Futurologia

Correvano allora, e a passo di carica, gli anni ultimi anni Sessanta e i primi del decennio seguente. Nei paesi che avevano subito le ferite della guerra e le fatiche della ricostruzione, si era già fatto registrare il periodo del boom e, malgrado le periodiche ricadute del ciclo economico – in Italia definite eufemisticamente «congiuntura» –, il clima psicologico volgeva all’ottimismo. Era in pieno svolgimento la gara per la conquista dello spazio extraterrestre, si erano moltiplicati – da noi raddoppiati – i canali televisivi e già da un po’ si parlava di cervelli elettronici, enormi cassoni di metallo che sapevano fare rapidamente calcoli quasi inaccessibili alla mente umana. La sigla Ibm cominciava ad avere un significato per molti e la parola «informatica» circolava a largo raggio.
Gli addetti alle previsioni sul futuro si dividevano, all’epoca, in due schiere, seguendo l’imperitura linea di confine tra ottimisti e pessimisti. Più che scontrarsi frontalmente, si spartivano i compiti e i favori del pubblico. I primi, nettamente maggioritari, puntavano sulle infinite meraviglie della tecnica e della tecnologia, sulla potenza dell’atomo, sulle strabilianti innovazioni nel campo delle telecomunicazioni e della mobilità tout court: il fertile genio di Jules Verne veniva estrapolato dalle pagine dei romanzi per ragazzi e si discettava sulla ormai prossima traduzione delle macchine da lui immaginate in strumenti della reale quotidianità (ma c’era anche chi rispolverava l’uomo-uccello di Leonardo da Vinci e il nome Icaro andava per la maggiore). La genetica faceva la sua parte e prendeva l’avvio la scommessa sugli anni che ci sarebbero voluti per vincere le malattie ed assicurare all’umanità, se non l’agognata immortalità, perlomeno una durata record, con una media spinta oltre il secolo. Gli assai meno numerosi scettici ponevano i primi interrogativi su quella che più tardi sarebbe stata chiamata “l’altra faccia del progresso”. Non smontavano il quadro descritto dalla controparte, ma lo corredavano di dubbi. Come sarebbe stato possibile sfamare una popolazione mondiale in costante crescita? Quali costi avrebbero comportato lo spopolamento delle campagne e il proliferare delle fabbriche nei centri urbani? Il Terzo mondo avrebbe retto l’impatto dell’aumento del già consistente divario di ricchezza rispetto ai paesi “sviluppati”? C’era persino chi metteva in circuito un’espressione fino ad allora riservata a qualche trattato scientifico, «ecologia», associata ad altre parole di recente ingresso nell’uso ordinario, come «inquinamento» e «ambiente».

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