Copertine vinili

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Mina

Mina Anna Mazzini nasce il 25 marzo 1940 a Busto Arsizio, ma quando lei ha tre anni la sua famiglia torna a Cremona. Il suo debutto musicale arriva nel 1958 a Forte dei Marmi, quando canta “Un’anima pura”; i pochi rimasti nel locale rimangono attoniti dalla bravura della cantante. A ottobre di quell’anno Mina inizia a cantare con gli Happy Boys, fino a quando il discografico David Matalon non le propone di incidere dei brani tanto in italiano – a nome Mina – che in inglese – con lo pseudonimo di Baby Gate. In seguito Mina fonda i Solitari, complesso con cui continua ad esibirsi in giro per l’Italia e fa le sue prime apparizioni televisive: al “Musichiere” prima, poi a “Lascia o Raddoppia!” e in altri programmi. La sua versione di “Nessuno”, brano lanciato da Wilma De Angelis, la trasforma per i giovani nella “regina degli urlatori” e dal 1959 arrivano i primi riconoscimenti: Juke Box d’oro, Microfono d’oro, il debutto nel cinema con “Urlatori alla sbarra” e, finalmente, nel 1960, Sanremo. “Il cielo in una stanza”, nell’estate di quell’anno, convince anche i più scettici sulle sue qualità, e la Rai le offre un programma in sei puntate intitolato “Sentimentale” e “Due note” la sigla di coda di “Canzonissima”.
Nel 1961 Mina torna a Sanremo logorata da due anni di superlavoro: le critiche ricevute per il brano “Le mille bolle blu” la indeboliscono al punto da farle giurare di non mettere più piede a Sanremo e di limitare i rapporti con la stampa. Ma è soltanto un attimo: arriva la popolarità di “Studio uno”, il programma tv che la consegna alla storia e poi, nel 1962, il successo di “Renato” e un’altra sigla per “Canzonissima”.
Arriva lo scandalo: nel 1963 Mina ha un figlio, Massimiliano, dall’attore Corrado Pani, sposato con un’altra donna. La relazione e la nascita del figlio le costano una quarantena da parte della RAI e le accuse bigotte di parte della stampa. La tv torna ad accoglierla nel 1964 con il programma “La fiera dei sogni”, mentre nel 1965 Mina lavora a una nuova edizione di “Studio Uno”, dove canta, tra le altre cose, “Brava”, un brano scritto appositamente per lei da Bruno Canfora. Al successo televisivo si affianca quello radiofonico di “Gran Varietà”, dove Mina lancia brani come “Se telefonando”, e di “Pomeriggio con Mina”. Nel 1967 Mina apre la propria etichetta discografica, la PDU. Nel 1970 unisce le proprie forze a quelle di Battisti e Mogol, cantando le loro “Insieme”, “Io e te da soli” e “Amor mio”. Nel 1971 lancia un altro successo, “Grande grande grande”, che porta la firma, tra gli altri, di Tony Renis. Nel 1972 è la volta di “Parole parole”, sigla finale di Teatro 10 cantata in coppia con Alberto Lupo, mentre in estate è ancora alla Bussola, dove registra una serie di concerti per un disco e uno special tv. A fine anno esce il suo primo album doppio, da quel momento un appuntamento fisso con i suoi fan.
Già da qualche tempo la cantante inizia a diradare le sue apparizioni pubbliche, e il suo ultimo passaggio tv si ha in occasione del programma “Milleluci”, dove Mina divide il palco con Raffaella Carrà e canta la sigla di coda “Non gioco più”. Nel 1978, dopo sei anni di lontananza dai concerti, Mina torna per una serie di show alla Bussola, ma dopo i primi 13 esauriti le serate vengono interrotte perché si ammala. È l’ultimo exploit in pubblico di Mina, che da allora rifiuta di cantare fuori da uno studio di registrazione. Negli anni ’80 e ’90 nulla interviene a modificare il ritmo regolare con il quale Mina pubblica il suo doppio album annuale, intervallato soltanto da qualche raccolta (DEL MIO MEGLIO) o da qualche monografica (MINACANTALUCIO, MINA CANTA NAPOLI, MINA CANTA I BEATLES). La consuetudine dei doppi album si interrompe nel 1996, quando esce CREMONA, un album singolo, seguito nel 1998 dall’enorme successo di MINA-CELENTANO, inciso in coppia con il “Molleggiato”.
