debbono essere i nostri padroni, ma debbono partecipare ai seminari e alle ricerche su di un piano di parità, mettendo la loro competenza al servizio dei gruppi di studio…» «… Lo studente, il futuro quadro dell’industria, della burocrazia statale, della scuola, non è piú in grado di impostare una discussione politica con i suoi compagni. Credeva di andare all’Università per imparare la storia, il diritto, la fisica, la medicina, e invece ha imparato soprattutto a comandare ed obbedire…».

Se si esaminano con serenità queste piane dichiarazioni non si può fare a meno di riconoscere che esse contengono molto piú immaginazione novità e lungimiranza di quanto non sia possibile rilevare nelle proposte e nelle minacce dei loro mancati maestri. Percorrendo la traiettoria di una lunga rivolta gli studenti sono arrivati, da soli, al fondo del problema. Propongono semplicemente una nuova «definizione» dell’Università italiana e al di là di questo una nuova «definizione» della società.

http://www.tecalibri.it

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Libertà dal bisogno

Dobbiamo cambiare l’America da essere una cultura dei bisogni, ad essere una cultura dei desideri. Bisogna addestrare la gente a volere cose nuove, ancor prima che le cose vecchie siano consumate del tutto.  Dobbiamo formare  una nuova mentalità in America.  I desideri dell’uomo devono mettere in ombra le sue necessità”.

Prendo questa citazione dall’ultimo, illuminante saggio di Enzo Pennetta, “L’Ultimo Uomo  – Malthus, Darwin, Huxley e l’invenzione dell’antropologia capitalista” (Circolo Proudhon, 206 pagine, 16 euro).  Naturalista per formazione,  Pennetta  è diventato un notevole  storico del  pensiero scientifico; del suo cascame, ossia lo scientismo; e su questa via, ha esplorato i “cambi di paradigma” culturali  e le centrali che li   creano e diffondono nel mondo moderno: tipicamente il Darwinismo, voluto dalle centrali britanniche come  “genesi laica”, ossia un  mito funzionale al potere,  e “fons juris” che non dovesse nulla a un Dio, né a un obbligo   di adeguarsi qualche idea  del bene o del male.

La citazione di Paul Mazur mi ha risonato dentro in modo speciale perché io, per l’età, ho vissuto il “cambio di paradigma” di cui parla: nel primo  quindicennio della mia vita, e anche oltre (diciamo fino al 1960), nella  Milano industriale oggi scomparsa,  ho visto le ultime propaggini della ‘cultura dei bisogni’.

ombrellaio
Si riparavano ombrelli

Era la cultura che è facile deridere come quella delle  scarpe risuolate, dei cappotti rivoltati, dei pantaloncini che passavano dal fratello maggiore al minore, e non comprati ma  cuciti in casa.  Ma nella derisione va perduta la forza spirituale, la potenza educatrice che tale paradigma dava alla società.  Una  economia pensata per soddisfare i bisogni non poteva essere ipertrofica, non aveva la voce in capitolo totalizzante e  condizionante  che ha oggi. Ricordo benissimo  che le famiglie  – dove non erano ancora in uso gli acquisti a rate – non solo risparmiavano per anni  per le grandi spese importanti (mobili, i primi elettrodomestici, la Vespa)   ma insegnavano ai figli a dominare i desideri:   la  paghetta settimanale  non essendo affatto un diritto acquisito, noi giovanissimi sperimentavamo la ‘povertà’ :  una lieta povertà al sicuro dalla fame (ci pensavano i genitori)  ma in assenza di denaro,  salvo quelle monetine da dieci lire per acquisti di liquirizia.

L’ideale era aver  sempre meno bisogni

Ma c’è anche di più. Nella cultura dei bisogni, non solo non veniva incoraggiata l’espansione dei desideri; veniva additato come ideale la “riduzione dei  bisogni” stessi. Crescere, diventare adulto, significava aver imparato a ridurre i propri bisogni: il padre di famiglia per esempio, o la mamma, rinunciare a qualcosa loro  – del poco – per la famiglia e gli studi dei figli.   Si era conquistata “libertà”: la libertà dal bisogno veniva intesa così,  l’esatto contrario di quella di adesso.

http://www.maurizioblondet.it/elogio-postumo-della-civilta-del-bisogno-tornera/

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Goliardia

Anche chi è stato goliarda probabilmente non ne conosce tutti gli aspetti, per questo consigliamo di partire dalla voce  di Wikipedia, magari stampandola.

Da qui si vede che anche a Bondeno esisteva il “Marchesato della Torre Matildea”, di cui alleghiamo una testimonianza (assieme ad altre del periodo).

Poi c’è il capitolo, forse più conosciuto, dei “Canti goliardici”, per il quale vi rimandiamo all’introduzione di un Libro di Alfredo Castelli :

Infine, se volete ascoltare qualcosa, dal famoso coro patavino “Lenguazza”, registrato a Cento (FE):

https://archive.org/details/lenguazza

https://archive.org/details/lenguazza2

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Il fondamentalismo islamico

Intervista a Massimo Campanini, uno dei più noti arabisti italiani, docente di Pensiero islamico e Storia dei paesi islamici all’Università di Trento. Fonte: The Post Internazionale

Cominciamo dalle origini. Quando e come nasce il fondamentalismo islamico?

