I beat e il ’68

All’alba del 12 giugno 1967 la polizia sgomberò il campeggio beat sorto in via Ripamonti, accanto al fiumicciattolo Vettabbia; il blitz delle forze dell’ordine era stato da tempo richiesto da parte dell’opinione pubblica moderata milanese, “Corriere della sera” in testa, che mal tollerava l’instaurarsi di una «New Barbonia city» – per riprendere un articolo del quotidiano milanese[4] – alle porte della metropoli, campeggio presto divenuto – secondo questa volta le parole del prefetto – «ricettacolo di elementi oziosi e vagabondi»[5]. Poco servì il fatto che i beat milanesi – «capelloni» e «sbarbine» secondo una certa stampa[6] – avessero regolarmente affittato quel terreno per un periodo che andava dal 1° maggio al 31 agosto ’67; l’azione della polizia fu inesorabile, quanto spettacolare: 79 arresti, circa 200 fogli di via e soprattutto per disinfestare la zona furono usati, secondo le cronache del tempo, 500 litri di DDT. Con lo sgombero dell’«inverecondo bivacco» (per riprendere un sottotitolo sempre del “Corriere”)[7], si può dire che terminò anche l’esperienza beat milanese[8]. Inoltre l’uscita di lì a poco del 5° numero (ma in realtà il 7° dato che i primi due furono il numero 0 e il 00) della rivista “Mondo beat” per l’editore Feltrinelli determinò una spaccatura all’interno del movimento, con alcuni “scissionisti” che risposero a tale iniziativa, considerata poco underground e molto mainstream, con la pubblicazione di un foglio alternativo (che cambiava nome ogni volta per sfuggire alle normative sulla stampa e all’obbligo del direttore responsabile usando la dizione «numero zero in attesa di autorizzazione»)[9] denominato in successione “Urlo beat”, “Grido beat”, “Urlo Grido Beat”, “Parentesi beat”. Con il ’68 alle porte, iniziò un vero proprio esodo all’interno del movimento beat, con alcuni dei suoi esponenti che partirono per l’Oriente (soprattutto India e Afghanistan)[10], mentre altri preferirono allontanarsi da Milano per dar vita a comuni in campagna, e particolarmente nota fu quella di Ovada[11].

I primi beat, di estrazione sociale per lo più proletaria, erano comparsi a Milano alla metà degli anni ’60[12], ritrovandosi dalle parti di piazzale Brescia per muovere successivamente verso il centro, e fissando il loro punto d’incontro dapprima presso la metropolitana di Cordusio e poi in piazza Duomo sotto la statua del “pirla a cavallo”, così come veniva definito il monumento a Vittorio Emanuele II nello slang beat. Nell’autunno del ’67 i beat affittarono uno scantinato in via Vicenza – presto denominato secondo suggestioni estere “la Cava” – che divenne da subito il punto di riferimento del movimento italiano. I beat si legarono ai cosiddetti provos milanesi – i situazionisti dell’“Onda verde”[13] nelle cui fila figura di riferimento è Andrea Valcarenghi, futuro fondatore di “Re Nudo” – dando vita assieme ad una serie di manifestazioni pacifiche; particolarmente riuscite risultarono quella antimilitarista del 4 novembre ’66, quella del 27 novembre ’66 contro i fogli di via, e quella del 6 maggio ’67 durante la quale vennero trascinate per il centro di Milano una serie di bare bianche e lunghe catene per protestare con la guerra in Vietnam. Nelle manifestazioni beat e provos s’intrecciavano tematiche esistenziali provenienti dal modello americano degli hippies a concrete battaglie politiche a favore di maggiori diritti civili; l’obiettivo non era certamente quello, per così dire, di prendere il potere, quanto quello di combattere con le armi underground della provocazione e della non violenza la società tradizionale[14].

Il movimento beat milanese diede vita ad un’interessante proliferazione di testate underground, fra le quali si distinsero, oltre al già citato “Mondo Beat”, “Pianeta Fresco” e “S”. Fra i 3 giornali, “Mondo beat” fu il foglio più politico[15]; nelle sue pagine si ritrovano alcuni temi portanti delle future proteste sessantottine e degli anni seguenti quali il pacifismo, l’antimilitarismo, l’obiezione di coscienza, il libero amore, il diritto al divorzio, all’aborto, alla pillola in un contesto di generale critica alla politica tradizionale – anche quella dei partiti di sinistra – ed una esaltazione della vita in comune per superare definitivamente gli stereotipi della famiglia, della società, della buona educazione tradizionalmente intesi[16]. Inoltre inizia già ad emergere quella passione per l’Oriente che influenzerà le scelte esistenziali di una parte non trascurabile della gioventù del decennio successivo. “Pianeta fresco” – nato per iniziativa della ‘madrina’ del beat italiano, ossia Fernanda Pivano (direttrice «responsabile» della rivista, mentre direttore «irresponsabile» risultava Allen Ginsberg), e il cui primo numero uscì nel dicembre del ’67 – si distinse da “Mondo beat” per un tono sicuramente più intellettuale affrontando tematiche proprie dell’underground americano quali la possibilità e la libertà di poter espandere la propria conoscenza tramite l’uso di sostante psicoattive, e un più esplicito misticismo attento ovviamente a religioni e filosofie orientali. Da “Pianeta fresco” sparivano quei concreti problemi esistenziali presenti invece su “Mondo beat”, quali la fuga da casa, la repressione da parte del sistema, il bisogno di socializzazioni alternative, mentre si parlava in termini teorici di de-condizionamento culturale, di nuove visioni apprese tramite viaggi allucinogeni. Si abbandonava la materialità della strada dove si era formato il movimento beat, per concentrarsi su happening e readings dove si venne a creare, sia pure in forma elitaria, una originale intellettualità underground[17]. In maniera simile, anche la situazionista “S”, il cui primo numero vide la luce nell’ottobre 1967, fece fare un salto di qualità da un punto di vista culturale al movimento underground non solo milanese, visto che fu diffuso anche in altre città italiane; nelle sue pagine, ricercate anche da un punto di vista grafico, vi era sì una ripresa di alcune tematiche protestatarie già comparse su “Mondo beat”, ma ora presentate secondo una prospettiva sicuramente meno elementarmente schematica; tale era ad esempio l’appello ad un’opera di deculturizzazione per difendersi dalla Cultura imposta dal sistema, tramite giochi di parole, ambiguità fra accaduto e immaginato, détournement di passata consuetudine dadaista[18].

Nicola Del Corno in

http://rivista.clionet.it/vol1/dossier/beat_punk_underground/del-corno-dai-beat-ai-punk-dieci-anni-di-controcultura-a-milano

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Fuori dal coro

Gigi Meroni in azione con la maglia del Torino

Gigi Meroni in azione con la maglia del Torino

Ogni 15 ottobre i tifosi del Toro sono lì, con le sciarpe, i mazzi di fiori, gli occhi lucidi.

In corso Re Umberto, a Torino, dove una domenica sera del 1967 le ruote di due automobili misero fine alle evoluzioni della farfalla granata. Gigi Meroni, grande talento del Torino e della Nazionale, il “beat” del calcio italiano, morì prima ancora di essere trasportato in ospedale.

Stava attraversando la strada insieme al compagno di squadra Fabrizio Poletti per dirigersi al solito bar: Meroni percorse la prima metà della carreggiata, fermandosi in mezzo al corso in attesa del momento buono per passare nell’intenso traffico. Dalla sua destra passò un’auto troppo vicina e istintivamente i due calciatori fecero un passo indietro. Poletti fu urtato di striscio da una Fiat 124 Coupé, mentre Meroni fu colpito in pieno alla gamba sinistra; sbalzato dall’impatto e proiettato dall’altra parte della carreggiata, dove venne travolto da una Lancia Appia.

Finiva così, in una serata d’autunno che avrebbe dovuto essere felice (nel pomeriggio il Toro aveva battuto 4-2 la Sampdoria) la parabola di un giovane che è stato qualcosa di più di un atleta di successo. Intanto Gigi Meroni, nato a Como il 24 febbraio del 1943, era un grande calciatore. E se il destino non l’avesse fermato, forse sarebbe diventato grandissimo: a soli 24 anni aveva già totalizzato 145 partite in serie A con le maglie di Torino e Genoa (più 25 in B, con il Como), segnando 29 gol; e 6 partite e 2 gol con la casacca azzurra. Ma oltre ad essere un giocatore particolare, elegante e funambolico, Gigi era pure un uomo fuori dal comune.

Meroni in una giornata al mare

Meroni in una giornata al mare

Anticonformista, geniale, dotato di grande sensibilità artistica. Portava i capelli lunghi e i baffi alla Ringo Starr, viveva in una mansarda con Cristiana, moglie divorziata di un regista allievo di Fellini, e sul comodino teneva un teschio, che avrebbe dovuto portargli fortuna. Così in quegli anni lo descriveva il giornalista sportivo Vladimiro Caminiti: «Noi non siamo per i capelloni, ma ne conosciamo uno e si tratta di un gran bravo ragazzo, uguale a tantissimi della sua età. In più ha i capelli e i ghiribizzi. Si disegna i vestiti e poi li porta al sarto personalmente seguendone la confezione. Dipinge ma non sa dire fino a che punto è artista… Si chiama Meroni, gli amici lo chiamano Gigi».

