Il Teatro Cabaret

Franco Nebbia nacque a Roma il 15 dicembre 1927 da una famiglia marchigiana, frequentò il liceo e si iscrisse alla facoltà di medicina. La passione per la luce però era più forte: alla sera suonava con gli amici e, al quarto anno, lasciò l’Università, si dedicò a tempo pieno alla musica, fece parte di alcune formazioni importanti. Nel 1950 fondò con Carlo Loffredo a Roma la Roman New Orleans Jazz Band, che spopolò: quando Louis Armstrong passava da Roma la jam session con la jazz band di Nebbia non poteva mancare. Nel 1952, grazie al fortunato incontro con i Gobbi (Alberto Bonucci, Vittorio Caprioli e Franca Valeri) con i quali lavorò per un anno, scrivendo musiche di scena per il loro primo Carnet de notes.  Nebbia diventò in pochi anni uno dei più richiesti pianisti della capitale, lavorò quindi all’Osteria dell’Orso, un locale per miliardari, frequentato da americani e da personaggi della dolce vita romana.   Verso la fine degli anni ’50 Laura Betti presenta lo spettacolo Giro a vuoto, un recital di canzoni scritte da nomi come Alberto Moravia, Pierpaolo Pasolini, Alberto Arbasino, Fabio Mauri e altri. Le stesse sono musicate da Fiorenzo Carpi, Gino Negri, Piero Umiliani e per l’appunto Franco Nebbia.

Nel 1960 Franco Nebbia viene assunto dalla Compagnia Italiana Grandi Alberghi di Venezia che si accolla la penale per la rottura del contratto con l’Osteria dell’Orso. Nebbia suona al salone della Mostra del Cinema del Lido di Venezia, quindi si trasferisce a Milano dove diventa l’animatore del piano-bar dell’Hotel Principe di Savoia. Nella nostra città Nebbia arrivò con la famiglia, la moglie Velia e i figli Antonello e Sivia, lavora per tre anni all’Hotel Principe di Savoia, contemporaneamente compone musiche per teatro, fa qualche apparizione al Derby Club, e frequenta un certo ambiente culturale. E’ la Milano bohemienne, intellettuale, capitale della cultura, dell’editoria, dello spettacolo, Nebbia frequenta personaggi del calibro di Luciano Bianciardi, Enrico Vaime, Maria Monti, Sandro Bajini e altri grandi del mondo della cultura milanese.