Dal punto di vista storico il fondamentalismo-radicalismo nasce come un’estremizzazione delle tendenze riformiste della nahda (in arabo rinascita) e dell’islah (riforma), cioè il rinascimento politico e intellettuale del mondo arabo-islamico tra Ottocento e Novecento. Le prime forme di fondamentalismo nacquero tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, dopo il crollo degli ideali laici e nazionalisti dell’epoca di Gamal Abdel Nasser, presidente dell’Egitto tra il 1956 e il 1970, eroe del socialismo e del nazionalismo arabo. Il riformismo nahda-islah aveva fatto fare molti passi in avanti al mondo musulmano e negli anni della decolonizzazione presidenti come Nasser si erano ispirati alle ideologie laiche europee. Ma quando l’applicazione di queste ultime nel mondo arabo è fallita, l’Islam ha rioccupato gli spazi ideologici e identitari.
Sunniti e sciiti si sono guardati reciprocamente in cagnesco per secoli, accusandosi gli uni gli altri di essere eretici. Altrettanto, però, per secoli sunniti e sciiti sono convissuti pacificamente all’ombra degli imperi sovranazionali: dagli ottomani ai mughal nel subcontinente indiano. I conflitti aperti sono stati sporadici e in certo senso marginali, come quando i Wahhabiti sunniti nel diciottesimo secolo hanno saccheggiato i santuari sciiti in Iraq. Ma, ripeto, in genere per secoli la convivenza è stata pacifica. L’attuale esplodere di genocidi reciproci è il frutto ulteriore di una strumentalizzazione politica della religione. Non si può dire quando le cose cambieranno: probabilmente solo quando l’assetto della regione si sarà ristabilizzato e la religione non sarà più brandita come pretesto per giustificare la predominanza sciita in Iraq o la predominanza sunnita dell’Isis in Siria. Con gli attentati compiuti dagli uomini del Califfato aumenta la distanza tra Isis e al-Qaeda, che invitava prima di tutto alla jihad contro gli americani e i governi locali loro alleati.
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Italia-Germania 4-3

Oggi le due squadre si incontrano per i quarti di finale degli europei di calcio, ma, per la mia generazione, una sola è stata la partita “storica”:

Data: 17 giugno 1970
Stadio: Stadio Azteca
Città: Città del Messico, Messico
Capienza: 102.444
ITALIA 4:3 GERMANIA OVEST dopo i tempi supplementari
[BONINSEGNA Roberto (ITA) 8′, SCHNELLINGER Karl-Heinz (GER) 90′, MULLER Gerd (GER) 94′, BURGNICH Tarcisio (ITA) 98′, RIVA Gigi (ITA) 104′, MULLER Gerd (GER) 110′, RIVERAGianni (ITA) 111′]

