I beat e il ’68

All’alba del 12 giugno 1967 la polizia sgomberò il campeggio beat sorto in via Ripamonti, accanto al fiumicciattolo Vettabbia; il blitz delle forze dell’ordine era stato da tempo richiesto da parte dell’opinione pubblica moderata milanese, “Corriere della sera” in testa, che mal tollerava l’instaurarsi di una «New Barbonia city» – per riprendere un articolo del quotidiano milanese[4] – alle porte della metropoli, campeggio presto divenuto – secondo questa volta le parole del prefetto – «ricettacolo di elementi oziosi e vagabondi»[5]. Poco servì il fatto che i beat milanesi – «capelloni» e «sbarbine» secondo una certa stampa[6] – avessero regolarmente affittato quel terreno per un periodo che andava dal 1° maggio al 31 agosto ’67; l’azione della polizia fu inesorabile, quanto spettacolare: 79 arresti, circa 200 fogli di via e soprattutto per disinfestare la zona furono usati, secondo le cronache del tempo, 500 litri di DDT. Con lo sgombero dell’«inverecondo bivacco» (per riprendere un sottotitolo sempre del “Corriere”)[7], si può dire che terminò anche l’esperienza beat milanese[8]. Inoltre l’uscita di lì a poco del 5° numero (ma in realtà il 7° dato che i primi due furono il numero 0 e il 00) della rivista “Mondo beat” per l’editore Feltrinelli determinò una spaccatura all’interno del movimento, con alcuni “scissionisti” che risposero a tale iniziativa, considerata poco underground e molto mainstream, con la pubblicazione di un foglio alternativo (che cambiava nome ogni volta per sfuggire alle normative sulla stampa e all’obbligo del direttore responsabile usando la dizione «numero zero in attesa di autorizzazione»)[9] denominato in successione “Urlo beat”, “Grido beat”, “Urlo Grido Beat”, “Parentesi beat”. Con il ’68 alle porte, iniziò un vero proprio esodo all’interno del movimento beat, con alcuni dei suoi esponenti che partirono per l’Oriente (soprattutto India e Afghanistan)[10], mentre altri preferirono allontanarsi da Milano per dar vita a comuni in campagna, e particolarmente nota fu quella di Ovada[11].

I primi beat, di estrazione sociale per lo più proletaria, erano comparsi a Milano alla metà degli anni ’60[12], ritrovandosi dalle parti di piazzale Brescia per muovere successivamente verso il centro, e fissando il loro punto d’incontro dapprima presso la metropolitana di Cordusio e poi in piazza Duomo sotto la statua del “pirla a cavallo”, così come veniva definito il monumento a Vittorio Emanuele II nello slang beat. Nell’autunno del ’67 i beat affittarono uno scantinato in via Vicenza – presto denominato secondo suggestioni estere “la Cava” – che divenne da subito il punto di riferimento del movimento italiano. I beat si legarono ai cosiddetti provos milanesi – i situazionisti dell’“Onda verde”[13] nelle cui fila figura di riferimento è Andrea Valcarenghi, futuro fondatore di “Re Nudo” – dando vita assieme ad una serie di manifestazioni pacifiche; particolarmente riuscite risultarono quella antimilitarista del 4 novembre ’66, quella del 27 novembre ’66 contro i fogli di via, e quella del 6 maggio ’67 durante la quale vennero trascinate per il centro di Milano una serie di bare bianche e lunghe catene per protestare con la guerra in Vietnam. Nelle manifestazioni beat e provos s’intrecciavano tematiche esistenziali provenienti dal modello americano degli hippies a concrete battaglie politiche a favore di maggiori diritti civili; l’obiettivo non era certamente quello, per così dire, di prendere il potere, quanto quello di combattere con le armi underground della provocazione e della non violenza la società tradizionale[14].

Il movimento beat milanese diede vita ad un’interessante proliferazione di testate underground, fra le quali si distinsero, oltre al già citato “Mondo Beat”, “Pianeta Fresco” e “S”. Fra i 3 giornali, “Mondo beat” fu il foglio più politico[15]; nelle sue pagine si ritrovano alcuni temi portanti delle future proteste sessantottine e degli anni seguenti quali il pacifismo, l’antimilitarismo, l’obiezione di coscienza, il libero amore, il diritto al divorzio, all’aborto, alla pillola in un contesto di generale critica alla politica tradizionale – anche quella dei partiti di sinistra – ed una esaltazione della vita in comune per superare definitivamente gli stereotipi della famiglia, della società, della buona educazione tradizionalmente intesi[16]. Inoltre inizia già ad emergere quella passione per l’Oriente che influenzerà le scelte esistenziali di una parte non trascurabile della gioventù del decennio successivo. “Pianeta fresco” – nato per iniziativa della ‘madrina’ del beat italiano, ossia Fernanda Pivano (direttrice «responsabile» della rivista, mentre direttore «irresponsabile» risultava Allen Ginsberg), e il cui primo numero uscì nel dicembre del ’67 – si distinse da “Mondo beat” per un tono sicuramente più intellettuale affrontando tematiche proprie dell’underground americano quali la possibilità e la libertà di poter espandere la propria conoscenza tramite l’uso di sostante psicoattive, e un più esplicito misticismo attento ovviamente a religioni e filosofie orientali. Da “Pianeta fresco” sparivano quei concreti problemi esistenziali presenti invece su “Mondo beat”, quali la fuga da casa, la repressione da parte del sistema, il bisogno di socializzazioni alternative, mentre si parlava in termini teorici di de-condizionamento culturale, di nuove visioni apprese tramite viaggi allucinogeni. Si abbandonava la materialità della strada dove si era formato il movimento beat, per concentrarsi su happening e readings dove si venne a creare, sia pure in forma elitaria, una originale intellettualità underground[17]. In maniera simile, anche la situazionista “S”, il cui primo numero vide la luce nell’ottobre 1967, fece fare un salto di qualità da un punto di vista culturale al movimento underground non solo milanese, visto che fu diffuso anche in altre città italiane; nelle sue pagine, ricercate anche da un punto di vista grafico, vi era sì una ripresa di alcune tematiche protestatarie già comparse su “Mondo beat”, ma ora presentate secondo una prospettiva sicuramente meno elementarmente schematica; tale era ad esempio l’appello ad un’opera di deculturizzazione per difendersi dalla Cultura imposta dal sistema, tramite giochi di parole, ambiguità fra accaduto e immaginato, détournement di passata consuetudine dadaista[18].

Nicola Del Corno in

http://rivista.clionet.it/vol1/dossier/beat_punk_underground/del-corno-dai-beat-ai-punk-dieci-anni-di-controcultura-a-milano

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