Sembrano parole d’altri tempi e in effetti quello scorcio di fine Anni Sessanta agli occhi nostri appare davvero come un’epoca lontana. Il 1967, ad esempio, è l’anno dell’offensiva fallimentare degli Stati Uniti sul delta del Mekong (durante la guerra persa in Vietnam), del conflitto del Biafra, della guerra dei Sei Giorni tra Israele, Egitto Siria e Giordania. In Grecia i colonnelli prendono il potere con un golpe, mentre il cardiochirurgo sudafricano Barnard esegue il primo trapianto di cuore della storia. Ma è anche l’anno dell’uccisione di Che Guevara in Bolivia, della morte di Luigi Tenco al festival di Sanremo, del primo album dei Pink Floyd e della pubblicazione di Sgt Pepper’s and Lonely Hearts Club Band da parte dei Beatles.

Meroni è, in questo senso, pienamente figlio del suo tempo. Molto più di tanti altri calciatori, che all’epoca si barcamenavano a stento fra la lettura della Gazzetta dello Sport, il nuovo modello di auto sportiva e la vacanza in Riviera o sulla costiera romagnola. Eppure Gigi non si atteggia ad “intellettuale” e non è politicamente impegnato. Vuole soltanto essere un ragazzo libero. Nell’aprile del 1965, convocato in Nazionale per una partita con la Polonia, viene aspramente criticato dai giornali per il suo look bizzarro e dissacrante. Il Ct Fabbri si vede costretto a chiedergli di sistemare l’acconciatura, ma Meroni si rifiuta: «È un attentato alla vita privata – commenta – Non è questione di capelli o gusti musicali, è questione di libertà». La stessa libertà che l’aveva portato a convivere con una ragazza separata dal marito, Cristiana, quando il divorzio ancora era peccato e l’adulterio reato da codice penale. La critica sferra violenti attacchi alla sua vita privata, ma lui non ci fa caso e alterna atteggiamenti disincantati con altri palesemente provocatori: come girare in via Roma, nel ”salotto buono” torinese, con una gallina al guinzaglio.

Da un punto di vista tecnico è un’ala destra veloce e sgusciante, che non disdegna di puntare al centro e tirare in porta. Gioca con i calzettoni abbassati, come Sivori, e stampa e tifosi lo accostano apertamente alla stella nordirlandese George Best, attaccante del Manchester United, al quale è accomunato anche per una certa stravaganza al di fuori del rettangolo di gioco. Fra i suoi estimatori figura pure l’avvocato Agnelli, che avrebbe voluto portarlo in maglia bianconera e pur di vederlo giocare deve sorbirsi le partite del Toro.

La sua morte provoca nel calcio italiano una vera ondata di emozione e getta Torino in uno stato choc. A molti tifosi granata sembra di rivivere la tragedia di diciott’anni prima, lo schianto del Grande Torino a Superga. Ai funerali partecipano 20 mila persone e persino i detenuti del carcere delle Nuove fanno una colletta per mandare una corona di fiori. L’unica nota stonata arriva dalla Chiesa che stigmatizza il gesto del cappellano del Toro, don Ferraudo, che celebra le esequie religiose per un «pubblico peccatore».

Quel che avviene dopo appartiene più alla mistica granata che alla cronaca sportiva: la domenica successiva si gioca il derby con la Juventus e nel silenzio funereo delle tifoserie di entrambi gli schieramenti il campo viene inondato di fiori gettati da un elicottero, poi raccolti sulla fascia destra, quella di Gigi. Finisce 4 a 0 per il Toro, con una tripletta di Nestor Combin, l’amico più caro di Meroni, e un gol di Carelli, il giovane che ne indossava la maglia numero 7. Cose strane, cose da Toro. Così come un altro paio di coincidenze davvero sorprendenti: si chiamava Luigi Meroni anche il comandante dell’aereo che si schiantò a Superga nel 1949; mentre uno dei due investitori di Gigi era un ragazzo di nome Attilio Romero, tifosissimo granata, che molti anni dopo diventerà presidente del club torinese e lo porterà al fallimento del 2005.

Così, da decenni, ogni 15 ottobre decine e decine di tifosi si raccolgono in corso Re Umberto, nel punto dove venne investita la “farfalla granata”, come Meroni è stato definito in un fortunato libro scritto da Nando Dalla Chiesa. In occasione del quarantennale della morte, il Comune di Torino gli ha eretto anche un piccolo monumento. Di lui ha scritto Gianni Brera: «Era un simbolo di estri bizzarri e libertà sociali in un paese di quasi tutti conformisti sornioni».

La copertina del saggio di Giorgio Ballario: tra le foto c'è anche Gigi Meroni

La copertina del saggio di Giorgio Ballario: tra le foto c’è anche Gigi Meroni

(Dal libro “Fuori dal coro. Eretici, irregolari, scorretti” di Giorgio Ballario, Eclettica Edizioni, 2017)

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Teorie del complotto

un paio di anni fa, mi sono imbattuto in un breve ma affascinante libro, pubblicato dalla casa editrice dell’Università del Texas, «Conspiracy Theory in America» e scritto dal prof. Lance deHaven-Smith, ex presidente della Florida Political Science Association. Partendo da una importante rivelazione dovuta alla FOIA [Freedom of Information Act, Legge per la libertà di informazione, NdT], il libro spiegava che, molto probabilmente, è da attribuirsi alla CIA la responsabilità della creazione del concetto di « teoria del complotto », utilizzato come strumento di manipolazione politica e mezzo attraverso il quale influenzare l’opinione pubblica. Negli anni 1960, il pubblico statunitense aveva reagito con scetticismo crescente ai risultati della Commissione Warren, che pretendeva che un solitario uomo armato, Lee Harvey Oswald, fosse l’unico responsabile dell’assassinio del presidente Kennedy, mentre era diffuso il sospetto di un coinvolgimento anche di personalità di alto livello. Per tentare di ridurre il danno, la CIA distribuì un memo segreto a tutti i suoi uffici periferici, chiedendo di mettere in campo i media da essa controllati per ridicolizzare e attaccare questi critici, facendoli passare per seguaci irrazionali della «teoria del complotto». Subito dopo, nei media è cominciato ad apparire questo tipo di argomentazione, con termini, motivazioni e modelli di utilizzazione esattamente conformi alle linee guida fornite dalla CIA. Ne è derivato un enorme picco nell’uso peggiorativo dell’espressione, che si è rapidamente diffusa in tutti i media statunitensi, e il cui impatto dura ancora oggi. Vi sono quindi prove considerevoli a sostegno di quest’altra specifica « teoria del complotto », che spiega le ragioni dei tanti attacchi contro le « teorie del complotto » da parte dei media. Ma, per quanto sembri che la CIA abbia effettivamente manipolato l’opinione pubblica per trasformare l’espressione « teoria del compolotto » in una potente arma da guerra ideologica, l’autore racconta anche come il necessario retroterra filosofico fosse stato preparato qualche decennio prima. All’epoca della Seconda Guerra Mondiale, quando importanti cambiamenti nella teoria politica determinarono un’enorme caduta di rispettabilità di ogni spiegazione « complottista » degli avvenimenti storici. Nei decenni che hanno preceduto questo conflitto, uno dei nostri maestri e intellettuali più importanti fu lo storico Charles Beard, i cui scritti più noti mettevano fortemente l’accento sul ruolo nefasto delle varie cospirazioni attraverso le quali l’élite ha influenzato la politica statunitense, a profitto di qualcuno e a spese dei più, con degli esempi che, partendo dalla più antica storia degli Stati Uniti giungono fino alla partecipazione alla Prima Guerrra Mondiale. Evidentemente i ricercatori non hanno mai sostenuto che tutti i più importanti avvenimenti storici avessero delle cause nascoste, ma ammettevano che per qualcuno di essi fosse così, e cercare di indagare su questa possibilità veniva considerato un impegno accademico perfettamente onorevole. Ma Beard fu anche fortemente contrario all’impegno degli USA nella Seconda Guerra Mondiale e finì che venne emarginato, fino alla sua morte avvenuta nel 1948. Molti altri giovani intellettuali che la pensavano come lui hanno subito una sorte analoga, sono stati discriminati e si sono visti rifiutare ogni accesso ai media tradizionali.

https://www.controinformazione.info/e-stata-la-cia-a-inventare-il-concetto-di-teoria-del-complotto/

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Processo al ’68

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Fiat 850 spider

E’ il mese di marzo del 1965 quando al Salone di Ginevra, nello stand Fiat, sotto i riflettori brilla la Fiat «850 Spider». La nuova Spider di casa Fiat, realizzata in collaborazione con la «Carrozzeria Bertone», lasciò sorpreso il pubblico che riconobbe in quel frontale il frutto della precedente sperimentazione fatta dalla Bertone con la Corvair “Testudo” inoltre i fari erano gli stessi della ben più blasonata Lamborghini «Miura». La fiancata, alleggerita dalla forma a diedro accompagnava la linea della Spider verso la coda piatta e tronca, nella cui parte posteriore erano alloggiati i due fanali, anch’essi uguali a quelli della Lamborghini «Miura», ed una finta griglia d’areazione color alluminio. I paraurti a lama senza bulloni a vista, i pulsanti per l’apertura delle porte e le cerniere del cofano posteriore realizzate in metallo cromato, contribuirono a dare alla linea della spider un aspetto pulito e filante, degno di una vera sportiva.

da http://www.fiat850spider.it/start.htm

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Gossip

Nel 1966 don Pasin rivelava ad un settimanale che nell’ultimo anno della grande guerra il caporale Adolf Hitler sarebbe stato a Soligo con le truppe di occupazione e avrebbe avuto una relazione con una ragazza del luogo dalla quale sarebbe nato un figlio. L’intervista fece subito il giro di molti giornali e radiogiornali dell’epoca [e, aggiungiamo noi, trovò un’eco pochi anni dopo, nel 1972, nella biografia “Hitler”, edita nella collana “Pro e Contro” dei Dossier Mondadori, che gli dedicò un’apposita “finestra”].