Nel 2001 c’è l’evento. Mina si fa riprendere in studio durante la registrazione di un tributo a Modugno che esce di lì a poco. Il filmato di un’ora viene diffuso però solo attraverso Internet. A seguire esce l’ennesima raccolta, MINA, LA STORIA, IL MITO (che comprende anche alcune canzoni degli esordi della cantante) e poi, a fine ottobre 2002, l’atteso album di inediti VELENO, dodici canzoni pop scritte per Mina da Zucchero, Giancarlo Bigazzi, Samuele Bersani, Daniele Silvestri e altri ancora. Il 14 novembre 2003 viene pubblicato NAPOLI SECONDO ESTRATTO. Il titolo rimanda a NAPOLI, il disco che Mina ha pubblicato nel 1996, nel quale rileggeva dieci episodi del repertorio classico e moderno della canzone partenopea. Come NAPOLI, anche NAPOLI SECONDO ESTRATTO è un “live in studio”, dalla veste sonora più essenziale che mai (questa volta si tratta di un quartetto jazz).
Dopo BULA BULA, disco con dodici canzoni che portano firme di nomi noti e (semi)sconosciuti, a fine 2005 Mina si proclama L’ALLIEVA di Frank Sinatra, al cui repertorio di ballad è dedicato il disco omonimo. Il 24 novembre 2006 esce BAU, tredici brani scritti per Mina da vari autori tra cui si distinguono Andrea Mingardi e Maurizio Tirelli. Nel 2007 esce LOVE BOX un ulteriore box antologico con le sue più belle canzoni d’amore e nello stesso anno duetta con Miguel Bosè rivisitando in lingua spagnola “Acqua e sale” – canzone portata al successo con Adriano Cementano – che diventa “Agua y sal”. Il 21 settembre 2007 esce TODAVIA, che contiene quattordici tracce, dodici delle quali sono delle cover dei suoi brani in lingua spagnola. A novembre Mina duetta anche con Giorgia in “Poche parole”, brano contenuto all’interno di STONATA, album della cantante romana. Nel 2009 esce FACILE, l’omonimo singolo cantato in coppia con il cantante degli Afterhours, Manuel Agnelli che è anche l’autore della canzone. Nel 2010 la cantante di Cremona pubblica CARAMELLA, anche in questo album si distingue un duetto, questa volta con il soul man Seal, il titolo della canzone è “You get me”. A fine novembre esce un CD singolo, “Piccola strenna”, contenente i 4 brani inediti incisi per il film di Aldo Giovanni e Giacomo “La banda dei babbi natale”. Contemporaneamente escono per Carosello due triple raccolte, RITRATTO: I SINGOLI VOL. 1 e RITRATTO: I SINGOLI VOL. 2, che contengono accoglie il meglio del repertorio della cantante tra la fine degli anni 50 e gli anni 60, ovvero tutti i singoli incisi per la ItalDisc.
Dopo PICCOLINO del 2011 a cui partecipano diversi autori come Andrea Mingardi e Giuliano Sangiorgi, a dicembre 2012 arriva nei negozi AMERICAN SONG BOOK. Un anno dopo è la volta del nuovo capitolo discografico dell’artista MINA CHRISTMAS SONG BOOK, album dal vivo in cui Mina interprete nuovamente canzoni natalizie. Nel 2014, dopo avere concesso a Mondo Marcio la possibilità di costruire l’album NELLA BOCCA DELLA TIGRE sui campionamenti delle proprie canzoni, arriva un nuovo disco di inediti, il primo in tre anni: si intitola SELFIE e contiene “La palla è rotonda”, canzone scelta dalla RAI come sigla ufficiale delle trasmissioni legate ai mondiali di calcio brasiliani.
Il 23 marzo 2018 esce MAEBA che contiene ” ‘A minestrina” scritta per Mina da Paolo Conte che duetta con lei.

