Cliodinamica

Cosa ha a che fare con noi il ’68, esploso un po’ dappertutto nel mondo tra la primavera e l’estate di cinquanta anni fa? Forse non moltissimo. Le recenti ultime elezioni italiane infatti, il successivo governo nato tra enormi resistenze, e i suoi primi passi nel mondo stanno di certo producendo un notevole movimento, anche internazionale. Diverso però da quella misteriosamente sincronica stagione che nel ’68 a Berkeley, Parigi, Praga, Milano, Roma, Varsavia in poche settimane sembrò coinvolgere tutto il mondo, ma sul piano politico non produsse nulla, almeno in Occidente. Oggi, tra l’altro, piazze e strade sono state sostituite dai percorsi ben più indecifrabili della Rete; un cambiamento non dappoco, se non altro perché allontana corpi e sguardi, che allora furono invece centrali. Le Università poi, in quel tempo al centro di tutto, oggi (quando funzionano) formano soprattutto dirigenti aziendali. Insomma è un altro mondo. Tuttavia non mancano le similitudini. Alcune, solidamente verificate, ce le fornisce la cliodinamica (da: Clio, dea della storia, e dinamica: scienza del movimento), una materia nata dalle elaborazioni del matematico Peter Turchin ed altri. Tanto per cominciare le date: questi scienziati dimostrano infatti come negli ultimi 2 secoli (quelli dell’industrializzazione), all’incirca ogni cinquantennio si sviluppino grandi sommovimenti sociali, esplosioni di aggressività diffusa, che tendono a cambiare la storia. Nelle società agrarie, più lente, si producevano ogni cento anni ( e duravano spesso molto di più). In effetti da tempo ormai questi movimenti e conflitti hanno conseguenze molto più importanti che le tradizionali guerre tra Stati. Le ragioni economiche li spiegano solo in minima parte; le motivazioni profonde sono ancora inconsce quando esplodono e solo col passare degli anni vengono parzialmente riconosciute da chi le ha vissute. La convinzione, infatti, con la quale decine di migliaia di giovani hanno percorso le grandi strade delle città più importanti d’Europa gridando “viva Stalin / viva Lenin / viva Mao Tse Tung,” non aveva alcuna proporzione con il loro interesse per il marxismo leninismo. Né altrove, i corrispondenti slogan libertari, tipo “L’immaginazione / al potere”, o: “Non lavorare / Mai”, garantivano l’appartenenza alla sofisticata ‘Internazionale Situazionista’. Erano tutte però sintesi provocatorie e suggestive di un profondo bisogno di cambiamento, di nuove ispirazioni e idee guida, che venivano per il momento paradossalmente espresse con quelle parole, quelle immagini. Facevano da apripista a quella generazione. Ciò è probabilmente vero anche oggi, almeno in parte. Si spiegano anche così, forse, le cinquantennali rivoluzioni rilevate dalla cliodinamica: sono generazioni che si fanno strada in società poco propense a lasciarli passare. Nelle comunicazioni simboliche di allora, solo in parte consce e ragionate (come oggi molti tweet di Donald Trump), niente di ciò che veniva detto andava preso alla lettera: erano dei frammenti, indicatori di stati d’animo, speranze, rancori. C’era un grande aggressività verso i padri, certamente. Non perché li volessero morti, come si è molto ripetuto. Li volevano di sicuro più presenti, più vicini, più autentici. Mentre nella gran parte dei casi il padre, fin da allora assorbito dal suo lavoro-potere-successo, era già quel “padre assente” perfettamente descritto dallo psichiatra Alexander Mitscherlich, che aveva coniato un po’ di anni prima per la società occidentale il termine di: “Fatherless society”, società senza padri. Più che uccidere un padre che già non stava benissimo per conto suo, il ’68 provò a tirarlo fuori dalla gabbia edonistico-attivistico-modaiola in cui stava già cacciandosi, e convincerlo a ritrovare insieme coi figli spinte ideali che non fossero solo l’accumulazione di cose e denari. Che in quel momento interessavano poco masse di giovani posseduti più dall’archetipo del combattente dio Ares, dispensatore del “dolce coraggio della giovinezza” come canta l’Inno omerico a