Sebbene ottantacinquenne mons. Pasin diceva di ricordare perfettamente il caporale e la sua amica. Quando Hitler fece ritorno in patria, essi continuarono a scriversi, ma l’epistolario andò distrutto durante l’incendio di Soligo nel secondo conflitto. A riprova delle sue affermazioni mons. Pasin conservava soltanto due fotografie, riportate in questo capitolo, in cui appariva circondato da militari tedeschi con alla sua destra il presunto caporale Hitler.

Sintetizziamo la vicenda, a titolo di cronaca, riferendo un brano dell’intervista rilasciata da mons. Pasin.

“In tutta la zona l’unico ospedale civile era quello di Soligo. Grazie a protezioni altolocate ero riuscito ad evitare che i tedeschi lo requisissero per adibirlo ad ospedale militare. Di conseguenza non avrei dovuto temere nulla dall’Alto Comando nemico. Il solo pericolo era rappresentato proprio dal caporale Hitler, che faceva lì impossibile per mettermi nei pasticci, sorvegliando attentamente tutte le derrate alimentari che entravano in ospedale. Per evitare che gli ammalati soffrissero la fame, ero costretto a fare salti mortali, col terrore che Hitler si accorgesse dei miei espedienti. Si sarebbe accorto senza dubbio se non fosse stato obbligato a modificare il suo atteggiamento per avvenimenti imprevedibili.

Una notte fui chiamato a portare l’estrema unzione ad un morente. Poiché vigeva il coprifuoco, andai al Comando militare austriaco per chiedere un lasciapassare. Appena entrato nella sala della polizia, vidi Adolf Hitler in compagnia di una ragazza bionda, semivestita. Benché non fosse una mia parrocchiana, la conoscevo di vista. Facendo finta di nulla, mi rivolsi al caporale Hitler per ottenere il documento.

Una settimana dopo, tutto era cambiato. Come per miracolo, si era allentata la sorveglianza sul numero degli ammalati ricoverati e le provviste erano più abbondanti. La spiegazione l’ebbi da un soldato nemico: ‘Il caporale Hitler le è riconoscente perché lei non ha riferito ai suoi superiori quanto ha visto’.

Era la prima volta che udivo quel nome perché, non parlando la stessa lingua, non avevamo mai avuto contatti diretti, nonostante avessi spesso occasione di incontrarlo. Naturalmente, nel periodo che egli passò a Soligo, rividi spesso anche la ragazza” (“Stop”, 31/10/1966).

Quale fosse il suo nome è un segreto che mons. Pasin si è portato nella tomba. Le voci di paese dicevano che essa avrebbe sposato uno stimato medico torinese e che il bambino, nato dalla relazione con quel caporale, sarebbe stato deposto al Brefotrofio di Treviso poco dopo la nascita.

Di questo gossip d’altri tempi si occuparono nel 1987 Angella-Bongi (pp. 241-249), ai quali rinviamo per un approfondimento e per la rassegna stampa.

 

Il testo citato alla fine è di Piero Bongi ed Enrica Angella Bongi, L’anno più lungo: Soligo, novembre 1917-ottobre 1918, 1987; al quale si può aggiungere il più recente Il figlio segreto di Hitler in Italia, 1917-1918 di Lucio Tarzariol, pubblicato nel 2017. Un articolo, non firmato, del quotidiano La Tribuna di Treviso del 22/005/2016, polemizza con quest’ultimo, non ancora in commercio ma annunciato dall’autore a mezzo stampa, definendolo una “bufala” del tutto priva di riscontri oggettivi, che riaffiora ogni tanto sulla base di voci e chiacchiere incontrollate (lo si può consultare in rete, come pure la contro-replica di Tarzariol). Ma, polemiche a parte, cosa può esserci di vero in tutta questa ingarbugliata storia, dal sapore, effettivamente, un po’ surreale?

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59360

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I premi Hugo del 1961

Convention tenuta a: Seacon, Seattle, dal 2 al 4 Settembre 1961, presentata da Harlan Ellison.

Romanzo vincitore (Novel):

A Canticle for Leibowitz, di Walter M. Miller

Oct. 1959; Ed. J. B. Lippincot: $ 4.95, Pg. 320.

Strano che il romanzo appaia per la prima volta nel 1959 e concorra al premio del 1961:

First Bantam PB edition copyright page states an October 1959 publishing date followed by a second printing in March 1960 and a third printing in April 1960.

5° 1975 Locus All-Time Best Novel

7° 1987 Locus All-Time Best SF Novel

7° 1998 Locus All-Time Best SF Novel before 1990

Un Cantico per Leibowitz: SFBC n. 7 del 30 Agosto 1964; UCL. n. 116 del Novembre 1986 ;

UC n. 84 del Gennaio 2010.

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Seicento anni sono trascorsi dalla guerra apocalittica che ha inferto un colpo mortale alla civiltà umana, e i superstiti si sforzano di mantenere una parvenza d’ordine in un mondo tornato a una barbarie premedievale. Eppure, nelle terre desolate dove regnano mutanti e onnipresenti poiane, esistono ancora oasi di relativa pace come l’abbazia del Beato Leibowitz, dove umili frati custodiscono e riproducono documenti ormai incomprensibili del passato scientifico. E partendo dalla umanissima vicenda di frate Francis, scopritore di una reliquia del Beato Leibowitz, la nuova storia del genere umano inizia la sua ricostruzione, attraverso un Secondo rinascimento e fino a una nuova era moderna.

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Altri romanzi nominati:

1 – The High Crusade, di Poul Anderson: Ed. Doubleday 1960; $ 2.95; pg. 192.

Apparso a puntate su: Astounding/Analog Science Fact & Fiction; July, August and September 1960; Ed. John W. Campbell, Jr.; Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.50; pg. 180; ogni volume.

Crociata spaziale: I romanzi del Cosmo n. 105 del 15 Agosto 1962; UC n. 115 dell’Agosto 2012.

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La favolosa età del Medio Evo si interseca ai viaggi intergalattici in un complesso misterioso e avvincente. Dalle profondità del cosmo, durante l’era delle Crociate, discende, presso una cittadino della Gran Bretagna, una potente astronave, i cui occupanti, esseri mostruosi, sono vinti da un gruppo di Crociati in attesa di partire per liberare il Santo Sepolcro. Essi si impadroniscono del vascello spaziale, e congetturano di usarlo per recarsi in Terra Santa. Per il tradimento di uno dei mostri superstiti che avrebbe dovuto pilotare l’astronave, i Terrestri si trovano proiettati nello spazio e devono conquistare il pianeta di origine dei Galattici.

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2 – Rogue Moon, di Algis Budrys: Fawcett Gold Medal Nov. 1960, #s1057; $ 0.35; pg. 176

Il satellite proibito: Futuro Fanucci n. 29 del Giugno 1977; UCL n. del Settembre 1991.

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Sulla Luna esiste un labirinto nel quale nessun uomo e mai riuscito a sopravvivere per più di pochi minuti o poche ore. Ma questo enigmatico ambiente non è che l’enigma centrale di una storia molto più complessa e ricca di sorprese. Non sono uomini qualunque quelli che tentano l’impresa pressoché disperata di entrare nel labirinto, ma esperti addestrati al rischio altissimo del teletrasporto. E con questo sistema, infatti, che gli esploratori vengono “catapultati” sulla Luna ed è con questo sistema che, se potranno, dovranno riuscire a salvarsi.

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3 – Deathworld, di Harry Harrison: Ed. Bantam Books Sep. 1960; #A2160; $ 0.35; pg. 154

Apparso a puntate su: Astounding Science Fiction January 1960; Astounding/Analog Science Fact & Fiction, February and March 1960; Ed. John W. Campbell, Jr.; Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.50; pg. 180; ogni volume.

Mondo maledetto: I romanzi del Cosmo n. 115 del 15.1.1963

Solamente la prima parte della trilogia.

Pianeta impossibile: Cosmo Oro n. 35 del Novembre 1978.

Nel Cosmo Oro ci sono i due racconti successivi al primo originario Death World del 1960 e usciti rispettivamente nel 1964 (The Ethical Engineer) e nel 1968 (The Horse Barbarians).

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Mondo maledetto.

La perspicacia di un giocatore di professione, l’abile e astuto Jason Dinalt, viene messa a dura prova in un mondo ostile e crudele. Egli dovrà lottare di continuo, sempre all’erta per non essere sopraffatto, per trasformare condizioni paurose di esistenza in possibili sistemi di vita. Si batterà coraggiosamente per dimostrare l’esattezza della propria tesi, ottenendo la fiducia e la comprensione dove poco prima vi erano nei suoi riguardi soltanto odio e diffidenza.

