Ursula K. Le Guin

La fantascienza delle donneLo scorso 22 gennaio è scomparsa, all’età di ottantotto anni, Ursula K. Le Guin. Un’autrice che ha lasciato, nella storia della letteratura fantascientifica, un’impronta indelebile. Che ha dato lustro e vigore alla cosiddetta “soft sci-fi”, portando l’antropologia, la sociologia, la psicologia nel genere. Che ha abbattuto le barriere letterarie spaziando tra i confini del fantastico in senso più ampio. Che ha parlato di ambientalismo, anarchia, identità di genere, influenzando autori e autrici che sarebbero venuti dopo di lei.

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La sua storia e la sua bibliografia sono ampie per trattarle in un solo articolo: andiamo quindi a ricordare Ursula K. Le Guin attraverso cinque parole chiave che ci schiudono, pur senza pretesa di esaustività, i suoi mondi.

Hopi Corn Dance“Hopi corn dance”, Tonita Peña

  1. LINGUAGGIO

Il linguaggio è una tematica importantissima nella narrativa di Le Guin: l’autrice creò vere utopie linguistiche, attraverso le quali parlò di lingua scritta e orale, percezione del mondo e dell’identità di genere, gerarchie, poesia, musica. Al suo romanzo “Sempre la valle” (Always coming home, 1986) accompagnò non solo un glossario e un dizionario dell’immaginaria lingua Kesh, ma anche un’audiocassetta che conteneva canti e poesie del popolo di cui aveva narrato.

My_World_is_not_Flat,_2011_by_M._Bagshaw“My world is not flat”, Margarete Bagshaw

  1. CALIFORNIA

E, più nello specifico, la California degli anni ’50 e ’60: un luogo di impressionante fermento artistico, culturale, rivoluzionario, che influenzò la formazione di Le Guin e le diede ampie chiavi di lettura del mondo. Frequentò la Berkeley High School insieme a Philip K. Dick (sebbene i due non si conoscessero), trascorse le sue estati in una fattoria chiamata “Kishamish” nella Napa Valley, tra colline e vigneti, ma soprattutto nel mezzo delle stimolanti frequentazioni dei suoi genitori: scrittori, poeti, scienziati, nativi americani… un contesto culturale che avrebbe caratterizzato l’identità della sua narrativa.

Flyingheadacorn“Flying head terrified of woman cooking and eating acorn”, David Cusick

  1. FEMMINISMO

Ruoli di genere, disparità sociali, maternità, patriarcato: sono temi centrali in quello che forse è il romanzo più importante di Le Guin, “La mano sinistra delle tenebre” (The left hand of darkness, 1969). Come sarebbe una società di ermafroditi, in cui i ruoli riproduttivi siano perfettamente interscambiabili? Da questa domanda parte un incredibile lavoro di world-building e una lunga riflessione sulla parità di genere, di cui la fantascienza diventa un campo d’indagine e di sperimentazione.

Blackhawk-spiritbeing“Dream or vision of himself changed to a destroyer and riding a buffalo eagle”, Black Hawk

  1. PACIFISMO

Antimilitarista e antimperialista, Ursula K. Le Guin trattò spesso questi argomenti attraverso i suoi romanzi. La sopraffazione, il valore della non-violenza e soprattutto della comunicazione sono elementi fondamentali nelle sue opere, così come la sperimentazione e l’analisi dell’utopia anarchica di un altro suo masterpiece, “I reietti dell’altro pianeta” (The dispossessed, 1974), storia di due pianeti gemelli e opposti: il feroce e capitalista Urras, l’anarchico Anarres.

At_the_Sand_Creek_Massacre,_1874-1875“The Sand Creek massacre”, Howling Wolf

  1. AMBIENTALISMO

La controcultura anni ‘60 e l’interesse di Le Guin per la storia dei nativi americani influenzarono l’etica ambientalista che emerge dai suoi romanzi, in cui guerra e imperialismo passano anche per le devastazioni ambientali. Le Guin è stata definita “ecofemminista”, laddove rimarca una cultura di prevaricazione storicamente maschile e gerarchica; e racconta di civiltà legate alla terra, in cui la parità sociale tra i generi si accompagna a profondo rispetto e simbiosi verso la natura.

