Alighiero Boetti

Fra il 1963 e il 1965 sperimenta con materiali quali il gesso, la masonite, plexiglas e congegni luminosi. Le sue prime opere sono disegni su carta a china di oggetti industriali per la registrazione come microfoni, cineprese o macchine fotografiche (saranno esposti per la prima volta soltanto nell’81 a Parigi); incisioni e monotipi, tutti realizzati nell’appartamento-studio di via Principe Amedeo, a Torino. Nel 1964 si sposa.

Al 1966 appartengono suoi primi lavori tridimensionali: Catasta, Scala, Sedia,Ping Pong e Lampada annuale sono opere seminali per il periodo: l’impiego di materiali industriali come l’eternit, il riferimento a oggetti di uso quotidiano privati del loro scopo, l’applicazione di gesti semplici come il raddoppiare, l’accumulare, il dilatare.

« Il ’67 è stato un anno esplosivo, per me e per tutti. Era un momento di grande eccitamento, anche a livello materiale: la scoperta, l’entusiasmo dei materiali, che hanno portato alla nausea. Era tutto molto empirico allora,… »
(Intervista di M. Bandini a A. Boetti in “NAC” n. 3, marzo 1973[4])

Il 19 gennaio esordisce con una personale alla Galleria Christian Stein di Torino e partecipa a tutte le collettive del gruppo Arte povera, (Torino, Milano, Genova). Zig-Zag, Dama, Legno e ferro 8, Boetti formula le basi della sua attitudine con la materia. Manifesto 1967 è un’opera volutamente ermetica, alcuni simboli di cui non ci è dato capire il significato seguono il nome di alcuni artisti italiani vicini a Boetti. Visione panoramica per inquadrare una generazione, un movimento, quello poverista ma non solo, e il desiderio di aprirsi a nuove modalità. Si delinea un interesse più sincero verso la scrittura e la bidimensionalità piuttosto che per l’oggetto e la scultura. Nello stesso anno fa lunghi soggiorni nelle Cinque Terre e poi a dicembre la seconda personale alla Galleria La Bertesca di Genova.

Il 1968 è l'”apogeo di un anno barocco al massimo; dopo la fine”.[4] Nella primavera spedisce ad una cinquantina di amici la cartolina postale Gemelli, la quale attraverso un fotomontaggio mostra l’artista che tiene per mano un altro sé stesso. Sul retro scrive frasi come “De-cantiamoci su” oppure “Non marsalarti”. Realizza opere utilizzando materiali come metallo, vetro, legno e cemento. Si susseguono a ritmo serrato le mostre: personali, a febbraio nuovamente da Stein, ad aprile a Milano da Franco Toselli. Collettive, a Roma, Bologna e Torino.

« Nel ’68 io avevo esposto per la prima volta le colonne di carta nel medesimo giorno in cui all’Attico Pascali aveva esposto i bachi da setola che erano veramente la stessa identica cosa »
(A. Boetti, 1973[4])

Nel settembre 1968 muore a Roma in un incidente di moto Pino Pascali.

Nel 1969 alla Kunsthalle di Berna inaugura la mostra collettiva “When Attitude Become Form” curata da Harald Szeemann. L’apice toccato dal movimento dell’arte povera consentirà d’ora in poi ai suoi singoli artisti, di percorrere ognuno il proprio percorso artistico a livello internazionale. Boetti appunto è uno dei più precoci a trovare una propria indipendenza artistica. Il 19 aprile da Sperone presenta la nuova opera Niente da vedere, niente da nascondere, una vetrata da appoggiare alla parete che invita alla contemplazione. Sempre avvolta da una meditazione Zen è l’esecuzione dell’opera Cimento dell’armonia e dell’invenzione (titolo dell’opera n.8 di Vivaldi che comprende i concerti delle Quattro Stagioni) che consiste nel ricalcalcare a matita i quadretti di venticinque fogli 70×50 cm. Al termine dell’operazione viene annotata la durata dell’operazione, infatti il primo esemplare si intitolava 42 ore ed era accompagnato dalla registrazione dei pochi suoni che avevano accompagnato la sua creazione. A luglio nasce il primo figlio Matteo. Colora ad acquarello e pastelli un planisfero politico utilizzando le bandiere degli stati nella loro collocazione geografica.

estratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Alighiero_Boetti

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Una risposta a Alighiero Boetti

  1. apoforeti ha detto:

    Conferenze e Convegni Lunedì 23 ottobre 2017 ore 17 presso Biblioteca Ariostea

    ALIGHIERO BOETTI, LE MAPPE, LA GEOGRAFIA DEL TEMPO

    Conferenza di Ada Patrizia Fiorillo

    Torinese, vissuto dai primi anni Settanta a Roma, Alighiero Boetti (1940-1994) è considerato uno dei maggiori rappresentanti dell’arte concettuale e dell’arte povera. Partendo da tale cornice, si traccerà un profilo dell’artista, del suo particolare propendere per una dimensione di mentalismo dalla quale nascono le sue opere più conosciute. Dalla “Lampada annuale” del 1966, ai cicli “Dossier postale” del 1969-70 e “720 lettere dall’Afganistan” del 1974, alla serie delle “mappe” avviate nei primi anni Settanta e nel tempo riproposte come geografie del mondo e dei suoi mutamenti. Per tutte la dimensione del tempo come cifra unificante, mette in luce un artista teso costantemente tra i poli opposti della programmazione e del caos, dell’essenzialità e dell’estro, filtro anche delle scene creat e nel 1993 per lo spettacolo “Erodiade, fame di vento”.
    Per il ciclo Libri in scena, in occasione del balletto “Erodiade, fame di vento 1993 – 2017, in scena mercoledì 25 ottobre al Teatro Comunale di Ferrara.
    A cura dell’Associazione Amici della Biblioteca Ariostea

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