Pianeta impossibile.

Ciclo del PIANETA IMPOSSIBILE: Jason DinAlt, il protagonista dei tre romanzi che compongono il ciclo, è un giocatore di professione dotato di poteri psi, che si trova (PIANETA IMPOSSIBILE: I) invischiato suo malgrado nella lotta che i colonizzatori umani combattono contro il micidiale pianeta Pyrrus, un mondo popolato da uccelli-sega, diavoli cornuti e mostri di ogni tipo e dimensione, in cui tutta la flora e la fauna esistenti sembrano essersi coalizzate contro gli esseri umani. Ma la guerra che il pianeta Pyrrus ha dichiarato ai coloni ha una causa ben precisa e diversa da quella che si aspettano i Pyrrani e soltanto il buon senso ed il coraggio di Jason riuscirà a porvi fine e a risolvere un problema in apparenza senza soluzione. Nel secondo romanzo del trittico (PIANETA IMPOSSIBILE: II) Jason viene catturato con l’inganno da Mikah Samon, uno zelante componente di una religione bigotta che lo vuole riportare sul pianeta Cassylia per farlo giustiziare per le sue colpe ed i suoi peccati di giocatore ed imbroglione. Ma il destino li porta invece su un pianeta selvaggio e primitivo in cui tutte le società umane sono basate sullo schiavismo. In PIANETA IMPOSSIBILE: III, Jason DinAlt, conduce i Pyrrani alla conquista di un mondo dominato da una razza di barbari a cavallo di una ferocia inaudita; ma l’intelligenza pratica di Jason la spunterà ancora una volta. Egli riuscirà a raggiungere il suo scopo con l’astuzia e la sottigliezza, evitando (nei limiti del possibile) gli scontri diretti.

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4 – Venus Plus X, di Theodore Sturgeon: Ed. Pyramid Books, Sep. 1960; #G544; $ 0.35; pg. 160

Venere più X: SFBC La Bussola n. 4 del 15 Giugno 1965; UC n. 23 del Dicembre 2004.

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Al suo risveglio da un lungo sonno di cui ignora la causa, Charlie Johns scopre di trovarsi… dove? Nel futuro? In un angolo remoto e inaccessibile della Terra? Comunque, in un mondo completamente diverso, quello dei Ledom, la strana razza di individui bisessuati che da anni segue l’evoluzione parallela del genere umano. Charlie è stato portato fin lì per osservare, imparare e soprattutto criticare una civiltà che a prima vista possiede tutti i requisiti dell’utopia. E’ l’inizio di un lungo viaggio fra le meraviglie di un mondo nuovo: ma, per Charlie, le sorprese non saranno tutte piacevoli…

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Short Story vincitrice:

The Longest Voyage, di Poul Anderson: Analog Science Fact & Fiction, Dec 1960; Ed. John W. Campbell Jr.; Street & Smith Publication, Inc.; $ 0.50; pg. 180

Il viaggio più lungo: Gamma n. 5/4 del Marzo 1966; GO n. 4/7 del Novembre 1978; Grandi Scrittori FS n. 6/7; Fantalibro n. 14/9; Libro di Gamma n. 1/4 e n. 1bis/9; Robot Speciale n 8/1;

originale Analog SF n. 66-4/1

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On a distant world the age of exploration is beginning. A party of daring explorers attempts to circumnavigate their world. In unknown waters they encounter an island civilization which claims to have a prophet who fell from the stars.

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Altre short story nominate:

1 – The Lost Kafoozalum, di Pauline Ashwell: Analog Science Fact & Fiction, Oct 1960; Ed. John W. Campbell Jr.; Street & Smith Publication, Inc.; $ 0.50; pg. 180

Inedito: nella mia collezione solo l’eBook inglese.

One of the beautiful things about a delusion is that no matter how mad someone gets at it … he can’t do it any harm. Therefore a delusion can be a fine thing for prodding angry belligerents….

2 – Open to Me, My Sister (aka: My Sister’s Brother), di Philip José Farmer: The Magazine of Fantasy and Science Fiction, May 1960; Ed. Robert P. Mills; Mercury press, Inc.; $ 0.40; pg. 132.

Il fratello di mia sorella: Futuro Fanucci n. 3 – Relazioni aliene – del Novembre 1973.

Il racconto fa parte di una serie di storie, quella del titolo è l’ultima.

FSFMay1960Relazioni Aliene

Nell’universo infinito, tra le forme di vita umane e non umane che lo  popolano, sembrerebbe impossibile trovare punti d’incontro. Due possibilità sono tuttavia offerte: la religione ed il sesso.

Futuro Fanucci n. 3 – Relazioni aliene, contiene tre storie:

– Madre: su di un pianeta inavvicinabile domina un dio onnipotente, pangenitore di tutte le forme di vita che lo popolano: sarà compito di un modesto religioso terrestre trovare la sua unica debolezza…

– Padre: ogni femmina per accoppiarsi ha bisogno di un maschio della propria specie alle gigantesche madri, invece, è sufficiente un maschio qualsiasi, anche terrestre…

– Figlia: lo strano connubio descritto nella storia precedente è fecondo, ma la nuova vita che viene alla luce dovrà affrontare molti pericoli: li supererà solo grazie ad astuzie umane…

– Figlio: le applicazioni militari dell’istinto materno sono numerose: si raccomanda ai figli unici di non rimanere prigionieri di sommergibili-femmina nemici…

Il fratello di mia sorella: il  primo uomo disceso su Marte incontra una forma di vita apparentemente amichevole, ma la solitudine gioca brutti scherzi, ed è facile equivocare sul sesso degli alieni…

3 – Need, di Theodore Sturgeon: Beyond, Jun 1960; Ed. Avon, #T-439; $ 0.35; pg. 157

Gente: Robot n. 3/1 del Giugno 1976.

BYND1960$_57 (2)

In una piccola città c’è un negozio che ha di tutto. Basta chiedere.

E voi di cosa avete bisogno? Non preoccupatevi, ci pensa Gorwing.

Ferdinando Temporin

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Passaggio di consegne

il Regno Unito comprese che i giorni dell’impero erano alla fine. Ciò portò alla decisione del primo ministro Harold Wilson, nel gennaio 1968, di ritirare tutte le forze militari inglesi ad “est di Suez”. Il ministro della Difesa Denis Healey fece il drammatico annuncio che tutte le forze militari inglesi sarebbero state ritirate entro il 1971 dalle importanti basi militari nell’Asia sud-orientale, “ad est di Aden”, principalmente Malesia e Singapore, così come Golfo Persico e Maldive. La decisione vide l’indipendenza di Aden come repubblica socialista, lo Yemen del Sud, e la cessione agli Stati Uniti della base militare di Diego Garcia nel territorio dell’Oceano Indiano inglese appena formato (insieme alla rimozione dalle isole Chagos dei residenti), l’indipendenza degli Stati della Tregua, come gli Emirati Arabi Uniti, e il trasferimento del controllo agli statunitensi della base navale inglese in Bahrayn. Il rapporto post-primazia del Pentagono mette in dubbio la necessità di basi militari estere a sostegno dell’avvio di operazioni militari.

http://www.controinformazione.info/la-fine-del-nuovo-secolo-americano-pronunciata-dal-pentagono/

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Chissà chi lo sa

Probabilmente ha poco a che fare con la storia, ma l’idea che si potesse fare una trasmissione a quiz per ragazzi che non fosse (come le odierne) a risposte multiple in sovra-impressione sul monitor la dice lunga sulla differenza culturale tra la scuola media di un tempo e l’attuale.

Chissà chi lo sa? programma per la TV dei ragazzi (dal 19 luglio 1961, prima mercoledì poi sabato, ore 16.30, Programma Nazionale). Ideazione: Cino Tortorella. Conduzione: Febo Conti o In ogni puntata Febo Conti, al grido di «Squillino le trombe, entrino le squadre», scatena la competizione tra due squadre di sette ragazzi provenienti da tutte le scuole d’Italia; i concorrenti, bambini e adolescenti, rispondono a spensierati indovinelli e scoprono personaggi misteriosi. Il regista, smessi temporaneamente i panni di Mago Zurlì, invita anche cantanti, attori e persino ministri. Questo quiz per giovani è diventato rapidamente un cult del-a TV dei ragazzi e ha avuto ben 13 edizioni. Cancellato dagli archivi della RAI come gran parte delle trasmissioni per i più piccoli, è rimasto nella memoria dei ragazzi di quella generazione come un programma indimenticabile, al quale si ripensa con affetto. Così lo ricorda Walter Veltroni: «Noi che abbiamo visto quei ragazzi giocare siamo, in fondo, l’unica testimonianza che c’è stato davvero, un giorno per tanti anni, un meraviglioso programma per milioni di ragazzi del sabato pomeriggio».

Fonte: Enciclopedia Garzanti della televisione

https://it.wikipedia.org/wiki/Febo_Conti

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Nascita del biomedicale

E’ morto Mario Veronesi nella sera di lunedì 12 giugno, il genio che fondò il distretto biomedicale di Mirandola. Sua l’intuizione che prodotti usa e getta sterilizzati all’origine avrebbero potuto rappresentare un’innovazione di successo. Aveva 85 anni, da diversi anni soffriva di nefroangioscerosi

La biografia (Wikipedia)

Figlio del medico Renzo Veronesi e di Lara Grilli, casalinga, si laureò in farmacia acquistò un esercizio commerciale a Mirandola che gestì personalmente sino all’età di 30 anni, quando intraprende l’attività di rappresentante di medicinali per una multinazionale statunitense.