Una prova di resistenza e determinazione
Tutti coloro che hanno la fortuna di ricordare la semifinale della Coppa del Mondo FIFA Messico 1970 fra Italia e Germania Ovest, non hanno certo dimenticato una delle più epiche sfide di sempre, lo scontro fra l’opportunismo della Nazionale Azzurra di Gigi Riva e la voglia di vincere del Mannschaft del Kaiser Franz Beckenbauer. La partita metteva in campo anche una rivalità tra club, con il trio interista Facchetti, Mazzola e Burgnich contrapposti ai tre giocatori del Bayern Maier, Beckenbauer e Mùller. Era anche uno scontro tra due formazioni la cui caratteristica principale era l’equilibrio tra la forza della difesa e l’ispirazione dell’attacco.
Boninsegna apre le marcature
I due giganti europei si contendevano il posto in finale per giocare contro la vincente dell’incontro tutto sudamericano tra Brasile e Uruguay, che si svolgeva a Guadalajara nello stesso giorno. Gli italiani erano stati incoronati campioni d’Europa due anni prima, mentre i tedeschi erano arrivati secondi agli ultimi Mondiali in Inghilterra. All’inizio della partita, schiacciati dalla posta in gioco e dalla calura opprimente del nuovissimo Stadio Azteca di Città del Messico, entrambe le squadre rimasero corte, accontentandosi di prender confidenza con la partita senza troppi problemi. Anche gli spettatori erano insolitamente tranquilli e persino il pallone sembrava adeguarsi, tanto che Sepp Maier ne chiese ben presto la sostituzione.
Furono tuttavia gli italiani a trarre vantaggi da questo ritmo lento, sorprendendo la Germania Ovest guidata dal vecchio leone Uwe Seeler. All’ottavo minuto Roberto Boninsegna spezzò la difesa avversaria con un perfetto uno-due con Gigi Riva, prima di lasciar partire uno splendido tiro dai sedici metri che lasciò Sepp Maier immobile. Palla al centro.
I tedeschi risposero immediatamente: la minaccia più grave venne dalla stella nascente Franz Beckenbauer, prima con un passaggio che Gerd Mùller mancò di un soffio, poi con un’accelerazione di 40 metri interrotta da un dubbio intervento del capitano degli Azzurri Giacinto Facchetti.
Pressione tedesca
Anche se la nazionale tedesca dominò chiaramente il primo tempo, spesso gli italiani si dimostrarono a loro agio in difesa, respingendo gli assalti un po’ prevedibili di Seeler e Co. Alla tenera età di 34 anni, l’instancabile Seeler partecipava al suo quarto Mondiale: la minaccia più consistente per gli italiani fu proprio la testa dell’attaccante di Amburgo che riusciva a spuntarla su quasi tutti i calci di punizione.
Poco alla volta il suo compagno di reparto, il temibile “Bomber” Muller, iniziò a far sentire la propria presenza nel cuore della difesa italiana. Prima mancò di poco il controllo di un cross a rientrare dell’onnipresente Wolfgang Overath, permettendo ad Albertosi di far suo il pallone. Il suo tiro dai venti metri, appena due minuti più tardi (31′), obbligò il portiere della Fiorentina ad una parata impegnativa. Albertosi era stato scelto al posto di Dino Zoff dal tecnico Ferruccio Valcareggi, con grande delusione dei tifosi del friulano, e fu ben presto di nuovo chiamato in causa, questa volta mandando in calcio d’angolo un tiro ancora più bello di Jùrgen Grabowski.
Il secondo tempo mantenne lo stesso ritmo in crescendo. Seeler, avviato con un lancio intelligente dal “Kaiser”, perse un duello uno contro uno con Berlini (50′), mentre a Grabowski si oppose Albertosi al 60′. Poi i tedeschi non riuscirono a trarre vantaggio da un retropassaggio errato di Berlini. Muller soffiò il pallone a Berlini, Grabowski lo raccolse e lo servì ad Overath, ma il suo tiro rimbalzò, a portiere battuto, contro la traversa (66′).
Pareggio nel recupero
La Germania Ovest prese a buttarsi in avanti, ma proprio non riusciva a passare. Al 67′ Beckenbauer partì all’attacco e fu atterrato da Pierluigi Cera. Rigore netto! E invece no, Arturo Yamasaki decise che il fallo era stato commesso fuori area. Mentre i tedeschi furiosi si affollavano intorno all’arbitro, Beckenbauer rimase a terra, la spalla destra lussata; siccome la Mannschaft aveva già effettuato i suoi due cambi, il Kaiser dovette restare in campo. La tensione cresceva ad ogni secondo, Siegfried Held superò Albertosi con un pallonetto, ma vide Roberto Rosato salvare acrobaticamente sulla linea. Seeler e poi Muller sprecarono occasioni una dietro l’altra.
E il tempo passava. Ancora pochi minuti e gli Azzurri sarebbero usciti vincitori e a porta inviolata. Proprio come avevano dimostrato contro l’Inghilterra nei quarti di finale, Beckenbauer e compagni non riconoscevano però la parola “sconfitta”: nel recupero, dopo altre due occasioni sprecate davanti alla porta italiana, il cross da sinistra dell’instancabile Grabowski fu raccolto all’altezza del dischetto dal difensore Karl Hainz Schnellinger. Albertosi fu battuto e gli italiani rimasero di stucco.
Una lotta furibonda

Cominciò così il più bel supplementare di tutta la storia del calcio. Beckenbauer diede il via entrando in campo con il braccio al collo, cosa che non gli impedì di  lanciarsi verso la porta ogni volta che ne aveva l’occasione. Gli uomini di Helmut Schoen adesso mordevano il freno. Mùller intercettò un retropassaggio di Poletti e infilò in rete appena prima che Albertosi riuscisse ad afferrarlo. I 100.000 tifosi ammassati nello stadio Azteca andarono in delirio.
La gioia tedesca durò poco. Dopo appena nove minuti dall’inizio dei supplementari Gianni Rivera, il “Golden Boy” del Milan, con un calcio di punizione su fallo di Held offrì il pallone al difensore Tarcisio Burgnich, inopinatamente in avanti, il quale battè con facilità Maier dalla linea dei sei metri. I campioni europei si erano di nuovo riportati in parità. E appena prima di cambiare campo l’Italia passò in vantaggio, quando il cross da sinistra di Angelo Domenghini invitò Gigi Riva ad avanzare e segnare. Era il gol numero 22 di Gigi in appena 21 partite con la Nazionale.
Nemmeno nel secondo tempo supplementare i ribaltamenti di fronte ed i colpi di scena diminuirono. Il ritmo di gioco era forsennato ed entrambe le squadre sembravano in grado di segnare ogni volta che attaccavano. La Germania Ovest ben presto si riportò sul 3-3 quando un altro colpo di testa di Seeler fu raccolto dall’opportunista Mùller che lo deviò ancora in rete. Rivera, appostato sul palo più lontano, scosse la testa incredulo. Il grande Gerd aveva appena infilato il suo decimo sigillo mondiale, mentre era comprensibile come Beckenbauer, il volto contratto dal dolore, non riuscisse ad esultare eccessivamente.
Ventisei giocatori entrano nella storia
Gli italiani non erano destinati ad essere sconfitti da questo ennesimo ritorno tedesco. Quasi subito dopo la ripresa del gioco, Boninsegna lavorò un buon pallone sulla linea di fondo e lo passò all’indietro verso Rivera. Il Pallone d’oro 1969 mandò Maier da una parte e il pallone dall’altra, mettendo a segno il quinto gol di quei memorabili supplementari. Il regista del Milan, che era entrato solo dopo sessanta minuti, aveva dimostrato di poter veramente formare una buona coppia d’attacco con Riva, come i tifosi chiedevano dall’inizio del campionato.
La partita aveva raggiunto il suo climax. Dopo due faticosissime ore di gioco sotto il sole messicano, le due squadre esauste conclusero la gara quasi al rallentatore. Gli italiani, maestri nella melina, rimanevano a terra dopo ogni contrasto, spedivano la palla sugli spalti e contestavano tutte le decisioni dell’arbitro. Al fischio finale i giocatori si abbracciarono e caddero a terra esausti. Sembrava che non importasse più chi aveva vinto e chi aveva perso. La folla restò ammirata in silenzio, sentendo senza dubbio il privilegio di aver assistito ad uno spettacolo indimenticabile.