https://www.rockol.it/artista/mina/biografia

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Aldous Huxley

Le sue idee furono le fondamenta su cui si costituì lo Human Potential Movement. In un discorso tenuto nel 1961 alla California Medical School di San Francisco, Huxley disse che “ci sarà in una delle prossime generazioni un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici”.

La visione di Huxley sul ruolo della scienza e della tecnologia (come lui lo descrisse, per esempio, ne L’isola) sono analoghe a quelle di altri noti pensatori britannici del Novecento, quali Lewis Mumford, l’amico di Huxley Gerald Heard e, in qualche modo, Buckminster Fuller. Tra i continuatori di questa linea di pensiero nelle successive generazioni si annovera Stewart Brand.

Il 12 maggio 1961 un incendio divampato nella sua casa distrusse tutti i suoi libri e le sue carte. La perdita fu una prova durissima. Sul suo letto di morte, incapace di parlare, chiese alla moglie per iscritto di ricevere un’iniezione intramuscolare di 100 microgrammi di LSD, accompagnando il suo trapasso con la lettura di passi del Libro tibetano dei morti. Fu accontentato e spirò la mattina seguente, il 22 novembre 1963, lo stesso giorno in cui morirono anche John F. Kennedy e C.S. Lewis.

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Eterogenesi dei fini

In pratica la mia generazione nel 1966 usciva da selettivi studi umanistici (liceo classico) e veniva avvertita dai francofortesi dei pericoli di un condizionamento,  che si è puntualmente verificato ed anzi è diventato l’asse portante della dittatura liberista

Quale la premessa, la radice di tale paradosso? La risposta è rinvenibile nelle pagine ancora attuali di Theodor Adorno e Max Horkheimer (Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1966) sul potere contemporaneo che si è imposto dal 1945 ricorrendo attraverso i Mass Media a un’azione “preventiva” di condizionamento che, abituando l’individuo ad una ricezione passiva e meccanica dei messaggi, gli introgetta un’immagine predeterminata, univoca ed asettica della realtà che “lo persuade” ad adottare un tipo di linguaggio e di comportamento impersonale e stereotipato, con l’effetto finale di inibirgli sia le funzioni immaginative che quelle critico-riflessive.

Una persuasione, quindi, non meno violenta della forza coattiva ma molto più sottile, paralizzante, insidiosa e inattaccabile che fa della democrazia un democratismo il quale trae la sua linfa vitale nel determinismo che rigetta, per sua natura, qualsiasi intellettualità o filosofia.

Destrutturata la cultura, insomma, l’individuo stesso viene usato indiscriminatamente a fini demagogici e di potere, senza mai contare, più di tanto, nella pratica di una decisione politica trasformando gli epigoni dei censori del Secondo dopoguerra in “gerarchi” del pensiero unico, mezze-figure, capipopolo senza scrupolo dediti esclusivamente alla soddisfazione di ambizioni insaziabili e al proprio tornaconto personale. Figure deprecabili, certo, ma che purtroppo confermano, non a caso, l’assunto di Voegelin (Die Neue Wissenschaft der Politik, Monaco, Anton Pustet, 1959), secondo il quale ogni società riflette nel suo ordine il tipo di uomo del quale si compone.

In effetti, di questi tempi, a ben guardarci intorno, di gente così – sciaguratamente – se ne vede parecchia in giro.

Fonte: Il Pensiero Forte.it

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Il biomedicale di Mirandola

Covid-19: aziende in prima linea, come ha reagito all’emergenza il più importante distretto biomedicale italiano” è l’istant book scritto da Alberto Nicolini e dalla redazione di Innovabiomed Magazine (composta da Alice Sabatini, Giacomo Borghi e Gian Paolo Maini) uscito oggi edito da ANG Group. Era il 1962 quando, grazie alle straordinarie capacità del dottor Mario Veronesi, prendeva vita nella parte più a Nord della provincia modenese il Distretto Biomedicale Mirandolese, una realtà composta di persone e mani, laboriose e intelligenti, che oggi conta circa 4mila addetti distribuiti su un centinaio di aziende. Dai primi anni sessanta il Distretto si è evoluto e ingrandito anche grazie all’arrivo delle multinazionali del settore. Una cosa però è rimasta immutata: l’approccio delle persone al lavoro, la propensione innata e radicata di questo territorio a rispondere alle esigenze che si presentano, qualunque esse siano. Le aziende hanno affrontato l’emergenza legata al Covid-19 con lo stesso spirito con cui avevano hanno reagito al terribile sisma del 2012. La gente del Distretto, le persone che ne sono essenza e anima – imprenditori, manager e dipendenti – hanno dimostrato ancora una volta grande senso di responsabilità. Non si sono risparmiati le donne e gli uomini del Distretto, hanno lavorato senza sosta nelle retrovie di questa strana guerra al virus. Questo differenzia il settore biomedicale da tutti gli altri: ogni giorno si lavora per il fine più importante, curare il paziente. Perché, prima o poi, pazienti lo saremo tutti. Il libro, arricchito dalla prefazione di Francesca Veronesi, figlia di Mario e Presidente della fondazione Maverx, racconta dunque la storia del Distretto, la reazione della sua gente e delle aziende al sisma del 2012 sino ad arrivare all’emergenza Covid-19 e lo fa tramite interviste alle persone che si sono trovate a combattere una guerra strana, terribile, quella ad un virus che uccideva, senza farsi vedere.

Il libro è in vendita sul sito www.distrettobiomedicale.it e nelle edicole e librerie di Mirandola a 9,50 euro

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Ripartire dal passato

Fossi un intellettuale ne vedrei della opportunità, il problema è semmai esserne all’altezza è in quel “il proprio tempo appreso con il pensiero” che oggi facciamo fatica a coltivare, pare …

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-oggi-guarda-a-ieri-per-pensare-il-domani

Credo che il punto nodale sia rivedere il concetto di comunità: riscrivendo la storia in modo che non sia più competitiva, ma collaborativa…