Le aziende

Miraset

Durante le sue visite negli istituti clinici come rappresentante farmaceutico, nota come la procedura di sterilizzazione dei tubi in lattice riutilizzabili allora utilizzati per le trasfusioni di sanguefosse complessa e non esente da rischi di contaminazione. Intuendo che prodotti usa e getta sterilizzati all’origine avrebbero potuto rappresentare un’innovazione di successo, nel 1962 avviò una produzione artigianale nel garage della propria abitazione, fondando la società Miraset con soli tre dipendenti. La Miraset si occupa effettivamente solo dell’assemblaggio di componenti, prodotti su disegno da officine della zona.

Sterilplast

Nel novembre 1964, con il contributo di alcuni amici mutò la ragione sociale dell’azienda in Sterilplast, società per azioni. Con 15 dipendenti iniziò ad assumere una connotazione industriale, trasferendosi in una struttura appropriata dove iniziò la produzione in proprio di molti dei componenti necessari.

Dasco

Raccogliendo i suggerimenti di alcuni medici padovani, nel 1966 mise assieme un gruppo di tecnici meccanici ed elettrotecnici ai quali chiese di sviluppare un rene artificiale imitazione di un prodotto americano non ancora brevettato.

Il rene artificiale avrebbe consentito il trattamento della insufficienza renale tramite emodialisi, terapia non ancora diffusa in Italia negli anni 1960, con l’eccezione di alcuni centri di sperimentazione. La divisione apparecchiature della Sterilplast venne ridenominata Dasco.

A causa dei forti ritardi cronici nei pagamenti da parte delle strutture sanitarie nazionali (problema esistente a tutt’oggi), nel 1969 venne ceduto il controllo della Dasco alla casa farmaceutica svizzera Sandoz mentre Veronesi rimane nel consiglio di amministrazione ancora per pochi mesi.

La Dasco (ora Gambro Dasco) è oggi uno dei principali stabilimenti del gruppo svedese Gambro, acquistata dalla americana Baxter
http://www.sulpanaro.net/2017/06/morto-mario-veronesi-genio-fondo-distretto-biomedicale-mirandola/

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La superclasse

Come è stato già notato, è la “rivoluzione del 68” ad aver congiunto il neo-capitalismo alla “sinistra” libertaria ed edonista.  Gli slogan sessantottini, “Vietato vietare”, “Godere Operaio”, “Dopo Marx, Aprile”, “Chiediamo l’impossibile, Vogliamo Tutto” erano indicativi di questa alleanza. Hanno aperto al “consumare senza limiti” grazie al credito e alla pubblicità totale, ma soprattutto grazie alla metodica cancellazione degli ostacoli culturali al dominio del denaro –  la famiglia, il risparmio, la frugalità  come valore, lo spirito di sacrificio per la nazione, le “virtù” cristiane e quelle borghesi – variamente bollate come: clerico-fasciste, reazionarie,  maschiliste, eccetera. L’estrema sinistra utile idiota dell’oligarchia,  per questo compito è stata compensata:  ma ovviamente solo nei suoi capi. (1)

Paolo Mieli, Giuliano Ferrara, Gentiloni, la Boldrini sono stati ammessi nella superclasse mondializzata (molti di loro lo erano per diritto, come figli di papà) in qualità di maggiordomi di lusso del Sistema, direttori di media, cooptati agli alti livelli transnazionali (UE, ONU,  ONG) .

Si tratta in effetti di una classe – ossia di un gruppo sociale che presenta caratteri particolari e costanti, che la distinguono dalle altre classi.

Questa classe  si pone non solo al disopra delle vecchie elites nazionali,  ma fuori dalla portata, e persino dalla vista, dei popoli. Questa superclasse è transnazionale e il suo campo d’azione è mondiale, come il suo progetto è cosmopolita.

http://www.maurizioblondet.it/la-beata-superclasse-mondiale-un-identikit/

(1) Da quello che abbiamo visto nel nostro piccolo, quelli ricompensati sono stati quelli che si sono dichiarati tali a posteriori (come gli avanguardisti o i partigiani, secondo il classico opportunismo italico); per tutti gli altri i diritti civili hanno sostituito le richieste sociali.

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Fini e mezzi

Negli anni ‘60, all’apice del movimento per i diritti civili, si svolse una tavola rotonda il cui tema era l’efficacia dello stesso movimento. La discussione includeva Alan Morrison, Malcolm X, Wyatt T. Walker e James Farmer insieme a un moderatore. Malcolm X si trovava in minoranza, poiché gli altri componenti del panel facevano parte dell’ala maggioritaria del movimento per i diritti civili, quella che si occupava quasi esclusivamente di organizzare marce, votazioni e regolamenti. Malcolm X era l’unico a raccontare, senza giri di parole, la verità sul fatto che la struttura patriarcale di potere in mano ai bianchi era molto più potente di quanto i suoi colleghi volessero far credere; che la libertà cui ambivano era qualcosa che il legislatore non avrebbe mai concesso loro; e che il ventre molle razzista di tutte le istituzioni americane era (ed è tuttora) talmente imbevuto di suprematismo bianco da renderle irrecuperabili. Il panel si mostrò aggressivo contro di lui per la sua sincerità – non diversamente da quanto succede oggi a chiunque dica la verità. 

Facciamo un salto di quasi 30 anni. Il moderatore, Wyatt T. Walker e James Farmer sono gli unici a essere ancora vivi. Quando a una tavola rotonda commemorativa con soltanto questi uomini il moderatore chiede se Malcolm X fosse stato più in linea con gli eventi di allora, Walker non ha dubbi. Walker ammette che Malcom X aveva capito meglio degli altri cosa fosse in gioco in quel momento e come fosse ingenua la fiducia che mancassero solo pochi anni alla società equa e giusta descritta da Martin Luther King. Farmer, più riluttante, deve comunque riconoscere che Malcolm X era stato più sul pezzo. [http://youtu.be/SKLSM4Rk_t0]

Le masse non sono mai state assetate di verità. Chiunque sappia loro fornire illusioni ne diventa facilmente il padrone; chiunque provi a distruggere le loro illusioni è sempre loro vittima.” — Gustave Le Bon, The Crowd, 1895

http://vocidallestero.it/2017/05/19/avaaz-ruffiani-imperialisti-del-militarismo-protettori-delloligarchia-fidati-mediatori-di-guerra-terza-parte/

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Community era

Echoes From The Summer Of Love

a cura di ICS – Innovazione Cultura Società

 

Nel cinquantesimo anniversario della Summer of Love, cosa rimane della comunità hippie, cosa si riverbera di quell’esperienza nel nostro presente? Community Era raccoglie le immagini di tre celebri fotografi statunitensi – Robert Altman, Elaine Mayes e Baron Wolman – diretti protagonisti di una rivoluzione culturale che dalla San Francisco della seconda metà degli anni 60 si è diffusa in tutto il mondo. Un movimento unico, iconograficamente culminato con l’oceanico raduno di Woodstock, la tre giorni di “love, peace and rock music”. Le immagini di questo periodo (1967-1969) raccontano un ambiente basato sulla “gentilezza verso gli altri e l’assenza di giudizi”, che sperimentò nuovi modelli sociali e dal quale si svilupperà una quindicina di anni dopo la prima comunità virtuale (illustrata nella sezione di mostra “From Beat to Bit dalla Controcultura a Internet”).

 

Chiudono la collettiva alcuni scatti del reggiano Bruno Vagnini, che nel 1969 ritrasse il celebre Bed-in di John Lennon e Yoko Ono.

Bruno Vagnini, un ragazzo emiliano, in Canada a studiare all’;Accademia di Belle Arti di Montreal. E’ il 1969. Questo ragazzo una mattina di fine maggio viene a sapere della presenza in città di Lennon e Yoko Ono; si precipita in quell’albergo portandosi dietro la sua Nikon proprio quando John e Yoko stanno per iniziare il celebre Bed-in di protesta contro la vergogna della guerra in Vietnam; riesce a imbucarsi abusivissimamente nella suite di John e Yoko insieme agli altri giornalisti accreditati; la security lo sta per buttare fuori ma John che con un gesto olimpico e la sua voce morbida e un po’ nasale dice: “No: lasciatelo qui, è solo un ragazzo”. E lui scatta 31 foto. Quattro sviluppi di questi scatti, per l’emozione, vanno perduti, ma alcuni dei restanti ventisette che riuscirà a stampare saranno pubblicati  il giorno dopo sui giornali di mezzo mondo. Questa è la storia di come un ragazzo, un giorno, sia diventato un fotografo esponendo poi in varie città italiane, europee e d’oltre oceano.

http://www.fotografiaeuropea.it/fe2017/mostra/community-era/#1491310490985-2c5e5075-406d

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il singolare caso di Miliusc Solakov

Si chiamava (e forse si chiama ancora) Miliusc Solakov, tenente dell’aviazione bulgara, il imagespilota al centro di una delle più singolari storie della Guerra fredda, protagonista di un episodio che, per alcuni mesi, fa  dell’Altopiano delle Murge il centro del mondo.