NOTA: Mi scuso anzitutto per la mancanza della fonte, ma ho desunto la cronaca da un ritaglio stampa dell’epoca; va detto anche che, dopo questa, non ho più visto nessun altra partita di calcio.

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Fiat 124 spider

L’articolo ripercorre il suo cammino dall’esordio nel 1966, all’epopea dei Rally negli anni 70, alla conquista del mercato americano sino alla evoluzione della Volumex e all’affermazione come elegante icona fra le auto d’epoca.

Il servizio è stato realizzato dai soci del Registro Nazionale Fiat 124 Sport Spider che ne hanno curato il testo, fornito le vetture per le riprese fotografiche e la documentazione dal proprio archivio.

La pronipote della vecchia e gloriosa 124 spider è stata battezzata con lo stesso nome in suo onore, come se ormai l’industria italiana dell’auto, incapace di andare oltre volesse ossessivamente commemorare i suoi tempi d’oro prima del decesso. E’ comunque una macchina, che fa immagine e che rappresenta un guizzo inaspettato. E’ gradevole , vivace se non potente, qualcosa che potrebbe fare breccia nel mercato di fascia medio alta americano ed europeo. E bravo Marchionne. Ma un momento … anzi un minuto di silenzio per commemorare l’industria italiana: la Fiat 124 Spider non è altro che la Miata ovvero la Mazda Mx5  nella versione terza serie del 2006 e viene integralmente costruita in Giappone sulle stesse linee di montaggio dell’originale ormai più evoluto.

Nell’insieme si tratta di puro bricolage privo di qualsiasi apprezzabile strategia che si limita a sfruttare pertugi e nicchie sfruttando tecnologie anziane più che mature al solo scopo di compiacere momentaneamente gli azionista, ma senza vera ricerca e prospettive. Si vede la mano del furbetto che non riesce ad uscire da questa dimensione. E’ spassosissimo vedere come le pubblicazioni specializzate facciano i tripli salti mortali per attribuire un qualche straordinario pregio o una qualche italianità al prodotto come comanda il padrone. La sostanza alla fine è che ai nuovi modelli non corrisponde un grammo di nuovo lavoro in Italia, dal momento che tutto, proprio tutto si fa altrove, compresi i bilanci. https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2016/06/22/marchionne-mette-il-turbo-alle-prese-in-giro/

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L’Europa delle patrie

Nascono di conseguenza due Europe: la CEE (Francia, Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo ed Italia), le cui basi sono gettate con il Trattato di Roma del 1957, e, a distanza di pochi anni l’Associazione europea di libero scambio (AELS), guidata dal Regno Unito ed estesa a Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera.Il blocco continentale è così guidato dalla Francia di Charles De Gaulle, deciso a sfruttare “l’Europa Unita” come moltiplicatore della forza di Parigi e contenere l’egemonia americana. Scrive Coudenhove-Kalergi:
“De Gaulle conosce una specie sola di patriottismo europeo in contrasto con i tentativi americani di egemonia. Capisce la necessità di un’alleanza atlantica. Ma respinge l’idea di un “sole centrale” americano intorno al quale le nazioni europee debbano ruotare come pianeti. La sua meta è la collaborazione tra gli Stati Uniti d’America e l’unione degli Stati europei, sulla base della parità di diritti. (…) La sua meta era anzitutto una lega di Stati sovrani, la cui politica coordini in tutti in campi gli interessi comuni: un’Europa delle patrie. Molti dei migliori europei vedevano in questo programma una regressione in confronto agli sforzi di integrazione europea di Robert Schuman, Paul Henri Spaak, Jean Monnet e Konrad Adenauer (…) Desiderano anzitutto la caduta di De Gaulle.
La loro propaganda tendeva ad accelerare questa caduta, come premessa per l’unione dell’Europa”