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Il centrosinistra

s-l1600Ai più giovani o meglio ormai ai 40 enni, l’immagine qui sopra dirà poco o niente e potrà parere solo un  esempio di archeologia monetaria. Eppure chi è stato ragazzo negli anni ’70 sa che con quelle 500 lire ci si potevano  fare tre litri e passa di benzina, almeno fino alla crisi petrolifera, ci si comprava un pacchetto di sigarette estere, persino le inarrivabili Turmac ovali  e a patto di accontentarsi ci si riusciva persino  a fare un pasto. Insomma non erano i 50 centesimi di oggi, ma nell’arco della vita di questo taglio, nato nel 1966, ed eliminato nel 1982  il valore nominale è variato più o meno  dai cinque ai due euro di oggi, ma rapportato al costo reale della vita in molti casi ne poteva valere anche 10. Per questo nell”82 quando fu sostituita da una moneta il valore era ancora tale da giustificare l’uso di un conio bimetallico, il primo al mondo.

leggi tutto su https://ilsimplicissimus2.com/2020/06/11/quando-litalia-andava-in-500-lire/

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La mia generazione

La mia generazione che aveva venti anni cinquant’anni fa non avrebbe mai accettato queste condizioni di detenzione sanitaria. Siccome non eravamo dei mascalzoni come si dice in giro, ci saremmo preoccupati della salute di mamma e papà, ma per non infettarli avremmo fatto certamente un’altra cosa: ce ne saremmo andati tutti da casa, avremmo moltiplicato le comuni di convivenza, avremmo occupato facoltà, scuole fabbriche e chiese, le avremmo difese col fuoco se necessario, e ci saremo divertiti come pazzi mentre qualche nonno se ne andava al creatore.

Franco Berardi Bifo

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-sistema-psico-immunitario-della-generazione-proto-digitale

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Sergio Sollima

Amico di Sergio Leone, negli anni sessanta fu uno dei più noti specialisti del genere spaghetti western, con una particolare propensione alla costruzione approfondita dei personaggi. I suoi western erano considerati “politici”, perché caratterizzati da tematiche sociali, con riferimenti non nascosti alle lotte terzomondiste e a Che Guevara. Al rivoluzionario argentino è ispirato il personaggio di Cuchillo, interpretato da Tomas Milian nel dittico La resa dei conti (1966) e Corri uomo corri (1968), che divenne un simbolo per Lotta Continua e la sinistra italiana[2].

https://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Sollima

Faccia a faccia è un film western all’italiana del 1967 diretto da Sergio Sollima.

Trama

Brad Fletcher, un pacifico professore ammalato di tubercolosi, si trasferisce al sole del Texas per curarsi. Nella locanda che lo ospita si ferma la diligenza che sta trasportando in carcere Solomon Bennet, detto Beauregard, uno dei componenti della temibile banda di fuorilegge chiamata Branco Selvaggio, dispersa e decimata nell’ultimo scontro con le forze dell’ordine. Il bandito, ferito da un colpo d’arma da fuoco, è assetato e si lamenta: impietosito, Brad gli dà da bere e lui, approfittando dell’occasione, lo prende in ostaggio e fugge portandoselo dietro.

Durante la fuga la carrozza su cui viaggiano esce di strada e il conducente muore. Brad si prende cura di Beauregard, salvandogli la vita e cercando in tutti modi di redimerlo, ma Beauregard pensa a rimettere in piedi un nuovo Branco Selvaggio, sollecitato anche da un nuovo arrivato, Charlie Siringo, un agente speciale dell’agenzia Pinkerton incaricato di infiltrarsi nella banda. Beauregard, una volta ricomposto il gruppo, libera Brad, che però – mentre sta attendendo nella città di Purgatory City il treno per lasciare il Texas – spara per la prima a volta a un uomo, salvando la vita al fuorilegge.

Affascinato dalla vita avventurosa Brad decide di unirsi al ricostituito Branco Selvaggio, accorgendosi presto che non è soltanto un gruppo di banditi, bensì lo strumento armato di un gruppo di ribelli che vive nella impervia zona delle Pietre di fuoco. Con il passare del tempo Brad si lascia affascinare dalla violenza e il timido professore lascia il posto a uno spietato assassino. Dopo varie vicissitudini, tra cui una sanguinosa rapina in banca ideata dall’ex professore e un assalto di un gruppo di 500 vigilantes a Pietre di fuoco, conclusosi con una carneficina, è Beauregard a porre fine al suo delirio di onnipotenza, uccidendolo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Faccia_a_faccia_(film_1967)

NOTA-  Anche stavolta Wikipedia non la racconta giusta: il professore fa in tempo a spiegare la differenza tra crimini individuali (sempre puniti ) e crimini di stato (sempre impuniti)