Antefatto  Nel 1959 lo Strategic Air Command dispone l’installazione di missili Jupiter (PGM-19 Jupiter, Medium-Range Ballistic Missile) in Puglia. Le testate sono prese in consegna dall’Aeronautica Militare che le affida alla 36° Aerobrigata Interdizione Strategica (nata nel 1960 e articolata in 1° e 2° Reparto Interdizione Strategica), unità che disloca i PGM in più siti super protetti dalla NATO, ma anche “oggetto del desiderio” delle intelligence del blocco comunista e delle sue spie, di terra e d’aria. Infatti, nel ’60 il “mondo in un click” esiste solo negli episodi de Ai confini della Realtà, pertanto l’unico modo per fotografare una base dall’alto è volarci sopra su caccia molto all’avanguardia, molto potenti e capaci di tenersi fuori dalla portata di contraerea e di intercettori. Ma non sempre le missioni vanno per il verso giusto…

Lockheed U2

Il MiG Capita di precipitare e non conta quanta tecnologia tu abbia a bordo: un errore umano, una sottovalutazione, un guasto e finisci come Francis Gary Powers che al cianuro della CIA preferisce la prigionia del KGB, pur senza mai tradire il suo paese. Se poi l’aereo è un vecchio Mikoyan Gurevich, le possibilità di un abbattimento o di un crashlanding si fanno maggiori. Il 20 gennaio 1962, un MiG 17 della Bălgarski Voennovăzdušni si schianta in località Lamone, Acquaviva delle Fonti. Il pilota, 24 anni, si chiama Miliusc Solakov e a ritrovarlo è un contadino che si reca al lavoro la mattina seguente; sul suo apparecchio c’è una strumentazione ottica per foto ad alta quota ma, secondo quanto appurano gli inquirenti, la pellicola è intatta. Spia? Disertore? Non si capisce bene quale sia la missione del giovane, che racconta la storia di un cuore solitario costretto a fuggire per evitare il matrimonio con una donna che non ama.

Malgrado ad essere catturato sia un militare di un paese nemico, Solakov accende presto le simpatie dei pugliesi e non solo: si innamora di una maestra di Bari e la stampa di sinistra cerca di ridimensionare le accuse di spionaggio perché, in fondo, i missili pugliesi si vedono dal treno… Inoltre, la missione fallita pare non destare troppe preoccupazioni, anche perché gli Jupiter verranno smantellati nel 1963. Tanto rumore per nulla, insomma…

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MiG 17 simile a quello caduto a Lamone

L’anno seguente le autorità italiane rilasciano il bulgaro, premurandosi che il suo governo non gli faccia scontare, in patria, l’essere finito prigioniero. Ma mentre Sofia accoglie, con imbarazzo, le richieste italiane di trattare bene Miliusc, gli americani propongono al giovane di volare con loro negli States e da allora nulla più si sa della sorte del militare. Unica cosa nota è che il pericolo maggiore che la Puglia corre nel 1962 è la pioggia di fulmini che colpisce i silos, evento naturale che suo malgrado imbiancare i capelli a tecnici e a civili.

E Sofia? Rimane con un pugno di mosche: pilota disertore, niente più Jupiter italiani da spiare, seppure la minaccia di lancio MRBM non svanisca perché 3 missili restano a fissarla da lontano, cioé dalle coste della Turchia, paese nel quale forse un aviatore, bulgaro, precipitato non avrebbe conquistato fra stampa e popolazione tante curiosità e simpatia come in Italia.

http://www.barbadillo.it/64636-aeronautica-la-36-aerobrigata-gli-jupiter-e-il-singolare-caso-di-miliusc-solakov/

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Terzomondismo

Sul finire degli anni Sessanta la natura differenziata dei conflitti e delle tensioni internazionali fu tuttavia oggetto di un processo di semplificazione ideologica in favore di una rappresentazione tendenzialmente dicotomica dei rapporti di dominio esistenti su scala mondiale. Andò infatti affermandosi una chiave di lettura del mondo basata su una rigida contrapposizione tra dominatori e dominati, tra vittime e carnefici, su cui in parte si riflettevano ancora i sentimenti che avevano accompagnato l’immenso sforzo bellico contro il nazifascismo in Europa e in parte si risvegliavano memorie ancora recenti di eventi vissuti anche in prima persona. Il ruolo di dominatore e al contempo carnefice all’origine di tutte le principali tensioni internazionali finì così per essere ascritto in primo luogo all’imperialismo statunitense e ai suoi sostenitori, mentre nel ruolo di dominati e vittime furono collocate tutte le popolazioni e i paesi che via via erano stati interessati dai giochi geopolitici della politica estera statunitense: il Vietnam in primis, ma anche Cuba, l’Argentina, il Cile e il Brasile, fino a Nicaragua e Honduras alcuni anni più tardi, per non parlare dell’influenza statunitense nell’area mediorientale, così come emergeva dai giudizi sul conflitto israelo-palestinese [Marzano 2016].

Artefici e divulgatori di tale lettura semplificatrice delle forze in atto su scala globale furono in primo luogo correnti intellettuali e movimenti collettivi costituitisi in Occidente dall’inizio degli anni Sessanta in solidarietà con le lotte di liberazione anticoloniale e gli indirizzi di politica internazionale ed economica provenienti dagli Stati di più recente formazione. Ci si riferisce in particolare ai propugnatori del terzomondismo, ossia di quell’orientamento di pensiero che nel “Terzo mondo” emergente vedeva la possibilità, o semplicemente la speranza, di imprimere un corso inedito alla storia, una via d’uscita dall’asfittica contrapposizione tra due le due ideologie dominanti, verso un nuovo progetto di organizzazione della vita associata e delle relazioni tra popoli e Stati. Un orientamento che pertanto attribuiva alle lotte di emancipazione anticoloniale aspettative imponenti, finanche catartiche, di rinnovamento umano e sociale [3].

Marica Tolomelli

http://storicamente.org/tolomelli-dall-anticolonialismo-all-anti-imperialismo

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Tina Zuccoli

Tina Zuccoli / La maestra che sognava di andare sulla luna

N.A.S.A. Photo, Tina Zuccoli at Pad. 37, Cape Canaveral, Florida, 1964, courtesy Fondazione Fotografia Modena (Fondo Tina Zuccoli)

Siamo felici di annunciare la nostra collaborazione all’edizione 2017 del festival Fotografia Europea di Reggio Emilia, sul tema “Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro”, con una mostra che ha origine da un archivio privato donato dalla famiglia a Fondazione cassa di Risparmio di Modena e conservato presso Fondazione Fotografia: quello della maestra elementare Tina Zuccoli.
Nata a Imola nel 1928, la Zuccoli ha sempre affiancato il lavoro da maestra, per il quale era molto conosciuta nella Bassa modenese, ad una grande passione per i viaggi e la fotografia: partecipò a numerose spedizioni nel Mar Glaciale Artico e, grazie al suo interesse per i viaggi sulla luna, fu invitata alla base spaziale di Cape Canaveral, dove si preparava il lancio dell’Apollo 11, la prima missione spaziale che portò gli uomini sulla luna.
‘Tina Mazzini Zuccoli. ReVisioni di un archivio’, a cura di Silvia Vercelli e Andrea Simi, presenta una selezione di immagini e documenti provenienti dall’archivio, proponendone una rivisitazione contemporanea grazie alle fotografie di Andrea Simi e alle video-testimonianze raccolte tra persone legate all’autrice.
L’inaugurazione, ad ingresso libero, è giovedì 4 maggio, alle 18, presso la nostra sede didattica, in via Giardini 160 a Modena. Vi aspettiamo!

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Moto Morini

Per quanto riguarda la produzione di serie, negli anni sessanta conoscono grande diffusione la Sbarazzino 100 e la Corsaro 125, moto concepite per l’utilizzo stradale. Ma l’anima sportiva Moto Morini emerge nuovamente quando da quest’ultima viene derivata la Corsaro Veloce, che verrà poi declinata in numerose varianti sportive (la Competizione, la Sport, la Lusso, la Super Sport, la Country, la Regolarità, quest’ultima vincitrice della Sei Giorni Internazionale del 1966 in Svezia e dei Campionati Italiani Regolarità del 1967 e 1968). Anche il motore viene rivitalizzato incrementandone la cilindrata a 150 cm³ e conseguentemente le prestazioni, affiancato da un modello d’ingresso di cilindrata inferiore, il Corsarino 48.

Proprio il Corsarino, prodotto e venduto in diversi modelli (Z, ZZ, ZT, Scrambler e Super Scrambler) ininterrottamente dal 1963 al 1977, sarà uno dei modelli più popolari della casa bolognese. Pur essendo un ciclomotore secondo la normativa italiana, era in realtà costruito come una moto vera e propria con telaio a doppia culla e motore a 4 tempi, divenendo ben presto uno dei mezzi più ambiti dai giovani dell’epoca. Di questa moto venne anche prodotta una versione con motore maggiorato a 60 cm³ (denominata “Pirate” o “Twister”), per l’esportazione negli USA.

 

Fu grazie a questa piccola “commedia degli equivoci” che Giacomo Agostini, nel 1961, riuscì ad avere la moto dei sogni suoi e di buona parte dei suoi coetanei: una Morini 175 Settebello.