Il generale De Gaulle si trova così ad affrontare una doppia sfida: quella interna, degli “europeisti” francesi che lavorano per la sua caduta, “premessa per l’unione dell’Europa”, e quella esterna dall’establishment atlantico, deciso a vanificare i suoi tentativi di creare un blocco continentale, ostile agli angloamericani ed aperto alla collaborazione con la Russia, anche sovietica (“l’Europe de l’Atlantique à l’Oural”1). Come neutralizzare la
strategia di De Gaulle? Si tenta di reintrodurre dalla finestra il Regno Unito (i cui Dominions si riducono anno dopo anno), affinché ne arresti la deriva euroasiatica e ne garantisca il fermo ancoraggio atlantico: a due riprese (1963 e 1967) l’anziano De Gaulle blocca la domanda inglese di accedere alla Comunità Economica Europea, finché il suo successore, l’ex-direttore generale della banca Rothschild, Georges Pompidou, non dà il nulla osta all’operazione.
Il premier conservatore inglese Edward Heat può così firmare nel 1973 l’intesa per lo sbarco di Londra “sul Continente”.
Da allora sono quattro le priorità inglesi in Europa:
1. difesa: impedire la nascita di un’alleanza militare o di un  coordinamento tra le forze armate europee alternativo alla NATO e controllare le forze di sicurezza comunitarie esistenti (come l’agenzia Europol diretta dall’inglese Rob Wainwright);
2. esteri: salvaguardare il carattere atlantico della CEE/UE, cosicché la politica estera europea sia conforme agli interessi angloamericani, reprimendo di volta in volta le pulsioni dei singoli Stati ad agire difformemente (vedi le sanzioni all’Iran, alla Russia ed il comportamento dinnanzi alla destabilizzazione NATO del Mediterraneo passata alla storia come “Primavera Araba”);
3. servizi finanziari: difendere gli interessi della City sul Continente, assicurarsi che la CEE/UE non prenda alcun provvedimento che la svincoli dal giogo della finanza anglosassone (l’inglese Jonathan Hill è commissario europeo per i servizi finanziari), controllare gli  organismi finanziari comunitari (il governatore della BCE Mario Draghi è tra gli italianiad essere saliti nel 1992 sul panfilo inglese Britannia e prima di occupare l’attuale carica è stato vicepresidente a Londra di Goldman Sachs International2).

4. economia: impedire che la CEE/UE si trasformi in una riedizione del blocco continentale napoleonico, tagliando fuori dall’economia europea gli USA e le multinazionali statunitensi che hanno delocalizzato in giro per il mondo.
http://federicodezzani.altervista.org/brexit-tutto-finira-la-dove-tutto-e-cominciato/

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Ripartire da Mattei

Enrico Mattei se necessario oltrepassava anche lo stato, la burocrazia, i sindaci: se c’era petrolio o metano e non aveva i permessi, iniziava i lavori anche di notte, incurante di tutti. Non c’erano concessioni: ciò che era in territorio Italiano lo estraeva l’ENI per il popolo Italiano. “Esiste una condizione coloniale quando il gioco della domanda e dell’offerta per una materia prima vitale è alterato da una potenza egemonica: anche privata, di monopolio o di oligopolio? Nel settore del petrolio questa potenza egemonica oligopolistica è il cartello. Io lotto contro il cartello non solo perché è oligopolistico ma perché è maltusiano e maltusiano ai danni dei paesi produttori come ai danni dei paesi consumatori.” Così parlava Mattei, l’uomo che attuò un nuovo modo di collaborare coi paesi produttori: alla pari e pacifico, non dall’alto al basso con una mentalità colonizzatrice. Enrico Mattei sfidò le sette sorelle per l’indipendenza e lo sviluppo dell’Italia, e la fine che gli hanno fatto fare la conosciamo tutti. Non è il caso di dilungarsi ora nella narrazione della vita e delle imprese del dirigente dell’ENI, ma ciò che è di vitale importanza è comprendere che ora che la questione energetica è tornata al centro del dibattito, bisogna tornare a parlare di indipendenza energetica ed economica, di nazionalizzazione, di perseguimento degli interessi e del benessere della propria nazione. Bisogna tornare a parlare dell’ENI di Enrico Mattei, perché è da qui che bisogna ripartire.

Ma quali concessioni, viva l’ENI di Enrico Mattei

di Alessio Pizzichini – 18/04/2016

Fonte: L’intellettuale dissidente

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Oltre il cielo

Oltre il cielo (periodico)

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Oltre il cielo
Stato Italia Italia
Lingua italiano
Genere rivista di fantascienza, astronautica, astronomia e missilistica
Formato tabloid
Fondatore Cesare Falessi
Fondazione settembre 1957
Chiusura 1970
Sede Roma
Editore Edizioni Esse
Direttore Armando Silvestri
Cesare Falessi
Sito web www.oltreilcielo.it/

Oltre il cielo è stata una rivista italiana che pubblicava articoli di astronautica, astronomia e missilistica oltre a racconti di fantascienza, pubblicata dal 1957 al 1970 dalle Edizioni “esse” di Roma. Stampata in formato tabloid, era diretta da Armando Silvestri e aveva come direttore responsabile Cesare Falessi.

Indice

Storia

Oltre il cielo nasceva come proseguimento ideale di Cielo, rivista di aeronautica degli anni cinquanta che pubblicava anche racconti di aviazione.