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Futurologia

Correvano allora, e a passo di carica, gli anni ultimi anni Sessanta e i primi del decennio seguente. Nei paesi che avevano subito le ferite della guerra e le fatiche della ricostruzione, si era già fatto registrare il periodo del boom e, malgrado le periodiche ricadute del ciclo economico – in Italia definite eufemisticamente «congiuntura» –, il clima psicologico volgeva all’ottimismo. Era in pieno svolgimento la gara per la conquista dello spazio extraterrestre, si erano moltiplicati – da noi raddoppiati – i canali televisivi e già da un po’ si parlava di cervelli elettronici, enormi cassoni di metallo che sapevano fare rapidamente calcoli quasi inaccessibili alla mente umana. La sigla Ibm cominciava ad avere un significato per molti e la parola «informatica» circolava a largo raggio.
Gli addetti alle previsioni sul futuro si dividevano, all’epoca, in due schiere, seguendo l’imperitura linea di confine tra ottimisti e pessimisti. Più che scontrarsi frontalmente, si spartivano i compiti e i favori del pubblico. I primi, nettamente maggioritari, puntavano sulle infinite meraviglie della tecnica e della tecnologia, sulla potenza dell’atomo, sulle strabilianti innovazioni nel campo delle telecomunicazioni e della mobilità tout court: il fertile genio di Jules Verne veniva estrapolato dalle pagine dei romanzi per ragazzi e si discettava sulla ormai prossima traduzione delle macchine da lui immaginate in strumenti della reale quotidianità (ma c’era anche chi rispolverava l’uomo-uccello di Leonardo da Vinci e il nome Icaro andava per la maggiore). La genetica faceva la sua parte e prendeva l’avvio la scommessa sugli anni che ci sarebbero voluti per vincere le malattie ed assicurare all’umanità, se non l’agognata immortalità, perlomeno una durata record, con una media spinta oltre il secolo. Gli assai meno numerosi scettici ponevano i primi interrogativi su quella che più tardi sarebbe stata chiamata “l’altra faccia del progresso”. Non smontavano il quadro descritto dalla controparte, ma lo corredavano di dubbi. Come sarebbe stato possibile sfamare una popolazione mondiale in costante crescita? Quali costi avrebbero comportato lo spopolamento delle campagne e il proliferare delle fabbriche nei centri urbani? Il Terzo mondo avrebbe retto l’impatto dell’aumento del già consistente divario di ricchezza rispetto ai paesi “sviluppati”? C’era persino chi metteva in circuito un’espressione fino ad allora riservata a qualche trattato scientifico, «ecologia», associata ad altre parole di recente ingresso nell’uso ordinario, come «inquinamento» e «ambiente».

continua su https://www.ariannaeditrice.it/articoli/profeti-di-sventura

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600 multipla

Presentata il 14 gennaio 1956 al XXXIX Salone di Bruxelles, può di fatto essere considerata una delle antesignane del moderno concetto di monovolume. Dalla “600 Multipla” venne derivato il furgone “600T“, prodotto dal 1962 al 1968, da cui deriverà a sua volta il furgone “850T“.

Era basata sulla Fiat 600 ed ospitava da quattro a sei persone, a seconda del tipo di modello.[2]

Vista laterale con le caratteristiche aperture

La versione 4-5 posti, oltre al sedile anteriore per due persone, disponeva di un unico sedile posteriore-centrale e di un ampio spazio per i bagagli tra lo schienale e il vano motore; abbattendo i sedili, poteva essere trasformata in un letto matrimoniale lungo quasi due metri.

La versione 6 posti, oltre al sedile anteriore per due persone, disponeva di quattro sedili singoli ripiegabili disposti su due file; abbattendo i sedili si otteneva un piano di carico di oltre 1,75 metri quadrati, interamente sfruttabile, al quale si poteva comodamente accedere mediante le due porte, una per ogni lato.

La versione taxi disponeva anteriormente di un sedile solo per il guidatore, al fianco del quale c’era un ripiano rivestito in gomma per appoggiare i bagagli; posteriormente montava invece un sedile unico posteriore e due strapuntini estraibili, per ospitare fino a quattro passeggeri.

Il posto di guida rispetto alla Fiat 600 venne spostato in avanti, eliminando il volume centrale e conferendo alla struttura le sembianze di un’auto da lavoro. Ebbe notevole successo come taxi negli anni sessanta e come piccolo pulmino economico. Nelle sue campagne pubblicitarie la casa produttrice puntava molto anche sul concetto, a quei tempi quasi rivoluzionario, di un’autovettura destinata anche al tempo libero, al camping e ai vari hobby.[3]

La prima serie monta motore 633 cm³, aumentato di cilindrata per la seconda serie (600 D Multipla) a 767 cm³.

La denominazione “Multipla” venne ripresa dalla FIAT, parecchi anni più tardi, in occasione della presentazione e produzione di un’altra vettura, la “Nuova Fiat Multipla“, che offriva sei posti di serie e che ottenne lo stesso spiccato successo dell’antenata nel campo del trasporto pubblico.

https://it.wikipedia.org/wiki/Fiat_600_Multipla

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Non si uccidono così anche i cavalli?

