Capitalismo famigliare

Il “caso italiano” che ha portato alla tumultuosa crescita economica degli anni sessanta è caratterizzato da un paio di specificità: le partecipazioni statali e il capitalismo famigliare.
Il sistema delle partecipazioni statali è stato praticamente smantellato e qualcosa del capitalismo famigliare ancora persiste, purché si pieghi alle esigenze della finanziarizzazione dell’economia.
In questa sede citiamo un paio di libri utili a chi voglia approfondire l’argomento, entrambi di Andrea Colli:

Capitalismo famigliare, Il Mulino, 2006 155pp

La teoria economica e manageriale tradizionale e il giornalismo specializzato riconoscono alle imprese familiari (in cui una famiglia mantiene il controllo di una porzione di capitale sufficiente a influenzarne in misura significativa le strategie) una ridotta capacità competitiva, almeno al di fuori dei settori tradizionali a minore contenuto tecnologico. La loro, perciò, sarebbe una presenza residuale. In tempi più recenti, indagini empiriche, studi di business history e di economia aziendale, ma anche ricerche sociologiche, politologiche e psicologiche hanno complicato ampiamente il quadro, mettendo in luce l’estrema differenziazione nel mondo delle imprese familiari, nonché gli innegabili successi che molte di queste sono riuscite a centrare, anche in tempi assai recenti. Andrea Colli offre un’utile messa a punto della questione, muovendosi con competenza nell’enorme mole di materiali teorici ed empirici. Sottolinea come i limiti e le debolezze proprie del capitalismo familiare sono bilanciati da alcuni elementi di forza, tra cui la ricerca della stabilità, la preservazione di strategie di lungo periodo, la flessibilità e rapidità nelle decisioni e l’autonomia da risorse finanziarie esterne. Proprio queste qualità hanno consentito a quella tipologia di impresa di non esaurire la propria funzione nelle fasi di industrializzazione, ma di conservare un ruolo rilevante anche nelle odierne economie avanzate. Questo, almeno, è quanto si è verificato quando essa si è trovata a operare in contesti legislativi, politici, finanziari e culturali favorevoli. Così è accaduto in Europa continentale e in Asia, dove il capitalismo familiare persiste saldamente all’interno dei settori a elevata intensità di capitale della seconda e terza rivoluzione industriale. Esemplare, in tal senso, è il caso italiano, cui Colli dedica l’intero capitolo finale.
  Alessio Gagliardi, recensione de “L’indice”

Il quarto capitalismo.Un profilo italiano, Marsilio, 2002, 118pp.
L’indiscutibile affermazione di un ampio nucleo di imprese di dimensioni intermedie ha contrassegnato l’economia italiana degli anni novanta. La rilevanza di tale fenomeno che è stato definito “quarto capitalismo” per distinguerlo dalle imprese pubbliche dalle grandi imprese private e dalle piccole imprese dei distretti ha inevitabilmente reso necessario superare i tradizionali modelli interpretativi che volevano l’apparato industriale italiano polarizzato fra grandi attori da un lato e piccoli dall’altro. Utilizzando le analisi di numerose vicende aziendali e ricorrendo ai metodi di indagine della business history Colli tenta un inquadramento del fenomeno sinora scarsamente studiato prestando particolare attenzione alla prospettiva diacronica. La ricerca mette in evidenza la molteplicità di percorsi evolutivi ma anche il ricorrere di alcuni tratti comuni: il forte legame con l’ambiente circostante l’ampia diffusione della forma organizzativa di gruppo il prevalente ricorso all’autofinanziamento e lo scarso peso della presenza in Borsa la persistenza del tradizionale modello di proprietà e controllo famigliare e soprattutto l’accentuata internazionalizzazione che fa di queste imprese delle vere e proprie “multinazionali tascabili”. Dalla lettura di queste pagine si trae l’impressione che nonostante i successi i limiti che il “quarto capitalismo” ha palesato (il rapporto problematico con la forza lavoro e la frequente assenza di un maturo sistema di relazioni sindacali la mancanza di un’azione consapevole e collettiva a livello associativo e di un rapporto solido con la politica e le istituzioni) rendano al momento scarsamente plausibile l’ipotesi che esso possa assumere quel ruolo trainante del sistema produttivo nazionale che la grande impresa non sembra più in grado di ricoprire.
Alessio Gagliardi, recensione de “L’Indice”
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