Fu fondata nel settembre 1957 e nel 1970 cessò le pubblicazioni con il numero 154. Fu ideata dall’ing. Cesare Falessi, al quale si affianca nel primo anno alla guida della rivista Armando Silvestri, anch’egli ingegnere, già attivo nell’anteguerra, che nel 1938 aveva già ideato, ma senza successo concreto, il progetto per la prima rivista di fantascienza in Italia, la rivista quadrimestrale Avventure dello spazio.

Sulle pagine della rivista si concentrarono – in particolare nel biennio 1958-1959 – i racconti di quattro dei principali autori dell’epoca: Ivo Prandin (che si firmava “Max jr. Bohl” e “Ipran”), Renato Pestriniero (“Pi Erre”), Vincenzo Croce (“Vicro” e “Massimo Doncati”), Gianni Vicario (“G. Newman” e “A. G. Greene”); lo stesso Cesare Falessi scrive con sette pseudonimi diversi; a questi si aggiungerà dal 1960 Lino Aldani (“N. L. Janda”), autore di una fantascienza “nuova”, non più basata sulla space opera.[1] Secondo Gianfranco De Turris, “la fantascienza che scrivevano […] era abbastanza diversa da quella americana, allora l’unica nota e tradotta, insieme a quella francese, su Urania e Cosmo. Falessi e Silvestri, più il secondo del primo, chiedevano ai loro collaboratori che si divulgasse l’astronautica attraverso la fantascienza, un po’ come aveva fatto Hugo Gernsback negli anni Venti con le sue riviste negli USA.”[2]

In quasi quindici anni di vita la rivista pubblicò 475 racconti e 12 romanzi a puntate di oltre cento autori italiani – anche con i loro veri nomi – formando due generazioni di lettori, critici e scrittori.[3][4] Dal 1962 col n.101 la fantascienza venne divisa dalla divulgazione scientifica e le fu interamente dedicata la sezione centrale.[3]

Alla rivista collaborò anche Peter Kolosimo (al secolo Pier Domenico Colosimo), che teneva una rubrica fissa in cui esponeva le basi di quelle teorie di “archeologia spaziale” che avrebbe poi sviluppato nei suoi numerosi best seller tradotti e pubblicati in tutto il mondo, facendone uno degli scrittori italiani più conosciuti all’estero negli anni sessanta e settanta. Nelle pagine della stessa rivista si cercò inoltre di fondare, senza però avere successo, la prima associazione di autori di fantascienza in Italia (AAFS) nel 1959.[1][5]

Note

  1. ^ a b De Turris 1987-1988.
  2. ^ Gianfranco De Turris, Cesare Falessi vola oltre il cielo (Cesare Falessi e le origini della fantascienza italiana), in Area, nº 123, aprile 2007, pp. 79-81.
  3. ^ a b De Turris 1997.
  4. ^ Salvatore Ferlita, Silvestri il pioniere della fantascienza, su la Repubblica.it, 24 febbraio 2007. URL consultato il 5 maggio 2014.
  5. ^ L’omologa associazione statunitense, Science Fiction and Fantasy Writers of America, verrà fondata nel 1965.

Bibliografia

Fonti
Approfondimenti

Voci correlate

Collegamenti esterni

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Identità paesana

Tutti ormai avranno una copia dei “Quaderni di Bondeno” presentato il 10 maggio 2014 al Centro 2000 e avranno avuto modo di valutarla; qui riporto solo due notazioni che mi hanno subito colpito.

La prima a pag.56 dove si legge: “Negli anni della contestazione e delle agitazioni sindacali, Bondeno entra nello spazio nazionale della cronaca quando la Società Eridania Z.N.,subentrata alla Società Saccarifera Lombarda nella direzione del locale zuccherificio alla fine della campagna 1968 decide il ridimensionamento del personale e la chiusura dello stabilimento.

A difesa dei lavoratori e degli agricoltori si pose l’Amministrazione comunale che il 5 dicembre 1968, a firma del sindaco Enzo Borsari, ordinò la requisizione del complesso notificandolo alla società ed assumendo di fatto il controllo dell’intero impianto industriale, sottoposto al controllo della polizia municipale ed al personale della società stessa.

Dopo diverse settimane la società decise di recedere dai suoi propositi, la situazione si normalizzò e vide la completa ristrutturazione dello stabilimento, portato alla potenzialità di 200.000 q.li/giorno di prodotto lavorato”.

Questo episodio non può che far rilevare la differenza d’epoca con la nostra, che ha portato alla definitiva chiusura e demolizione dello stabilimento.

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Memoria selettiva o rimozione pilotata?

Quelli che, del ’68, ricordano solo il “Vietato vietare” dimenticano sempre che:

« Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo…… Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro istruzione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell’equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta ».

Robert Kennedy in quel discorso rimarcava che nel prodotto considerato c’era di tutto compresi i danni ambientali, beni e servizi contro la vita come le armi, l’alcool eccessivo …senza distinzioni di sorta nel rispetto della persona .

