Carosello

Per il cast di “Salomone pirata pacioccone” vedi:
http://www.mondocarosello.com/html/fabbri_1966.html

In un’ estate del 1983, Marco Giusti, il futuro autore di Blob e studioso di cinema e pubblicità, entrò nel reparto Sacis di via del Babuino: scopo immediato realizzare per la Mostra del Cinema di Venezia un montaggio di Caroselli d’ autore. Finirà per restare molto più a lungo del previsto tra pizze e moviole, schedando vent’ anni di telecomunicati. Un’ ossessione (nello stesso periodo in cui viveva sommerso a via del Babuino, Giusti conobbe sua moglie: e alla domanda di rito del futuro suocero: “Che lavoro fa, giovanotto?”, fu costretto a dire la verità: “Guardo Carosello”). Oggi l’ ossessione è diventata libro: anzi, Il grande libro di Carosello, che esce per Sperling & Kupfer (pagg. 620, lire 49.000). Non un saggio, ma un preziosissimo catalogo di tutte le serie realizzate, divise per ditte di committenza e accompagnate dai nomi di agenzia, casa di produzione, autori, realizzatori, interpreti, anni di messa in onda, con “codino” di valutazione dove si segnalano culto, interesse, fascino, ricordo. “Ricordo è la parola chiave, a proposito di Carosello”, dice Giusti. “Per chi ha più di 35 anni Carosello è la televisione ed è l’ infanzia. Perché dentro c’ è tutto, come nel mondo duplex di Nembo Kid: c’ è il cinema, c’ è la radio, il varietà, la televisione stessa, l’ industria con le invenzioni dell’ Italietta di allora. C’ è il Moplen e accanto, magari, Moravia (intervistato da Mike Bongiorno per lo shampoo Plix, nel 1957, ndr). E tu, bambino, eri parte integrante dello show in quanto spettatore privilegiato: un effetto del genere esiste soltanto per Stanlio e Ollio, che sono sempre stati “visti”, dai tuoi genitori come dai tuoi figli, e sono sempre uguali a se stessi. Diciamo che cambiano soltanto i modi di ricordare: nostalgico quello dei quarantenni, rivalutativo in chiave trash quello dei trentenni. Ma anche chi è bambino oggi non sfugge a Carosello. Striscia la notizia, che è il suo vero erede, ha assunto la stessa funzione: il teatrino, brevissimo, che segna la fine della giornata. E’ soltanto una questione di orario? “Naturalmente no. Il fascino di Carosello, oltre che nella sua caratteristica di mini-palinsesto, sta nella gara. E’ una cosa che ho capito adesso, mentre preparo per Mario Maffucci e Pippo Baudo uno spettacolo su Carosello che andrà in onda su Raiuno. Baudo ha avuto l’ idea di strutturare il programma come una gara. E lo era: da bambino, alla fine di ogni Carosello, io dividevo gli spot in belli e brutti. Esattamente quello che volevano i suoi ideatori: Carosello significa proprio torneo di cavalieri. Ma ha anche altri significati: in napoletano è la palla di creta di un antico gioco di origini arabe, oppure è il salvadanaio. E carusiello è il bambinetto con la testa ancora pelata. Insomma, nel nome c’ è già tutto: il bimbo, i soldi, il gioco, il torneo, Napoli. Straordinario”. Dentro Carosello c’ erano molte altre cose: per esempio fior di scrittori e di registi dell’ epoca. Oggi la collaborazione di un intellettuale ad uno spot non sarebbe così pacifica, o sbaglio? “No, ma semplicemente perché i pubblicitari non saprebbero cosa farsene, mentre probabilmente gli intellettuali accetterebbero subito. In quegli anni il rapporto fra la casa di produzione e la ditta era molto casalingo, padronal-familiare. Il cavalier Gazzoni dell’ Idrolitina e Marcello Marchesi si sfidavano a trovare le rime. Scrivevano autori di varietà, come Terzoli e Vaime, Garinei e Giovannini, ma anche Malerba, ma anche Campanile, ma anche giornalisti del Corriere della Sera come Guglielmo Zucconi e Franco Di Bella. Francesco Alberoni era consulente della CPV e lavorò ad una bellissima serie della Barilla con Mina protagonista. Ma questo era giusto: la pubblicità integrava le idee dell’ uomo di cultura, e allo stesso tempo gli dava da vivere. Le fratture sono successive: una è politica, e risale agli anni Settanta, quando si scoprì che certi registi considerati di sinistra come Amelio, i fratelli Taviani, Olmi, Maselli, Bolognini, Patroni Griffi, giravano spot. Vennero chiamati ‘ quelli di Motta Continua’ . L’ altro fattore è stato il cambiamento della pubblicità stessa, con l’ arrivo delle grandi agenzie e dei creativi”. Quali scoperte hai fatto visionando vent’ anni di Caroselli? “Per esempio un provino a Orson Welles per la Rhodiatoce. Lo chiamò Pino Peserico, direttore della Cinetelevisione, alla fine degli anni Sessanta. I responsabili della Rhodiatoce non sapevano chi fosse, non avevano mai visto Quarto potere, e tuttavia Peserico riuscì a chiamarlo a Venezia e ad ottenere, dopo trenta whisky and soda e l’ offerta di un milione, a girare un provino come protagonista. Non piacque, e la serie non si fece più. Oppure, la serie pasoliniana girata da Ettore Scola per il cerotto Johnson: aveva sempre negato di aver fatto pubblicità. Ancora, il carosello con Silvio Berlusconi, non si riesce a capire per quale ditta, ma Peserico ricorda di averlo pagato 11 mila lire. Però, più che il gusto delle scoperte, mi ha supportato quello di rimettere a posto i tasselli del mosaico. A me piace scrivere, ma a volte penso che la vera scrittura sia questa: ricostruire, catalogare, partendo dai frammenti, dando una storia a cose belle che gli spettatori ricordano, ma che l’ 80 per cento delle persone che vi hanno preso parte non ricorda di aver fatto. O magari nega: senza sapere che a volte quei due minuti hanno più valore del film di due ore di cui lo stesso regista va fiero”. – di LOREDANA LIPPERINI

in http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1995/10/23/storia-di-carosello-lo-spot-servito.html

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