lui dedicato, che dall’interesse economico. Non c’era del resto crisi economica: il problema non erano tanto i soldi, ma cosa farne. Naturalmente ci andarono invece di mezzo, spesso, i professori, anch’essi rappresentanti paterni; a cominciare da quelli più interessati a ciò che stava succedendo. Come a Parigi dove il sociologo Edgar Morin un giorno si lamentò: “L’altro giorno mi avete messo nella pattumiera della storia!” “Come hai fatto ad uscirne?” Lo apostrofò uno studente. E fu subito il caos (come racconta ora Griel Marcus in Lipstick traces, Il Saggiatore). I professori furono i bersagli naturali di un movimento che si ribellava all’ingresso all’Università come rito di iniziazione alla società borghese. Lo rifiutava intanto perché era un rito camuffato: era sì l’iniziazione alla condizione borghese, ma non lo si diceva. È vero che era sempre accaduto così, anche perché all’Università, prima, andavano i borghesi, più qualche genio emerso dal popolo a colpi di borse di studio e volontà ferrea (come il prof. Guido Rossi, maestro del diritto societario). Ma, appunto, ora non era più così. I padri di moltissimi dei giovani che arrivarono all’università nel ’68 non erano affatto borghesi ma operai, tecnici delle nuove professioni in sviluppo nella società, commercianti. Questa fu la novità del ’68: arrivò all’Università forse la prima generazione formatasi con le nuove politiche per la scuola, che in Occidente avevano penalizzato le altre formazioni professionali, artigianali, tecniche, a favore dell’Università, ora di massa. “Tutti laureati” già da anni era diventato l’obiettivo dichiarato della scuola, che la borghesia, non solo in Italia, aveva affidato alle alleanze politiche dei diversi “centro-sinistra”, e ai floridi sindacati scolastici. Tra quelle masse di studenti però, moltissimi non avevano in fondo nessun interesse per le professioni e forme di vita aperte da quei corsi universitari. Non bastano un paio di riforme della scuola incerte e rabberciate, per fare una borghesia, e convincere riottosi giovani di altra provenienza a farne parte. Anche questo fenomeno è confermato dai calcoli matematici forniti della cliodinamica, che mostrano che quando c’è un eccesso di formazione di “personale d’élite” (come sempre furono gli universitari) ciò crea disoccupazione tra i giovani e sommovimenti sociali. Cinquant’anni prima del 68, nel 1918, erano tornati dalla guerra i giovani diplomati richiamati quando avevano 18 anni: erano spesso portatori di molta rabbia e di nuove spinte ideali, non accolte dalle strutture economiche e politiche tradizionali. Molti di quei giovani, potenziali dirigenti in quel momento disoccupati, parteciparono poi al movimento fascista. Oggi, cinquant’anni dopo il ’68, i giovani, diplomati e no, escono da una crisi che per anni non ha fornito loro posti di lavoro proporzionati alle aspettative suscitate dal clima dopato del consumismo in cui sono cresciuti. Una crisi che per loro, disoccupati da anni, è stata nella giovinezza l’equivalente di una guerra, forse ancora più frustrante. L’altro aspetto dei movimenti sociali cinquantennali segnalato dalla cliodinamica e presente anche oggi è la contemporanea caduta della natalità. Dal 1967 il numero delle nascite cominciò infatti a scendere in quasi tutta Europa, e negli anni 70 si entrò in quella crescita zero che si accompagna alle grandi inquietudini sociali o alle fini delle civiltà. In Italia le 458 mila nascite del 2017 hanno segnato il record negativo dall’Unità in poi. Cosa succederà nel prossimo cinquantennio? Non lo sappiamo. È probabile però che si dovrà trarre le conclusioni di ciò che non ha funzionato nei due cinquantenni precedenti. Che la società dei consumi si sarebbe imballata lo si era già capito cinquant’anni fa. È accaduto. Gli economisti spiegano da tempo che non è la domanda di consumi che deve ripartire, ma l’offerta che deve trovare nuove strade. Cambieranno molte cose; ma lasciamo che le si trovi.

Claudio Risé in Fonte: La Verita

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