Kennedy pronunciò quel discorso il 18 marzo del1968 , solo quindici giorni prima dell’omicidio di Martin Luther King , leader dei diritti civili e dell’” I have a dream “ , e 70 giorni prima di essere ucciso lui stesso; con loro finiva una storia e ne cominciava un altra in cui l’” american dream “ avrebbe lasciato lo spazio solo alla ricerca di un‘avidità illimitata il cui fine spirituale coincideva esattamente con il” Pil “ condannato da quei portatori di giustizia . “ Bob Dylan cantava “I tempi stavano cambiando e solo il vento poteva portare una risposta “ ma anche la risposta sarebbe finita nel vento “ The answer , my friend , is blowing in the wind”.
http://www.lafinanzasulweb.it/2016/il-pil-il-conte-mascetti-e-la-supercazzola/

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Anticonformismo

“Nella primavera del 1970 Poli, con l’ausilio del regista Vito Molinari (con cui aveva lavorato alle operette televisive dei primi anni Sessanta) e complice Ida Omboni, negli studi di Torino registra Babau, un’indagine in quattro puntate sulle caratteristiche negative dell’italiano medio (mammismo, conformismo, arrivismo, intellettualismo) e summa del repertorio teatrale della sua attività precedente. Ma in autunno arriva da Roma il diktat di bloccare la messa in onda perché “giudicato inopportuno e spregiudicato”. Per sei lunghi anni il programma viene congelato per essere trasmesso nella Rai riformata nell’agosto 1976, perso nel palinsesto estivo. A monito del ritardo nella messa in onda, il titolo diventa Babau ’70 . Lo show è un insieme di memorabili performance d’autore: nella prima puntata, sul tema del mammismo, Poli recita la “modesta proposta” di Jonathan Swift di arrostire i bambini in esubero nella Londra della rivoluzione industriale, nonché la celebre interpretazione “en travesti” della madre de La Nemica di Dario Niccodemi, che Poli aveva rappresentato in teatro due anni prima. Nella terza, dedicata all’arrivismo, e definita successivamente dal critico della Stampa Ugo Buzzolan, in occasione della messa in onda, “un documento di quello che per anni non si è potuto fare o dire in televisione”, figurano, tra l’altro, un’intervista con la giornalista Camilla Cederna (in quei mesi da molti malvista per i suoi scritti indagatori sull’oscura morte dell’anarchico Pinelli, collegata ai fatti della strage di Piazza Fontana) che se la prende con ecologisti e armatori, Laura Betti che canta due canzoni anticonformiste del suo repertorio, Adriana Asti recita il personaggio della prostituta d’alto bordo da “Gli uomini preferiscono le bionde”, e un finale antimilitarista. Tutto allacciato da un diavolo-Poli, che pronuncia ora frasi blasfeme (“Io credo al buon Dio…per forza, se Dio non ci fosse, non ci sarei neanch’io”) ora moralistiche (“Sovente dietro il successo ci sono io”). Babau ’70, col tempo, è diventato uno dei capitoli più emblematici della storia della censura televisiva, che però non frenò assolutamente l’attività televisiva dell’attore, che iniziò, anzi, a fare incursioni come fine dicitore nei programmi culturali di Sapere. ”

Testo di Enrico Salvatori, dalla presentazione di “Babau 2000: omaggio a Paolo Poli”

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Distacco

Parliamo, giustamente preoccupati, di distacco tra società civile e società politica e riscontriamo una certa crisi dei partiti, una loro minore autorità, una meno spiccata attitudine a risolvere, su basi di comprensione, di consenso e di fiducia, i problemi della vita nazionale (…) Noi vogliamo corrispondere sì, capendo e facendo, all’inquieta richiesta della nostra società, ma ostruiamo poi contraddittoriamente i canali che potrebbero portarne nel partito, proprio nel partito, quella carica di vitalità e di attesa che è pure nel nostro paese. Sicché essa finisce per riversarsi altrove, mettendo in crisi la funzione dei partiti, i quali sovente fronteggiano dall’esterno, senza un’esperienza interiore vissuta del dramma sociale del nostro tempo, le situazioni che si presentano e spesso si esauriscono senza autorevole mediazione, nella società civile”.

(Aldo Moro, intervento al Consiglio Nazionale DC, 18 gennaio 1969)

in http://carlobertani.blogspot.com/2016/03/elezioni-agoniche.html

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Il primato della sociologia

Per capire il titolo, basti pensare che il brano è tratto da “Riflessione sulla decadenza dell’Occidente” del 1981 di Gian Paolo Prandstraller