E i deboli?
Quelli che non si illudono di far parte dell’ élite perché gli è concesso di comprare qualche titolo di borsa, si comportano come i protagonisti di quel film di Sidney Pollack del 1969 (avete notato come i film di quegli anni anticipino situazioni che solo oggi si verificano appieno?).
Vi ricordate la trama: un gruppo di uomini e donne cercano di vincere i 1500 dollari in palio per una maratona di danza, ma i superstiti, e probabili vincitori, alla fine decidono di suicidarsi.

paologiatti.eu

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Dylan

Sempre Dylan fu tra le star che risposero all’appello di Michael Jackson, autore con Lionel Richie del brano corale “We are the World”, destinato a raccogliere fondi (campagna “Usa for Africa”) per assistere la popolazione dell’Etiopia colpita dalla spaventosa carestia del 1985. Oggi, a quanto sembra, siamo all’ennesimo appuntamento con la storia: si tratta di disseppellire John Kennedy, per aiutare il mondo a ritrovare il suo stesso coraggio. Cambiare tutto, senza paura: né del coronavirus, né dei suoi ipotetici “sovragestori”, che probabilmente sognano un pianeta di neo-sudditi, schiavizzati dal terrore dei virus (oggi il “corona”, domani chissà), e sottoposti alla dittatura orwelliana di una polizia sanitaria capace di imporre vaccini e microchip, azzerando la privacy e la libertà. Messaggio: il momento è cruciale. La sfida è lanciata: “Murder Most Foul” è nell’aria, ne sta parlando il mondo intero. «State al riparo, e state attenti», si congeda il quasi ottantenne Dylan. «E che Dio sia con voi».

(Giorgio Cattaneo, 5 aprile 2020).

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Asiatica

Del resto la preoccupazione per le malattie nell’epoca dei media non ha più a che fare con la loro gravità intrinseca, ma con l’allarme che suscitano che è ovviamente modulato dal potere. Una pandemia come l’asiatica che fece 20 mila morti solo in Italia nel ’57 ebbe ben pochi titoli e passò praticamente sotto silenzio, tanto che Paolo Monelli su la Stampa scrisse che “il terrore per una gentile influenza è dovuto solo al nome: asiatica”.  Allora il fattore, provato e documentato, che favorì il diffondersi dell’epidemia già durante l’estate fu il trasferimento continuo dei soldati di leva da un’area all’altra del Paese, mentre adesso la paura del coronavirus, così straordinariamente esibita, non impedisce un gigantesco trasferimento di truppe dagli Usa e da altri Paesi europei per le manovre di primavera in funzione antirussa.  Il fatto è, vedete, che le sindromi influenzali non sono mai gentili e sebbene tutti le abbiano prima o poi e spesso parecchie volte nella vita, sono nel complesso le malattie che hanno fatto più morti nella storia conosciuta dell’umanità. Non direttamente, ma nella stragrande maggioranza dei casi facendo collassare i sistemi vitali più compromessi da altre patologie. In realtà visto che esse fanno da 4mila a 10mila morti ogni anno solo lungo lo stivale bisognerebbe prendere severe misure per arginare il contagio tutti gli inverni, mentre questo non accade affatto. Accade adesso invece, nella più grande confusione possibile e nell’ambiguità, per coprire altri tracolli di umanità.

Troppi conti non tornano

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Scuola media unica

Luigi Gui, scomparso in questi giorni a Padova, fu ministro dell’istruzione ininterrottamente dal 1962 al 1968 in governi presieduti da Fanfani, Leone e Moro.

Con lui al ministero dell’Istruzione nacque nel 1962 la scuola media unica che segnò una svolta storica nella giovane repubblica italiana, in quanto dava attuazione al dettato costituzionale dell’obbligo scolastico per la durata di almeno otto anni.

Prima della scuola media unica, era stata la scuola elementare a rappresentare il limite dell’obbligo di istruzione , che si conseguiva con il superamento dell’esame di licenza o con la frequenza scolastica per almeno cinque anni.

Per decenni la scuola media (già ex-ginnasio triennale) era stata scuola di élite a cui si accedeva con un esame di ammissione. In alternativa a quella scuola, per cinque anni potevano proseguire gli studi frequentando scuole di avviamento che avevano normalmente sbocco verso il lavoro.

Con la nascita della scuola media unica prendeva avvio in Italia la scolarizzazione di massa che avrebbe avuto pochi anni dopo la sua massima espansione con la frequenza della scuola secondaria superiore e che, in particolare, avrebbe portato anche le donne ai massimi livelli di istruzione.

