La de-colonizzazione (finta)

Una collega stamattina mi ha presentato un articolo stampato sull’emergenza umanitaria in Congo dicendomi “a te che dici che in Africa stanno bene, leggiti questo!”

Ora, chi mi conosce sa cosa penso e che questa frase denota una totale mistificazione delle mie esternazioni. Ho scritto anche qui, più e più volte, le storie dei ragazzi che conosco. Ragazzi provenienti da varie zone dell’Africa subsahariana. E il caso vuole che mi sia interessato e abbia scritto anche del Congo Kinshasa, avendo approfondito le mie conoscenze sul dramma di Goma e dell’area del lago Kivu al confine col Rwanda, l’area più ricca del mondo di materie prime e al contempo tra le più povere in termini di reddito pro-capite, nonché campo di battaglia delle guerre più sanguinose del continente.

La collega mi rimproverava il fatto di aver affermato, qualche giorno fa, che oltre il 90% degli immigrati provengono da paesi che non vivono conflitti né persecuzioni e infatti non si vedono riconosciuto lo status di rifugiati. E che si tratta nella quasi totalità dei casi di appartenenti alla classe media che vendono terre e bestiame per intraprendere viaggi di fortuna pagati dieci volte il costo che affronterebbero se riaprissimo i visti e consentissimo loro di venire in aereo. E che, così facendo, cioè riaprendo i visti da questi paesi, faciliteremmo loro la vita, perché non dovrebbero perdere tutto per venire qui e alla la maggior parte di loro deciderebbe alla fine di tornare da dove sono venuti, dopo aver constatato che la situazione economica in Italia non è tale da favorire l’integrazione di nuova forza lavoro.

Questa riflessione, scaturente non dalla mera osservazione empirica della realtà e dalla conoscenza e il confronto con molti ragazzi immigrati, ma anche e soprattutto dallo studio e dall’approfondimento dei dati sui flussi migratori e dalla lettura di pubblicazioni scientifiche sul tema delle crisi demografiche e delle ondate migratorie, aveva fatto andare su di giri la collega in questione, per la quale questi argomenti sono assurdi.

Costei è identificabile in quel macrogruppo antropologico che definirei “pasionarie con le terga altrui”. Sono quelle persone (più donne che uomini, in effetti) che elaborano una lettura dell’universo sensibile attraverso una sintesi articolatissima compiuta tra la lettura di un articolo di Repubblica scritto da Roberto Saviano, una vignetta di Vauro e un libro di Fabio Volo.

Parliamo di quelle persone che sostengono con fermezza la necessità di accogliere “l’Africa”, ignorando evidentemente che si parla di un continente che ospita più di un miliardo di persone distribuite in più di cinquanta stati che presentano condizioni sociali, economiche, ambientali, demografiche e geopolitiche profondamente diverse.

Quelle persone che confondono, più o meno intenzionalmente, i rifugiati con i migranti. Cioè che mettono sullo stesso piano chi fugge da una guerra o da persecuzioni o da crisi ambientali portando con sé la famiglia e chi, a venticinque anni, da solo, pur vivendo una condizione socioeconomica non miserevole, viene spinto a lasciare il proprio paese (spesso svendendo tutti gli averi di famiglia per pagare viaggi rischiosi e costosissimi) da criminali che lucrano sulle false speranze di una vita di lussi e ricchezza, condannandoli alla miseria e alla mendicanza per le vie delle città europee. Giovani motivati allontanati dalle loro terre d’origine con false promesse, migrazioni che arrecano danno innanzitutto ai paesi d’origine che si svuotano delle energie più giovani, fresche ed istruite che servirebbero per far progredire queste società economicamente arretrate.

Quelle che parlano di integrazione e accoglienza gonfiando il petto per mettere in evidenza che la loro cassa toracica non contiene le dimensioni generose del loro immenso cuore, ma che poi, ogni qualvolta gli passa un ragazzo di colore vicino, si turano il naso e adottano strategie di evitamento per sottrarsi anche a un semplice gesto di carità esibendo senza fraintendimenti espressioni di disgusto.

Chiaramente la collega, denotando una invidiabile coerenza con la con la sua raffinatissima capacità di analisi del reale, si è anche sottratta al confronto. Non ha voluto ascoltare alcuna replica, mi ha parlato sopra arretrando e infine si è congedata con l’espressione soddisfatta di chi ha capito tutto e ha dato una lezione di umanità all’interlocutore.
Evito di precisarvi chi vota, perché non mi piace fornire elementi di conferma dei pregiudizi politici.

Gianluca Baldini

P.S. a proposito… quello nella foto è Patrice Lumumba, il primo presidente del Congo democraticamente eletto e, direi, l’unico vero grande uomo che abbia guidato il paese, purtroppo per pochi mesi. Fu giustiziato esattamente il 17 gennaio di cinquantotto anni fa da un plotone d’esecuzione dopo il colpo di stato del terribile Mobutu, il dittatore appoggiato dagli USA e dal Belgio che ha imposto un trentennio di regime caratterizzato da corruzione diffusa, nepotismo ed eliminazione fisica degli oppositori.

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2 risposte a La de-colonizzazione (finta)

  1. apoforeti ha detto:

    Il Belgio rispose inviando truppe in Katanga[4] (la regione mineraria) e sostenendo la secessione di questa regione guidata da Mosè Kapenda Tschombe. A settembre, il presidente Joseph Kasa-Vubu revocò Lumumba e gli altri ministri nazionalisti. Lumumba dichiarò che sarebbe rimasto in carica e su sua richiesta il parlamento, acquisito alla sua causa, revocò il presidente Kasa-Vubu. La politica di Lumumba era antisecessionista, anticolonialista, antimperialista, filocomunista e mirava a diminuire il potere e l’influenza delle tribù e a una maggiore giustizia sociale e autonomia del paese. In dicembre il generale Mobutu, succeduto a Kasa-Vubu, con un colpo di Stato fece arrestare Lumumba mentre passava il fiume Sankuru, e lo trasferì al campo militare di Thysville[5].

    Il 17 gennaio 1961 Lumumba e due suoi fedeli (Mpolo e Okito) furono trasferiti in aereo alla presenza dei loro grandi nemici a Elisabethville (l’attuale Lubumbashi), in Katanga. Furono giustiziati la sera stessa alla presenza di Tshombe, Munongo, Kimba e di altri dirigenti del Katanga secessionista[6]. L’indomani i resti delle vittime furono fatti a pezzi e fatti sparire nell’acido[7] e nel corso degli anni varie ossa appartenenti al cranio e allo scheletro di Lumumba furono trovate[8]. Molti dei suoi sostenitori furono giustiziati nei giorni seguenti, pare con la partecipazione di mercenari belgi[7].
    https://it.wikipedia.org/wiki/Patrice_Lumumba

  2. Ambra ha detto:

    Sono penamente d’accordo con Lei, la sua collega va avanti a slogan, quelli appunto che passa
    la “televisione del dentifricio”. Spiace che sia pure una “giornalista” che dovrebbe lavorare nella
    massima verità e senza le fette di prosciutto, volute e comode, sugli occhi.
    Grazie per il suo articol!

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