Ieri e oggi

Uno degli errori più comuni che si possono fare quando si affronta un periodo storico che non si è vissuto direttamente (o su cui non ci si è documentati a sufficienza) è applicare le teorie contemporanee a situazioni in cui quelle teorie non esistevano.

Chiarisco con un esempio: alcuni attribuiscono ai nostri tempi le caratteristiche dell’  l’avidità infantile,  quella che:

  • Non sopporta l’autocontrollo, ossia l’educazione alla sobrietà, perché protesa al possesso di beni quasi sempre con finalità ludiche. Il bene stesso è percepito come un giocattolo […]
  • Non sopporta la gratificazione ritardata ossia il risparmio, perché pretende il soddisfacimento di voglie immediate e non bisogni reali.
  • Non sopporta la razionalità e l’ordine perché le voglie devono essere soddisfatte nel momento stesso in cui sorgono e non possono essere posposte ad altre priorità, quasi sempre più opportune per il benessere del soggetto”. E nemmeno parliamo del benessere della società in quanto tale, i cui diritti sovra-individuali sono spregiati (occasionalmente come “fascismo”, o “collettivismo” e “statalismo”).

 

Le agenzie (anti)educative di diffusione dell’ethos infantilistico  fanno credere  che il successo si ottenga “senza fatica”  e “senza sacrificio, rinunce e disciplina”. Alimentano “il mito giovanilistico della spensieratezza e della irresponsabilità perenne”. Impongono  “la privatizzazione dei valori” – come si sono privatizzati gli enti di servizio pubblico, istituzioni volte agli interessi collettivi per una nazione che si propone di durare oltre la generazione attuale.  Nelle  vite personali degli “sprovveduti”, si è instaurato l’atteggiamento per cui “il bene privato prevale sul ben pubblico, l’istantaneo prevale sul duraturo, la gratificazione immediata sulla differita, il gioco sul lavoro”.

Questa è – spero si capisca – una compiuta ed efficace pedagogia per la ”formazione” di  tossicodipendenti da discoteca e frequentatori di prostitute e prostituti della tratta, generazioni di infinite Pamele. So già, per esperienza, come reagiscono le Pamele quando si cerca di trattenerle, prima , dal cadere nella fossa della dipendenza – o del “grande amore”   del momento: “Nessuno mi  deve dire come vivere la mia vita. Io la vivo come voglio”.  Non si rende conto  che  vive come vuole il sistema, desiderando ciò che il sistema gli fa desiderare; che  le sue voglie “la agiscono” invece che essere lei a gestirle, priva ormai della tenuta e fortezza che non ha mai imparato ad esercitare –  perché  “resistere alle tentazioni” è stato tanto schernito e deriso da essere ridicolo solo proporlo, allo stesso modo che “evitare le cattive compagnie” .  E ormai la Chiesa cattolica offre una “religione low cost”  che asseconda, invece di contrastare, questa deriva mortale. Facendosene complice.

Relativismo dogmatico

La cosa grave è  in  queste torme infantilizzate, ignoranti e  soggette al primo impulso,  è stato insufflato   “il dogmatismo intransigente”, quel conformismo d’acciaio che le fa rifiutare, con le idee nuove, ogni  critica della condizione sociale, che invariabilmente  sentono come critica al loro modo di vita privato. Vige ormai,  pesante come una cappa di piombo sulla nostra  epoca,  ciò che Sambruna chiama felicemente “il relativismo intollerante”. Il relativismo che mentre dichiara l’equivalenza di tutti i valori e la liceità di ogni modo di vita,  in realtà non tollera – e sopprime dal  discorso pubblico –  tutti i modi e valori che non siano i propri.  Il totalitarismo  in cui viviamo, sorvegliato  dalle sue vittime, che loro chiamano “Libertà”.  Vogliono vivere nella menzogna perché la verità costerebbe loro “rinunce”  e “sacrifici”. Fine. (1)

Anche accettando per buona questa ipotesi poi si dà la colpa di tutto questo al ’68 dimenticandosi (o non sapendo) che quella generazione: “Ma personalmente, se devo ricordare cosa mi ha educato da piccolo a non essere come loro, le generazioni irresponsabili infantili, devo dire che non è stato, immediatamente, la fede cristiana. Sono state le maestre. Come mi è capitato di dire altre volte, io ho cominciato la prima elementare nel 1949: le maestre, dunque, erano ancora quelle educate nel passato regime, ed educavano ancora secondo quella pedagogia. Se dico che educavano all’amor di patria, devo subito aggiungere che nulla aveva in comune con la frenesia viscerale che coglie gli italiani quando vince la Nazionale di Calcio. Non era nemmeno ciò che una Boldrini potrebbe chiamare “nazionalismo”, perché la patria che ci insegnavano ad amare, era una patria sconfitta nella guerra e nelle vergogna, circolavano ancora numerosi i mutilati. No: ci insegnavano che la patria era povera (anzitutto di materie prime) e che la sua risorsa erano le nostre intelligenze, qualità umane, creatività, che dovevamo sviluppare per migliorare il posto della patria nel mondo. Non dovevamo “essere di peso” alla nostra famiglia, e alla patria, che nostre negligenze e incurie, si riflettevano sulla patria, la danneggiavano, la sminuivano. La sobrietà personale, il lavoro onesto, lo spirito di sacrificio era un dovere che avevamo verso i concittadini più adulti, a cominciare dai nostri genitori, che stavano faticando, che erano disoccupati, che erano tornati mutilati.

Ebbene: molte volte nella follia e ribellione adolescenziale, mi ha trattenuto dal peggio, da abitudini viziose, da “cattive compagnie”, il ritegno di “essere di peso” ai miei, diventare “un peso” per la comunità. Come spero milioni di italiani ancora, mi è stata insufflata la responsabilità verso la comunità storia e sociale in cui sono nato.(2)


  1. https://www.maurizioblondet.it/veri-extra-comunitari-nostri-figli/
  2. Attribuito a Giobbe Covatta che ha poi smentito, ma io ho fatto la prima pochi anni dopo e, se la miseria era un po’ diminuita, posso garantire che il sentimento era ancora quello.
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Informazioni su apoforeti

Unione Associazioni Culturali
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Una risposta a Ieri e oggi

  1. apoforeti ha detto:

    Marco Sambruna , “Il declino del sacro – rumore sociale, mass-media e nichilismo” (Edizioni RadioSpada, 208 pagine, 14,90 euro)

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