Una curiosità: la legge istitutiva (n. 1859 del 31.12.1962) chiamò la scuola media come “secondaria di I grado”, una denominazione che, come si vede, è ritornata.

Gui. Il passo storico della scuola media unica

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Non è colpa del ’68

Siate onesti, entrate nelle case e guardate se i principi deleteri del ’68, così come li cita Guarini non sono entrati in tutte le case al di là di ogni ideologia professata. Allora vuoi dire che dobbiamo scavare più a fondo per capire il Fenomeno. E l’indagine deve svolgersi, senza pregiudizi, su una società per la quale tutti i diritti sono ammissibili. Non sono più le limitatezze economiche a condizionare le scelte delle famiglie, come nella società contadina. Le scelte educative non  scaturiscono più solo dallo stato di necessità, ma debbono diventare scelte culturali coscienti, a volte controcorrente rispetto all’ideologia dell’infinito consumo. Ecco da dove scaturisce il disagio.
Ecco dove ha origine la difficoltà della limitazione o della proibizione. In nome di che cosa
rinunciare se i soldi ci sono? In nome dei principi? Ma se sono principi che valgono solo per esigue minoranze…
Avete provato a negare l’acquisto del telefonino ai vostri figli? Bene, appariranno tra i compagni di banco della loro scuola come dei paria. Alla fine quindi vinceranno loro.
Avete provato a regolamentare l’uso della televisione in casa? Avrete fatto per un po’ la figura degli arretrati che non stanno al passo coi tempi e poi avete ceduto.
Avete provato a comprare vestiti, cartelle, astucci non firmati? Siete sicuramente finiti nelle voragini dell’antimodernismo e alla fine non avete resistito.
Il fatto è che oggi una pedagogia non pauperistica ma basata su principi seri va totalmente
controcorrente e, o si hanno le palle, oppure è meglio lasciar perdere.
C’è un’altra soluzione, ma questa è troppo estrema: non far figli come i preti e le suore. Allora diventa facilissimo educarli.

Giancarlo Maculotti, Lettera dalla scuola tradita, Armando 2008,  p.16

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Panorama

Come testimonianza esemplare di quegli anni abbiamo scansionato in PDF il numero 176 di Panorama del 28 agosto 1969

 

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Piazza Fontana

di Marco Palladino.

Cinquant’anni orsono iniziava la stagione stragista e si inauguravano gli anni di piombo.
17 morti a Piazza Fontana, per i quali, dopo mezzo secolo, stranamente, non ci sono colpevoli.
La stagione del terrorismo iniziava, guarda caso, con l’attacco a banche pubbliche; un segnale fin troppo chiaro per i pochissimi che ragionano, non raccontatelo però agli “insardinati” di ieri, di oggi e di domani; sarebbe come dare perle ai porci. Inutile perdere tempo.
Quella lunga stagione di sangue e attentati continui, terminò, guarda caso, all’alba della stagione europea e dei relativi trattati; nasce l’UE e finisce il terrorismo, finiscono le proteste e le mobilitazioni. Che strano.
Quell’attentato segnò la nostra storia, finì in qualche canzone, in innumerevoli trasmissioni ed in inutili processi.
Fa specie notare come, quell’ ”intellighenzia” che si indignava per quei morti e per quel dolore e parlava di libertà e diritti, ora bacia la stessa mano che quella pagina scrisse e continua a scrivere, fino ai giorni nostri, con il paese ormai in coma, prossimo alla fine. Missione compiuta.
Ma i peggiori nemici non stanno all’esterno, ma all’interno, parlano la nostra stessa lingua e tramano contro il loro stesso sangue.
Una maledizione che ci perseguita dalla notte dei tempi e fu così anche allora: chi si oppose a certi “progetti” finì in una tomba, gli altri fecero carriera, fino ai più alti scranni delle istituzioni, osannati dagli idioti, che non sanno neanche capire il contesto in cui vivono, il cui unico obiettivo è farla franca a danno degli altri; esistenze indegne, che non conoscono onore.
Una macchina infame sempre in produzione quella dei traditori, ce ne una sfornata per ogni stagione, non mancano mai, abbondano persino e fanno a gara tra di loro: solo per restare ai nostri anni, si va dal vile affarista, passando per il “cattolico adulto”, fino agli schiavetti di ieri sera, che approvano il MES, quando avevano dichiarato di volerlo smantellare.
Gli “esterni” non avrebbero mai trionfato, senza il prezioso e decisivo aiuto degli “interni”.
Sono loro che hanno sempre affondato il coltello nel cuore della loro stessa terra, da 160 anni a questa parte, fino alla “vittoria” definitiva di queste ore.
Si, perché ormai si fa davvero fatica a sperare, in questa camera ardente dove ci hanno incatenato.
Dante li fa finire nel IX cerchio dell’inferno, quello di Antenore, il traditore di Troia.
Il problema è la capienza: sono davvero troppi. Sarà dura farli entrare tutti.

da Facebook
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Autostrade d’Italia

Il sistema autostradale italiano è stato costruito per le automobili: all’epoca, circolavano anche i camion, ma non nella misura attuale e né nelle dimensioni.