Alfonso Morini muore nel 1969, le redini della Moto Morini vengono prese dalla figlia Gabriella.

Fonte: Wikipedia s.v. Moto Morini e Giacomo Agostini

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Malcolm X

E se c’è una cosa che la cultura occidentale ha perfezionato, è la cooptazione. Forrest Palmer scrive: “Sto scrivendo un post sul blog intitolato ‘Malcolm X in un francobollo.’ È esattamente ciò che si trova qui [http://www.movements.org/pages/team]. Quando a livello locale inizia a muoversi qualcosa che non può essere arrestato, le élite lo accettano, piazzano dei leader selezionati in prima linea per acquietare le masse facendo loro credere di fare comunque qualcosa di ‘rivoluzionario,’ trattano con i ‘leader’ per assicurarsi che cedano allo stato, scendano a compromessi e che tutto rimanga nella situazione attuale o quantomeno che i compromessi siano così diluiti da non cambiare nulla per le masse, ma al contrario rafforzare ancor di più lo Stato. Il miglior esempio di un singolo evento del genere: La Marcia su Washington. In origine una rivolta di massa dei neri, divenuta poi un’innocua passeggiata nel parco mascherata da attivismo. Tutti i discorsi, incluso il ‘grandioso’ monologo I Have a Dream di King dovettero passare il vaglio del governo. Se i loro discorsi non si conformavano a ciò che lo Stato voleva, o li modificavano (John Lewis) oppure non veniva loro permesso di parlare (James Baldwin).”

Malcolm prevedeva che se il disegno di legge sui diritti civili non fosse stato approvato, ci sarebbe stata una marcia su Washington nel 1964. A differenza della marcia su Washington nel 1963, che era stata pacifica e all’insegna dell’integrazione, la marcia che Malcolm immaginava per il 1964 sarebbe stata un ‘esercito non-violento’ di soli neri con biglietti di sola andata.” [Wikipedia, a proposito di Malcolm X ed il suo discorso The Ballot or the Bullet.]

Così stanno le cose.  Malcolm X fu assassinato il 21 febbraio 1965. E mentre i nostri fratelli e sorelle in Africa, in Medio Oriente e nel Sud del mondo continuano ad essere pesantemente sfruttati o annientati del tutto dalle forze imperialiste, il movimento non è mai stato più docile. Cinquecento dollari al giorno per una vacanza al Summit di Rio+20 non sono mai stati accettati con più facilità dai pochi eletti a far parte del circolo allo champagne. E con un’amministrazione tutta democratica ed un presidente afroamericano alla Casa Bianca, per l’attuale movimento per i diritti civili e per le organizzazioni dominanti di sinistra non è mai stato più facile tacere, mentre ben poche critiche sono mosse dalla società civile che essi, auto-proclamandosi, rivendicano falsamente di rappresentare.

http://vocidallestero.it/2017/03/08/avaaz-ruffiani-imperialisti-del-militarismo-protettori-delloligarchia-fidati-mediatori-di-guerra/

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Il concilio Vaticano II

Ci fu una convergenza d’interessi fra certi settori del giudaismo e alcuni circoli liberali cattolici, entrambi volti a far sì che il Concilio Vaticano II imboccasse con molta decisione la via delle riforme radicali, sia per ciò che riguarda il rapporto con il giudaismo, sia per ciò che riguarda la struttura interna della Chiesa cattolica, tanto sul piano liturgico e pastorale, quanto, e sia pure in forma velata, su quello teologico e disciplinare…

Se si voleva dare una “spinta” al Concilio in senso liberale, lo sfruttamento del genocidio degli ebrei sembrava la risorsa perfetta, nel senso di inoppugnabile, per portare a termine una simile operazione: una volta caricato il fardello di una così atroce, di una così schiacciante responsabilità morale sulle spalle della Chiesa, chi mai avrebbe osato opporsi a una “liberalizzazione” di essa, in senso progressista e modernista, e, aggiungiamo noi, anche in senso filo-giudaico, ovviamente per offrire una doverosa “riparazione” a quella colpa? Ma, come già abbiamo avuto occasione di dire, la “svolta” filo-giudaica, con il passaggio degli ebrei da “perfidi giudei” a “fratelli maggiori” dei cattolici, e dei cristiani tutti, portava con sé, necessariamente, anche una svolta in senso filo-islamico: e di entrambe stiamo assistendo oggi agli sviluppi, sempre più audaci e sempre più sconcertanti.

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=58327

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I premi Hugo del 1960

cropped-2010header1959-1966 – Seconda parte: 1960

I Trofei

I trofei dei Premi Hugo variano di anno in anno, ma tutti (salvo quello dell’anno 1958) mostrano un elemento prevalente: Il razzo Hugo con le pinne appoggiate al piedistallo.

I primi trofei avevano un razzo disegnato da Jack McKnight e Ben Jason che appoggiavano sul basamento in legno di una automobile americana del 1950. Comunque la forma del razzo cambiava ogni anno, a seconda dell’interpretazione del comitato disegnatore. Il disegno attuale del razzo del trofeo, che è considerato definitivo, è lo stesso da quando Peter Weston lo disegnò nel 1984 al suo debutto. Da allora ogni razzo del premio (eccetto quelli del 1991) è stato veramente fuso nello stesso stampo.

Ogni comitato della Worldcon disegna la base del trofeo. Alcune erano abbastanza piatte, altre furono indirizzate verso un modello fantasioso e stravagante. Il premio del 1992, presentato alla Magicon, includeva pezzi della gru della NASA del Centro Spaziale Kennedy, mentre quello del 1994, presentato alla ConAdian, conteneva pezzi di “metallo spaziale”, pezzi dell’involucro di un razzo canadese che era stato nello spazio.

Una collezione dei premi sono stati fotografati per primi da Michael Benveniste e Sheila Perry.

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1960 Hugo

1960 (1)Convention tenuta a: Pittcon, Pittsburgh, dal 3 al 5 Settembre 1960, presentata da Isaac Asimov.

Romanzo vincitore (Novel):

Starship Troopers (aka: Starship Soldiers), di Robert Heinlein

Dec 1959; G. P. Putnam’s Sons: $ 3.95, Pg. 309

Apparso come Starship Soldier in due puntate su:

1 – The Magazine of Fantasy and Science Fiction, October 1959; Ed. Robert P. Mills; Mercury Press, Inc.; $ 0.50; pg. 164

2 – The Magazine of Fantasy and Science Fiction, November 1959; Ed. Robert P. Mills; Mercury Press, Inc.; $ 0.40; pg. 132

22° 1975 Locus All-Time Best Novel

21° 1987 Locus All-Time Best SF Novel

24° 1998 Locus All-Time Best SF Novel before 1990

Fanteria dello spazio: U. n. 276 del 25-02-1962; UCL. n. 35 del Febbraio 1980; UC. n. 17 del Febbraio 2004.

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La storia è raccontata in prima persona e in un linguaggio secco e pittoresco da un soldato dell’esercito terrestre, un ragazzo che scappa di casa per arruolarsi nella fanteria dello spazio (regina, a quanto pare, anche delle battaglie cosmiche), partecipa alle operazioni belliche nella Galassia, e «fa carriera» fino a meritarsi i galloni da ufficiale… Ma ciò che costituisce il mordente del libro e lo straordinario verismo, la «fedeltà» quasi cinematografica delle esperienze militari del protagonista I sergenti cattivi, le marce le esercitazioni a fuoco, la terribile disciplina, la solidarietà fra commilitoni sono cose che molti lettori conosceranno per averle provate di persona. Ma qui anche la «tuta potenziata» l’arma tuttofare della fanteria spaziale, anche i lanci dall’astronave, i rastrellamenti a «saltamontone», le offensive contro i «pelleossa» e i «ragni» dei pianeti nemici sono descritti con una bravura da grande documentarista. Ed è l’apparenza realistica di queste avventure di guerra a renderle più persuasive e soprattutto più drammatiche e avvincenti.

Altri romanzi nominati:

1 – Dorsai! (aka: The Genetic General), di Gordon R. Dickson: 1960; Ace Books (Ace Double #D-449); $ 0.35; pg. 159+96. Il secondo romanzo è Time to Teleport (niente a che fare con i Dorsai).

Apparso a puntate su:

Astounding Science Fiction; May, June and July 1959; Ed. John W. Campbell, Jr.; Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.35; pg. 164; ogni volume.

Il mercenario di Dorsai; Il generale genetico: Galassia n. 23 del Novembre 1962; CA n. 34 del Settembre 1974;

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Donal Graeme è nato su Dorsai, il piccolo pianeta che fornisce i migliori soldati della Galassia, ma fin dalla giovinezza ha sempre avuto la sensazione di essere qualcosa di più che un semplice ufficiale professionista: una sorta di vocazione a giocare un ruolo determinante nel futuro della comunità stellare.

Per questo, nel corso di una rapidissima carriera che lo porta su tutti i fronti delle guerre interplanetarie, non esita a sfidare gli uomini più potenti del suo tempo e a sfruttare a proprio favore – nella migliore tradizione della sua razza – i loro errori di giudizio.

Ma sul turbolento scacchiere interplanetario si combatte anche un altro tipo di guerra, che non fa uso di armi: un sottile conflitto di potere, orchestrato da un uomo che in qualsiasi caso, indipendentemente da vinti e vincitori, finirà col trovarsi in vantaggio.