Ci si può domandare, a questo punto, come sia potuto accadere che, dopo le aperture in senso liberale realizzate nel decennio ’60, dopo l’incremento della partecipazione politica e la messa in discussione dell’autoritarismo tecnocratico e militare attuata in quel periodo, l’Occidente sia ora di fronte a un tale cambiamento.
Una congrua risposta a questa domanda implicherebbe che fossero presi in considerazione i numerosi fattori, interni ed esterni, che hanno interferito sul cammino dell’Occidente nel recente periodo, togliendogli la baldanza libertaria da cui sembrava animato. Ma se ci si vuole limitare ad una eziologia riferibile alla stessa natura della fase politico-culturale che ha preceduto la svolta invclutiva, si deve osservare che i movimenti degli anni ’60 non hanno avuto né la chiarezza ideologica né la forza d’urto necessarie per intaccare le istituzioni portanti, quelle cioè che fondano l’assetto generale di una società. Benché essi abbiano compiuto un apprezzabile lavoro di destrutturazione, non sono stati in grado di estenderlo al di là di alcune istituzioni sostanzialmente marginali rispetto al nucleo centrale del potere. Hanno intaccato – a vantaggio dell’autodeterminazione individuale – la famiglia, la scuola, l’università, togliendo a queste entità parte dell’impronta repressiva che precedentemente avevano; hanno liberalizzato l’amore, legittimato il privato, garantito nuovi spazi alla circolazione delle idee; valorizzato la marginalità rispetto alla centralità, e messo in evidenza la negatività del potere sul piano etico. Ma questo insieme di risultati non è valso a modificare la struttura dell’impresa e l’assetto politico, i due assi portanti con cui ogni sviluppo civile deve fare i conti. Questi assi sono passati indenni nella bufera degli anni ’60 ed ora si può constatare che hanno rinforzato il proprio impianto autoritario con gravi conseguenze generali.
Minacciate ma non colpite direttamente, tali istituzioni sono riuscite ad attuare le loro vendette negli anni ’70. Certe forme che esse avevano assunto in Occidente ben prima della contestazione realizzavano implicite negazioni del pluralismo e ne riducevano grandemente l’attuabilità. La tecnocrazia, i monopoli e il sistema sempre più rigidamente strutturato dei partiti erano di per sé rilevanti smentite dei principi di questo e ostacoli gravissimi alla sua estrinsecazione concreta. Quelle istituzioni in realtà configuravano un modello antidemocratico nel bel mezzo della democrazia e nella sostanza sabotavano quest’ultima. La piega corporativa assunta in seguito su larga scala dalla società occidentale appare perfettamente in linea con tale sabotaggio occulto ma micidiale. Forza contro forza, compagine di potere contro compagine di potere, la società è andata sempre più accentuando – attraverso un’organizzazione puntigliosa dei suoi corpi interni – caratteri che nulla avevano di democratico, già evidenti peraltro nelle concentrazioni apparse prima che il fenomeno corporativo assumesse un’estensione generale.
Il fallimento degli scopi principali della contestazione -nonostante il successo ottenuto in campi secondari – è comprensibile se si considera, oltre alla debolezza delle forze sociali su cui essa si fondava, il tipo di elaborazione teorica che la sorreggeva. Il primo elemento è troppo evidente per aver bisogno di molti commenti: le forze implicate nei « movimenti » non solo erano numericamente esigue rispetto alla massa della popolazione, ma operavano in settori obiettivamente periferici, o resi tali dalla natura stessa della società industriale avanzata. Gli studenti, le donne e alcune altre componenti attive dei movimenti, in genere non agivano a contatto di-retto con i grandi processi produttivi e politici né, tanto meno, nei corrispondenti apparati. La loro protesta, di conseguenza, non poteva avere una specifica incidenza su tali processi. Anche quando – come in Francia – i movimenti giunsero a minacciare l’assetto politico, tale minaccia fu effimera e troppo debole per arrivare ai nuclei sostanziali del potere. Essa comunque non poté coinvolgere la « struttura » vera e propria.
Per quanto riguarda il secondo elemento, ora che si possono vedere le cose con sufficiente distacco, non è difficile constatare che la pars destruens della critica teorica è stata di gran lunga più elaborata della pars construens. Nessun progetto di mutamento applicabile alle istituzioni portanti fu invero delineato dal pensiero critico. I teorici indugiarono al livello dei grandi presupposti, mettendo in luce il carattere alienante e repressivo della società vigente: ma al di là della denuncia di tale repressività (presentata da Marcuse come un fatto pressoché irrimediabile) essi non seppero spingersi. La formazione più filosofica che sociologica, economica e politologica dei più importanti interpreti del pensiero critico, e inoltre la scarsa volontà di abbandonare una certa metodologia deduttiva che pretendeva di ricavare tutto da alcuni assiomi, hanno favorito l’inclinazione alla denuncia senza alternative pratiche e senza operatività concreta.
A ciò si aggiunga che – mettendo in risalto le potenzialità repressive della cultura occidentale – il pensiero critico ha
trascurato di sottolineare e di valorizzare quelle libertarie. L’atteggiamento di Adorno e Horkheimer nei riguardi dell’illuminismo è in proposito tipico. La oggettiva svalutazione di uno dei più grandi momenti culturali dell’Occidente da essi decretata in Dialektik der Aufklarung (1947) – benché presentata come tentativo di salvarne il vero spirito – ha costituito, per molti versi, un atto suicida, una professione di sfiducia nella ragione occidentale non accompagnata da al-cuna alternativa concreta. Non si può non convenire a questo proposito con Jacques Ellul, quando sottolinea che « coloro che sono stati i portatori o i ricercatori dei valori di una civiltà, coloro che vogliono il rinnovamento di una cultura, hanno troppo facilmente respinto, disprezzato il retaggio positivo del mondo occidentale. I nostri intellettuali, travolti da una sorta di delirio di autodistruzione, hanno perduto il senso dell’avventura occidentale, e degli atleti bardati di tutto punto: hanno creduto di potersene impadronire, mentre non facevano che assestargli il colpo di grazia »

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Ricordi di scuola

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