Le origini storiche del bioregionalismo

Si può partire dal cosiddetto summit svoltosi su un barcone a Sausalito, in California nel febbraio 1967, con Timothy Leary, Gary Snyder, Alan Watts e Allen Ginsberg, pubblicato poi dal San Francisco Oracle, il famoso giornale underground, tradotto in seguito da Fernanda Pivano e pubblicato nel libro L’altra America negli anni contadino, il cacciatore, l’artigiano e comincia ad abitare quel luogo, impara la cultura di quel luogo, la cultura ancestrale di quel luogo, gli insegna­ menti dei nativi di quel luogo, come facevano per vivere in quel luogo in maniera rispettosa, rispettandone gli equilibri, quelli sono i veri maestri… Devi imparare dalla sapienza delle culture native e poi applicarla nel concreto. Devi risintonizzarti con gli elementi della natura e iniziare un nuovo percorso». Questa secondo me è l’origine del bioregionalismo.

Quale è stato il tuo percorso?
Io sono nato contadino, ma non ero pronto per essere contadino. Erano gli anni 60, ero giovane, sonodel1948, sono arrivato alla terza media, che poi in effetti era terzo avviamento professionale, ma l’ho fatto a fatica. Sono nato in campagna, figlio di contadini, ma come molti altri della mia generazione c’era questa cosa dentro di me che non mi faceva stare bene, ci sentivamo a disagio in un mondo così conformista. Io a scuola proprio non ne volevo sapere, insegnavano cose che, forse sbagliavo, allora lì per lì non mi davano niente. Questo non voleva dire che non volevo imparare, solo che volevo imparare le cose che sentivo importanti. Quando sono saltati fuori il movimento beat, iBeatles, i Rolling Stones, la rivista Mondo Beat, Gianni Milano, Fernanda Pivano, in quel fermento mi sono riconosciuto. Ma vivendo in campagna non avevo la possibilità di sviluppare queste idee, quindi ho cominciato a guardarmi in giro e a fare i primi viaggi, a Milano, a documentarmi, con le pubblicazioni, e poi a un certo punto ho scelto di andare via dalla campagna. Il mio papà aveva bestie da latte quindi era un impegno continuo, non c’era la possibilità di andare, esplorare…e mi sentivo soffocare nella ricerca di qualcosa che riempisse il vuoto che avevo dentro. Sono andato via dalla campagna, vivevo lì ma andavo a lavorare in città, operaio in una fabbrica di indumenti, avevo tempo libero il fine settimana e in più le ferie. In quei momenti giravo, esploravo, conoscevo gente e ho iniziato a viaggiare, a Londra, in Canada, negli Stati Uniti. Il primo viaggio non l’ho fatto negli Stati Uniti, mi sembra ­ va troppo. Sono stato in Canada. Il contadino non fa il passo più lungo della gamba, ti puoi immaginare, ero un ragazzino di campagna, timido, che non sa quasi niente, la lingua…in Canada è stata una bellissima esperienza, in autostop nell’Ontario e nel Quebec, in ostelli che costavano pochissimo, sui bus Greyhound su a nord, volevo sentire la natura pulsante. Nella campagna in Italia già cominciavano a tirar via tutte le piante, la monocultura avanzava a passi da gigante, sentivo il bisogno di un con ­ tatto con la natura viva, e in Canada è stato come arrivare in un altro mondo. Nel viaggio successivo ho fatto costa a costa Toronto-Vancouver-San Francisco e da lì negli stati del sud per tornare poi a Toronto. A quei tempi c’erano tanti con­ tatti, incontri, concerti…tra noi giovani ci si riconosceva subi­to, il capello un po’ più lungo, la camicia un po’ a fiori, era subito amicizia, ospitalità.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59937

 

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