Soltanto Donal è consapevole dell’esistenza di questa minaccia, ma per salvare l’umanità dalla schiavitù dovrà vincere la sua battaglia più difficile: comprendere la propria natura, accettare il fortunato caso genetico che ha fatto di lui un superuomo.

2 – The Pirates of Ersatz (aka: The pirates of Zan), di Murray Leinster: 1959; Ace Books (Ace Double #D-403); $ 0.35; pg. 93+163.

Il secondo racconto compreso nel libro è The Mutant Weapon.

Apparso a puntate su Astounding Science Fiction, February, March and April 1959; Ed. John W. Campbell, Jr.; Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.35; pg.164; ogni volume.

I pirati di Zan: Galassia n. 90 del Giugno 1968.

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Bron Hoddan era nato su Zan, il pianeta in cui tutti erano pirati dello spazio. E gli abitanti degli altri pianeti civilizzati io ritenevano la più grande minaccia alla sicurezza della Galassia. Perché Bron Hoddan aveva compiuto una scoperta, e questa scoperta era la più temuta da tutti gli esseri civili: il raggio della morte. Così Hoddan fu costretto a emigrare su Darth, il pianeta medievale, e a combattere laggiù la sua battaglia contro le forze che volevano distruggerlo.

3 – That sweet little old lady (aka: Brain Twister), di Mark Phillips (aka: Randall Garrett and Laurence M. Janifer): Aug 1962; Pyramid Books; #F-783; $ 0.40; pg. 144.

Apparso in due puntate su:

Astounding Science Fiction, September and October 1959; Ed. John W. Campbell, Jr.; Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.35; pg. 164.

I dominatori del pensiero: Cosmo Ponzoni n. 141 (I Romanzi del Cosmo) del Febbraio 1964.

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Il nemico non è un nemico tradizionale. Non uccide, non si tradisce. Non è possibile scoprirlo, perché costui non domina il corpo. Domina lo spirito, il pensiero. Ma il pericolo si presenta ancora più grave. La temuta spia si annida tra le segretissime mura di un ente spaziale. Le menti degli scienziati sono in pericolo. Un campo senza barriere e la prospettiva di una battaglia ad armi impari, dove, anzi, le armi non contano. Una battaglia in cui deve essere temuto ogni uomo dal comandante all’ultimo soldato. Gli scienziati stessi, il capo della polizia federale, tutti possono essere identificati nel mostro che domina il pensiero, che oggi dà il terrore e, domani, forse anche la morte.

4 – The Sirens of Titan, di Kurt Vonnegut: Dell, October 1959; #B138; $ 0.35; pg. 319.

Le sirene di Titano: SFBC n. 13 del Febbraio 1965; CO n. 46 del Febbraio 1981

SIRENSOT1959LSRNDTTNZR1965Le sirene di titano

Perché dovrebbe Malachi Consiant, l’uomo più ricco, più fortunato e più depravato degli Stati Uniti, partire con la sua astronave privata per destinazioni sconosciute assieme all’unica donna capace di resistergli? Chi è in realtà Unk, il povero soldato dell’esercito marziano che è stato sottoposto per ben otto volte al lavaggio dal cervello e ricorda ancora inquietanti particolari che lo spingono a cercare di saperne di più sul suo passato? Quale scopo bizzarro si nasconde dietro la strana invasione dei marziani sulla Terra? E quale rapporto esiste tra Winston Niles Rumfoord, il gentiluomo cronosinclasticoinfabulato che appare e scompare periodicamente sulla Terra e su Marte, e Salo, il misterioso inviato del lontanissimo pianeta Tralfamadore, naufragato con la sua astronave su Titano?

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Short Story vincitrice:

Flowers for Algernon, di Daniel Keyes: The Magazine of Fantasy and Science Fiction, April 1959; Ed. Robert P. Mills; Mercury Press, Inc.; $ 0.40; pg. 132

Fiori per Algernon: Gamma n. 5/3 marzo 1966; GO n. 3/23 del Maggio 1978.

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Nessuno aveva aiutato Charlie Gordon a uscire dall’isolamento e dal buio della sua mente atrofizzata, ed egli, rinnegato da tutti, pareva destinato a trascinare una spenta esistenza puramente vegetativa. Poi venne, con la sua equipe di biologi, psicologi e neurochirurghi, il dottor Nemur, l’uomo che stava conducendo esperimenti sul cervello dei topi e che era riuscito a trasformare uno di questi, Algernon, in un abilissimo, oltre che simpaticissimo, essere evoluto. Anche Charlie diverrà una cavia, l’amico-rivale di Algernon, e poi, grazie agli interventi di Nemur, un individuo straordinario, sempre più avanzato nella scala biologica, un genio in assoluto (eppur capace di rinnovare la scoperta più affascinante: quella dell’amore). Ma anche la scienza conosce omissioni ed errori, e la sperimentazione non sempre riesce a operare nel senso che si è ripromessa:. un’unica e atroce sorte accomunerà l’esistenza di Algernon e quella del suo devotissimo Charlie…

Considerazione personale: Uno dei più bei racconti mai pubblicati.

Altre short story nominate:

1 – The Alley Man, di Philip José Farmer: The Magazine of Fantasy and Science Fiction, June 1959; Ed. Robert P. Mills: Mercury Press, Inc.; $ 0.40; pg. 132

L’ultimo dei Paley; L’uomo del vicolo; Un dio dal passato: Futuro Pocket Fanucci n. 2/1 del Luglio 1972; Sidera n. 2/1 del 1982

Può un essere umano di un lontanissimo passato sopravvivere sino alla nostra epoca e far innamorare di se una intellettuale?

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2 – The Pi Man, di Alfred Bester: The Magazine of Fantasy and Science Fiction, October 1959; Ed. Robert P. Mills; Mercury Press, Inc.; $ 0.50; pg. 164

Il signor Pi Greco; Il compensatore: U. n. 469/4 dell’Agosto 1967

The Pi Man, a man who must always find balance in numbers and patterns–and elude those who wish to use his abilities for their own fanatical ends. Against his better instincts, he allows himself to feel something for his persistent assistant, Liz Chalmers, a woman undeterred by his intimation that his need for balance calls for a need to do violence to those he loves.

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3 – The Man Who Lost the Sea, di Theodore Sturgeon: The Magazine of Fantasy and Science Fiction, October 1959; Ed. Robert P. Mills; Mercury Press, Inc.; $ 0.50; pg. 164 (per la cover vedi n. 2 sopra).

L’uomo che vide svanire (scomparire) il mare; L’uomo che perse il mare: Fantasia e Fantascienza Minerva n. 3/1 del Febbraio 1963; Nova SF* n. 13 (55)/3 del Marzo 1988

A boy is showing a model helicopter to a person described as a “sick man” on a beach. As the story progresses, the models shown by the boy increase in sophistication, first a rocket plane and then an interplanetary spacecraft. The reader also learns of significant events in the boy’s life, including his fascination with the Sputnik satellite and a near-drowning experience while swimming in the ocean. At the end the boy and the sick man are the same person, an injured astronaut who is regaining consciousness after a crash landing on Mars.

The story is told as a second-person narrative (i.e., “You raised your head …”, “If you were the kid …”).

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4 – Cat and Mouse, di Ralph Williams: Astounding Science Fiction, June 1959; Ed. John W. Campbell, Jr. Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.35; pg. 164

Inedito in italia: eBook in inglese

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The story is set in Alaska. Ed Brown, a trapper, has just begun a winter’s stay in the wooded mountains. He soon discovers a “hole” into another world, World 7, being used by an alien civilization as an experimental ground for transplanting intelligent life from different planets. However, World 7 has inadvertently been infested with a Harn, an intelligent predator. The entity overseeing the planet, the Warden, needs to eliminate the Harn and decides that the easiest way to do this is to open a portal from World 7 to Earth. The Warden’s intention is to have the people of Earth kill the Harn.

His curiosity piqued by what he sees through the portal, Ed Brown passes through and investigates the other world. He soon comes into conflict with the Harn, but escapes back through to Earth. The Harn follows him through the portal and a final fight takes place in the mountains of Alaska. The Harn is a colony organism that can produce individuals of different sizes, shapes, and armaments, though it is limited by available resources. As the conflict develops, it tries to win by producing two large, lethal individuals.

Ed, being prepared for a winter in a hostile landscape, has several firearms with him, including shotguns, hunting rifles and light “varmint” guns. He has “snakeproof” pants and other backwoods equipment. The creatures are also allergic to tobacco: he can drive off some of the smaller ones by spitting tobacco juice at them.

Ed’s need to conserve ammunition by not wasting heavy ammo on small targets. He is able to drive back most of the attacks, but is left with limited ammunition just as the Harn activates the final attackers. Realizing that the creature must have a central controller, he goes to World 7 while the Harn is mostly on Earth. He finds a burrow by following tracks, pours gasoline in and lights it. Just then the final attackers appear. They are huge bear-like creatures with fangs, claws, and six legs. Ed shoots one several times with his rifle but is injured as it makes a dying lunge. The second creature appears, but fortunately the Harn dies, and it collapses.

Ed is watching as a stranger looks at the battlefield, smiles at him and disappears. This is evidently the Warden.

Ferdinando Temporin

http://andromedasf.altervista.org/seconda-parte-1959-1966-volume-secondo-1960/

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