Dobbiamo riflettere che sistema autostradale, quando fu progettato – fra gli anni ’50 e quelli ’60 – non conosceva ancora l’autosnodato! Il quale entrò in scena soltanto verso la fine degli anni ’60 ma non nei termini odierni: i grandi e pesanti trasporti sulle lunghe tratte, avvenivano per ferrovia!

Attualmente, un autoarticolato pesa, a pieno carico, 44 tonnellate, ossia quanto 44 automobili, ma il problema non è che “un camion vale 44 macchine”, non è questo il problema. Il vero problema è che l’autoarticolato ha un peso per assemassimo di 9,5 tonnellate, ossia è come se passassero, in brevissimo tempo, cinque automobili da 9,5 tonnellate ciascuna, quando un’automobile pesa all’incirca una sola tonnellata e, dunque, mezza tonnellata per asse. Il “tu-tun” che avvertite sui viadotti, vale mezza tonnellata per le auto e 9,5 tonnellate per l’autosnodato.

Lo stress al quale sono sottoposte le strutture è evidente: un martellamento continuo, indifferente al tempo, alle stagioni ed al clima, che disarticola le strutture portanti. Difatti, per i carri ferroviari – che hanno un peso per asse che varia dalle 16 alle 22,5 tonnellate (non molto distante dalle 9,5 di una autoarticolato) – si prevede una strada ferrata appositamente costruita. Invece, 9,5 tonnellate “in continuo” sono considerate una “normalità”. La corruzione e i falsi report “consolatori” redatti dagli ingegneri collusi, hanno poi fatto il resto: difatti, Gavio finanzia la fondazione di Renzi mentre Benetton quella di Toti.

La scelta del cemento, infine, ha fatto il peggio: all’epoca di costruzione del sistema autostradale l’Italia non aveva una sufficiente produzione d’acciaio – difatti, si costruirono ben 4 grandi centri siderurgici e Gioia Tauro doveva diventare il quinto – e lo stesso ing. Morandi che costruì il ponte di Genova era perplesso sulla durata del manufatto, che non prevedeva oltre i cinquant’anni. Ma l’acciaio non c’era e, inoltre, era costoso: l’industria automobilistica si accaparrava la produzione nazionale e lo importava anche da altri Paesi.

Solo per citare un esempio, il ponte di Brooklyn – in acciaio e granito – è in piedi dal 1883 e sta benissimo.

Se vogliamo essere impietosi verso quelle classi politiche, dobbiamo ricordare che il primo, enorme, allucinante fallimento fu la Salerno-Reggio Calabria, del quale nessuno se ne assunse la paternità. Lasciando per un attimo stare gli evidenti episodi corruttivi che ci furono, dobbiamo riconoscere che l’uso del cemento armato fu messo a dura prova nello scenario più difficile che ci fosse nel Paese (Sila ed Aspromonte) – per l’ardire delle costruzioni e l’evidenza del territorio impervio, più la scarsa “tenuta” delle rocce e dei sedimenti in genere – portò ad un fallimento epocale, che ancora oggi non ha trovato soluzione. Lo Stato s’è arreso togliendo il pedaggio sulla tratta: non costa niente, arrangiatevi.

Oggi, è inutile che uomini politici come il Presidente della Liguria – Toti – faccia il verginello, affermando che senza autostrade il porto di Genova non può continuare a smaltire 4.000 TIR il giorno: inoltre, già che c’era, ha accettato anche i nuovi sbarchi di Vado Ligure, altri 800 TIR il giorno della Maersk da sistemare, senza più autostrade. Ma Toti conosceva la situazione, sapeva che il crollo del Ponte Morandi era stato solo il campanello d’allarme di una situazione che stava degenerando.

L’Ing. Paolo Forzano, di Savona, da mesi aveva denunciato lo stato di degrado dei piloni autostradali liguri, presentando esposti alla Procura savonese, dei quali non si conoscono gli esiti.

Non si tratta della scoperta dell’ignoto, bensì soltanto del naturale degrado del cemento armato, che ha una durata di 40-60 anni. Se ci aggiungiamo un po’ di corruzione negli appalti e nei materiali, ancora meno.

Perché è evidente che con i falsi rapporti non si può andare avanti, e nemmeno nascondere la testa nella sabbia è la miglior soluzione, parafrasando Lenin, non ci resta che porci l’annosa domanda: che fare?

Leggi tutto su http://carlobertani.blogspot.com/2019/11/cambiare-materiali-filosofie-di.html

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C’era una volta a Hollywood

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