“Credere che la narrativa realistica sia per definizione superiore alla narrativa dell’immaginazione è come pensare che l’imitazione sia superiore all’invenzione.”

Ursula Kroeber Le Guin, 1929-2018

Elena Di Fazio in http://andromedasf.altervista.org/i-mondi-di-ursula-k-le-guin-cinque-parole-chiave/

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Ieri e oggi

Uno degli errori più comuni che si possono fare quando si affronta un periodo storico che non si è vissuto direttamente (o su cui non ci si è documentati a sufficienza) è applicare le teorie contemporanee a situazioni in cui quelle teorie non esistevano.

Chiarisco con un esempio: alcuni attribuiscono ai nostri tempi le caratteristiche dell’  l’avidità infantile,  quella che:

  • Non sopporta l’autocontrollo, ossia l’educazione alla sobrietà, perché protesa al possesso di beni quasi sempre con finalità ludiche. Il bene stesso è percepito come un giocattolo […]
  • Non sopporta la gratificazione ritardata ossia il risparmio, perché pretende il soddisfacimento di voglie immediate e non bisogni reali.
  • Non sopporta la razionalità e l’ordine perché le voglie devono essere soddisfatte nel momento stesso in cui sorgono e non possono essere posposte ad altre priorità, quasi sempre più opportune per il benessere del soggetto”. E nemmeno parliamo del benessere della società in quanto tale, i cui diritti sovra-individuali sono spregiati (occasionalmente come “fascismo”, o “collettivismo” e “statalismo”).

 

Le agenzie (anti)educative di diffusione dell’ethos infantilistico  fanno credere  che il successo si ottenga “senza fatica”  e “senza sacrificio, rinunce e disciplina”. Alimentano “il mito giovanilistico della spensieratezza e della irresponsabilità perenne”. Impongono  “la privatizzazione dei valori” – come si sono privatizzati gli enti di servizio pubblico, istituzioni volte agli interessi collettivi per una nazione che si propone di durare oltre la generazione attuale.  Nelle  vite personali degli “sprovveduti”, si è instaurato l’atteggiamento per cui “il bene privato prevale sul ben pubblico, l’istantaneo prevale sul duraturo, la gratificazione immediata sulla differita, il gioco sul lavoro”.

Questa è – spero si capisca – una compiuta ed efficace pedagogia per la ”formazione” di  tossicodipendenti da discoteca e frequentatori di prostitute e prostituti della tratta, generazioni di infinite Pamele. So già, per esperienza, come reagiscono le Pamele quando si cerca di trattenerle, prima , dal cadere nella fossa della dipendenza – o del “grande amore”   del momento: “Nessuno mi  deve dire come vivere la mia vita. Io la vivo come voglio”.  Non si rende conto  che  vive come vuole il sistema, desiderando ciò che il sistema gli fa desiderare; che  le sue voglie “la agiscono” invece che essere lei a gestirle, priva ormai della tenuta e fortezza che non ha mai imparato ad esercitare –  perché  “resistere alle tentazioni” è stato tanto schernito e deriso da essere ridicolo solo proporlo, allo stesso modo che “evitare le cattive compagnie” .  E ormai la Chiesa cattolica offre una “religione low cost”  che asseconda, invece di contrastare, questa deriva mortale. Facendosene complice.

Relativismo dogmatico

La cosa grave è  in  queste torme infantilizzate, ignoranti e  soggette al primo impulso,  è stato insufflato   “il dogmatismo intransigente”, quel conformismo d’acciaio che le fa rifiutare, con le idee nuove, ogni  critica della condizione sociale, che invariabilmente  sentono come critica al loro modo di vita privato. Vige ormai,  pesante come una cappa di piombo sulla nostra  epoca,  ciò che Sambruna chiama felicemente “il relativismo intollerante”. Il relativismo che mentre dichiara l’equivalenza di tutti i valori e la liceità di ogni modo di vita,  in realtà non tollera – e sopprime dal  discorso pubblico –  tutti i modi e valori che non siano i propri.  Il totalitarismo  in cui viviamo, sorvegliato  dalle sue vittime, che loro chiamano “Libertà”.  Vogliono vivere nella menzogna perché la verità costerebbe loro “rinunce”  e “sacrifici”. Fine. (1)

