Easy rider

Credo che la definizione di contro-western sia stata inventata da Franco La Polla negli anni 70 per indicare il rinnovamento del più americano dei generi in piena nuova Hollywood. Rinnovamento multiplo e non necessariamente omogeneo. Da una parte il western revisionista alla Soldato blu di Ralph Nelson oppure il Piccolo grande uomo di Arthur Penn, dall’altra quello iperrealista che passa attraverso Sam Peckinpah e in certi casi (vedi io straniero senza nome di Clint Eastwood) guarda a Sergio Leone, infine quello autoriale alla Robert Altman (I compari, Buffalo Bill e gli indiani) o ancora Penn (Missouri). Il contro-western più esemplare è però di un regista, in verità attore, che nel ruolo del più giovane dei Clanton già si era fatto ammazzare come un cane all’O.K. Corrai nell’eterna versione (classica) di John Sturges: Dennis Hop-per. Ebbene sì, Easy Rider. Viene realizzato e distribuito nel 1969 dando inizio al cinema d’autore come genere, quello che tanti si sono ostinati a considerare indipendente quando rientrava perfettamente nelle logiche commerciali delle major (nella fattispecie, Columbia Pictures). Un cinema che aveva un pubblico e quindi, secondo le logiche hollywoodiane, pieno diritto di esistere.

Libertà e paura era il sottotitolo con il quale venne distribuito nelle sale italiane copo aver vinto il Camera d’or (miglior opera prima) al festival di Cannes. I chopper al posto dei cavalli, ma restano i bivacchi, gli scenari e quella luce che solo lungo la Route 66 si sprigiona così violenta. Easy Rider è il controwestern perché riscrive l’epica, spalanca le porte della percezione affinchè si colga la verità di un racconto e di un movimento che è sempre stato mitico, ma falso. Il fucile non “civilizza” un mondo, lo stermina sul ciglio della strada. Più paura che libertà. La controcultura e le sue illusioni anche lisergiche (con i protagonisti davvero sotto l’effetto dell’LSD” in certe scene) spazzate via dall’America reazionaria e bianca dei pick-up, delle armi, dei colli rossi bruciati dal sole e del razzismo, manovalanza di chi il potere lo detiene davvero. Aveva capito tutto, Dennis Hopper, quando girò Easy Rider, peraltro facendo improvvisare agli attori protagonisti metà delle battute? Chissà. Ma il film parla da sé, oggi lo ricordiamo perché nel frattempo Peter Fonda ha raggiunto il suo Capitan America in moto, ma la forza delle immagini, mezzo secolo dopo, è ancora intatta, affascinante e profetica.

Mauro Gervasini in Film TV n.37

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