Sensibile precursore dei tempi (nel Nord si stava formando il Cantacronache) Nebbia si dedica con molta passione alla canzone impegnata, usando spesso chiavi surreali;  gradualmente Nebbia si rende conto che la sua strada è quella del teatro letterario, della propagazione di un certo modo di vedere la vita, della proposizione di una certa chiave teatrale. Lascia così il piano-bar per aprire un suo locale. Approfittando del momento culturalmente vivace che il capoluogo ambrosiano stava vivendo, fonda il Nebbia Club, in piazza Pio XI, da artista diventa gestore: deve recitare, ma anche scegliere gli artisti, assumere i camerieri (anche se all’inizio sono gli stessi artisti a servire), deve pagare i fornitori e tenere la contabilità. Gli è accanto la moglie Velia, che presto si rivelerà un’ottima organizzatrice e amministratrice: “mia madre – ricorda il figlio Antonello – ha inventato gli spaghetti di mezzanotte, che veniva offerti a tutti gli ospiti, li preparava con le sue mani”.    Il Nebbia Club viene inaugurato il 3 settembre 1964, un anno dopo si trasferì in Via Canonica, Nebbia inizia a confezionarsi, da solo, i testi, pur affidando a terzi musica e regia. Allo spettacolo affianca il ristorante: “avevamo trovato una cuoca meravigliosa – racconta la moglie Velia – si chiamava Nina, romana lei, romani noi: facevamo le più buone penne all’amatriciana e spaghetti alla garibaldina”. La definizione di “Teatro Cabaret” in Italia non esisteva. Il Nebbia club nacque appunto (e fu registrato per primo negli atti burocratici) come primo Teatro Cabaret italiano. Negli anni successivi la critica gli riconobbe unanimemente il ruolo vuoi di “pioniere” o di “capostipite” o caposcuola vuoi ancor più schiettamente quello, appunto, di padre e iniziatore di questa nuova forma teatrale, il Cabaret italiano appunto, e lo fece con migliaia di recensioni ed articoli a lui dedicati.   Con i suoi “atti unici satirici”, con le sue “commedie patafisiche” e più in generale con il suo modo di fare teatro, con lo stile surreale dei monologhi, con le invenzioni linguistiche, con la sottile satira politica etc. Nebbia fece scuola nel senso più stretto del termine, dando avvio ad una stagione nuova per il linguaggio teatrale che ancora si esprime, come tutti sanno, con estremo vigore (non c’è ormai emittente televisiva che non dia spazio ad uno o più spettacoli di “Cabaret”).
Ma la quasi totalità di queste riproposizioni , seppure diverse tra loro e variamente articolate, adotta appunto in maniera piena e rigorosa il linguaggio, i tempi, le modalità recitative e di scrittura, gli stilemi, la vena satirica e grottesca, nei casi migliori anche il gusto del non-sense e dell’assurdo, così come vennero stabiliti e codificati ormai 40 anni fa nel teatro di Franco Nebbia. Al primo Nebbia club fu messa in scena anche Cantando e ridendo che male ti fo di Dario Fo per la regia di Arturo Corso.   Quelli legati al cabaret per Nebbia però furono anni duri: “cominciammo con problemi finanziari – ricordava la moglie – all’inizio non veniva nessuno e tutti noi ci davamo per spacciati. Poi, grazie forse a qualche giornale, si cominciava a parlare di noi. E venne anche il nostro momento d’oro: ogni sera c’era l’esaurito. Tutti volevano assistere a quegli spettacolini bislacchi, a quelle satire graffianti, a quelle dissacrazioni ironiche, divertirsi a quelle battute pungenti, a quelle profanazioni di luoghi comuni e di argomenti fino ad allora intoccabili e intoccati. Ai problemi finanziari si sostituirono quelli con l’autorità. Ogni pretesto era buono per metterci i bastoni fra le gambe; i rumori, la porta che si apriva verso l’esterno anziché verso l’interno, gli orari, tutto insomma, pur di disturbarci. Fare dell’umorismo sul Papa, prendere in giro i colonnelli greci, parlare dei morti di Reggio Emilia, parlare di scioperi e di polizia voleva dire rischiare grosso. La Questura trovava qualsiasi appiglio. Ricordo quando mio marito invitò un giornalista del Corriere ad uscire, ancora prima che lo spettacolo fosse iniziato si era permesso di fare degli apprezzamenti. Forse fu, quella, una delle poche volte che Franco perse la pazienza. Da allora il quotidiano di via Solferino non si è più interessato a noi, ci ha letteralmente ignorati”.   Intanto Nebbia scriveva canzoni, una di esse, Vademecum tango, prima canzone che giocava sul latino per creare un effetto di stravagante comicità, fu la sigla del più importante programma del palinsesto RAI di quell’anno  e cioè del programma del sabato sera abbinato alla lotteria di capodanno L’amico del giaguaro che ebbe come presentatori Raffaele Pisu e Marisa Del Frate.

segue su http://www.storiaradiotv.it/franco%20nebbia.htm

http://youtu.be/XpaJA8H4Tvw

(Vaime-Nebbia)

VADEMECUM TANGO
Mutatis mutandis
absit iniuria verbis
temporibus illis
obtorto collo tango.

Ubi maior minor cessat
talis pater talis filius
motu proprio ad maiora
ahi vademecum tango
ad usum delphini.

Ubi maior minor cessat
talis pater talis filius
motu proprio ad maiora
ahi vademecum tango
sed alea iacta est.

Memento audere semper
mala tempora currunt!

Per aspera? ad astra
parva sed apta mihi
horribile visu
sed ex abrupto tango.

Ubi maior minor cessat
talis pater talis filius
motu proprio ad maiora
ahi vademecum tango
ad usum delphini.

Ubi maior minor cessat
talis pater talis filius
motu proprio ad maiora
ahi vademecum tango
sed alea iacta est.

Ubi maior minor cessat
talis pater talis filius
motu proprio ad maiora
ahi vademecum tango
ad usum delphini.

Ubi maior minor cessat
talis pater talis filius
motu proprio ad maiora
ahi vademecum tango
sed alea iacta est
ipso facto magna pars.

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