Anche accettando per buona questa ipotesi poi si dà la colpa di tutto questo al ’68 dimenticandosi (o non sapendo) che quella generazione: “Ma personalmente, se devo ricordare cosa mi ha educato da piccolo a non essere come loro, le generazioni irresponsabili infantili, devo dire che non è stato, immediatamente, la fede cristiana. Sono state le maestre. Come mi è capitato di dire altre volte, io ho cominciato la prima elementare nel 1949: le maestre, dunque, erano ancora quelle educate nel passato regime, ed educavano ancora secondo quella pedagogia. Se dico che educavano all’amor di patria, devo subito aggiungere che nulla aveva in comune con la frenesia viscerale che coglie gli italiani quando vince la Nazionale di Calcio. Non era nemmeno ciò che una Boldrini potrebbe chiamare “nazionalismo”, perché la patria che ci insegnavano ad amare, era una patria sconfitta nella guerra e nelle vergogna, circolavano ancora numerosi i mutilati. No: ci insegnavano che la patria era povera (anzitutto di materie prime) e che la sua risorsa erano le nostre intelligenze, qualità umane, creatività, che dovevamo sviluppare per migliorare il posto della patria nel mondo. Non dovevamo “essere di peso” alla nostra famiglia, e alla patria, che nostre negligenze e incurie, si riflettevano sulla patria, la danneggiavano, la sminuivano. La sobrietà personale, il lavoro onesto, lo spirito di sacrificio era un dovere che avevamo verso i concittadini più adulti, a cominciare dai nostri genitori, che stavano faticando, che erano disoccupati, che erano tornati mutilati.

Ebbene: molte volte nella follia e ribellione adolescenziale, mi ha trattenuto dal peggio, da abitudini viziose, da “cattive compagnie”, il ritegno di “essere di peso” ai miei, diventare “un peso” per la comunità. Come spero milioni di italiani ancora, mi è stata insufflata la responsabilità verso la comunità storia e sociale in cui sono nato.(2)


  1. https://www.maurizioblondet.it/veri-extra-comunitari-nostri-figli/
  2. Attribuito a Giobbe Covatta che ha poi smentito, ma io ho fatto la prima pochi anni dopo e, se la miseria era un po’ diminuita, posso garantire che il sentimento era ancora quello.
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Cinquantenario

Mario Capanna

Dal 1963 è studente dell’Università Cattolica di Milano, dopo essere stato ammesso al Collegio Augustinianum. Studia filosofia e segue i corsi del professor Emanuele Severino. Nel 1967 inizia la contestazione studentesca ed è espulso dall’Università Cattolica poco prima di laurearsi (il suo relatore avrebbe dovuto essere proprio Severino). Passa alla Statale, dove poi otterrà la laurea in filosofia, diventandone subito il leader studentesco principale. Coordinò le lotte che il Movimento Studentesco effettuò in tutta Italia, ed ebbe violenti scontri con le forze dell’ordine e soprattutto con i militanti dell’estrema destra: rischiò di essere linciato da giovani appartenenti al Movimento Sociale Italiano nel 1969. L’11 marzo 1969 Mario Capanna, insieme ad un gruppo di studenti dell’ateneo milanese, sequestrò in aula il professore Trimarchi e lo sottopose a un processo improvvisato.(1)

Questo pone immediatamente la nascita del movimento in ambito universitario, come del resto

Herbert Marcuse

Negli anni 1968 e 1969 si reca per alcuni mesi in Europa, tenendo lezioni e discussioni con studenti a Berlino, Parigi, Londra e Roma. Con l’inizio del Movimento Studentesco Marcuse diventa uno dei suoi principali interpreti, definendosi Marxista, socialista e Hegeliano. Le sue critiche al capitalismo (specialmente la sua interpretazione di Marx e Freud in Eros e civiltà pubblicato nel 1955) risuonarono con le preoccupazioni del movimento.

« Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico »

Così Herbert Marcuse inizia la sua opera forse più importante, L’uomo a una dimensione, 1964. È questo un Marcuse più pessimista rispetto ad Eros e civiltà, meno disponibile ad arrendersi ad un ordine sociale che appare totalitario, che permea di sé ogni aspetto della vita dell’individuo e, soprattutto, che ha inglobato anche forze tradizionalmente “anti-sistema” come la classe operaia. In questo modello la vita dell’individuo si riduce al bisogno atavico di produrre e consumare, senza possibilità di resistenza. Marcuse denuncia il carattere fondamentalmente repressivo dalla società industriale avanzata che appiattisce in realtà l’uomo alla dimensione di consumatore, euforico e ottuso, la cui libertà è solo la possibilità di scegliere tra molti prodotti diversi.(2)


  1. https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Capanna
  2. https://it.wikipedia.org/wiki/Herbert_Marcuse
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Le origini storiche del bioregionalismo

Si può partire dal cosiddetto summit svoltosi su un barcone a Sausalito, in California nel febbraio 1967, con Timothy Leary, Gary Snyder, Alan Watts e Allen Ginsberg, pubblicato poi dal San Francisco Oracle, il famoso giornale underground, tradotto in seguito da Fernanda Pivano e pubblicato nel libro L’altra America negli anni contadino, il cacciatore, l’artigiano e comincia ad abitare quel luogo, impara la cultura di quel luogo, la cultura ancestrale di quel luogo, gli insegna­ menti dei nativi di quel luogo, come facevano per vivere in quel luogo in maniera rispettosa, rispettandone gli equilibri, quelli sono i veri maestri… Devi imparare dalla sapienza delle culture native e poi applicarla nel concreto. Devi risintonizzarti con gli elementi della natura e iniziare un nuovo percorso». Questa secondo me è l’origine del bioregionalismo.

Quale è stato il tuo percorso?
Io sono nato contadino, ma non ero pronto per essere contadino. Erano gli anni 60, ero giovane, sonodel1948, sono arrivato alla terza media, che poi in effetti era terzo avviamento professionale, ma l’ho fatto a fatica. Sono nato in campagna, figlio di contadini, ma come molti altri della mia generazione c’era questa cosa dentro di me che non mi faceva stare bene, ci sentivamo a disagio in un mondo così conformista. Io a scuola proprio non ne volevo sapere, insegnavano cose che, forse sbagliavo, allora lì per lì non mi davano niente. Questo non voleva dire che non volevo imparare, solo che volevo imparare le cose che sentivo importanti. Quando sono saltati fuori il movimento beat, iBeatles, i Rolling Stones, la rivista Mondo Beat, Gianni Milano, Fernanda Pivano, in quel fermento mi sono riconosciuto. Ma vivendo in campagna non avevo la possibilità di sviluppare queste idee, quindi ho cominciato a guardarmi in giro e a fare i primi viaggi, a Milano, a documentarmi, con le pubblicazioni, e poi a un certo punto ho scelto di andare via dalla campagna. Il mio papà aveva bestie da latte quindi era un impegno continuo, non c’era la possibilità di andare, esplorare…e mi sentivo soffocare nella ricerca di qualcosa che riempisse il vuoto che avevo dentro. Sono andato via dalla campagna, vivevo lì ma andavo a lavorare in città, operaio in una fabbrica di indumenti, avevo tempo libero il fine settimana e in più le ferie. In quei momenti giravo, esploravo, conoscevo gente e ho iniziato a viaggiare, a Londra, in Canada, negli Stati Uniti. Il primo viaggio non l’ho fatto negli Stati Uniti, mi sembra ­ va troppo. Sono stato in Canada. Il contadino non fa il passo più lungo della gamba, ti puoi immaginare, ero un ragazzino di campagna, timido, che non sa quasi niente, la lingua…in Canada è stata una bellissima esperienza, in autostop nell’Ontario e nel Quebec, in ostelli che costavano pochissimo, sui bus Greyhound su a nord, volevo sentire la natura pulsante. Nella campagna in Italia già cominciavano a tirar via tutte le piante, la monocultura avanzava a passi da gigante, sentivo il bisogno di un con ­ tatto con la natura viva, e in Canada è stato come arrivare in un altro mondo. Nel viaggio successivo ho fatto costa a costa Toronto-Vancouver-San Francisco e da lì negli stati del sud per tornare poi a Toronto. A quei tempi c’erano tanti con­ tatti, incontri, concerti…tra noi giovani ci si riconosceva subi­to, il capello un po’ più lungo, la camicia un po’ a fiori, era subito amicizia, ospitalità.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59937

 

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Dove stiamo andando

Lettera di una Torinese a Noi Donne nel 1965

Dove stiamo andando?
Ho letto la lettera di quei genitori i cui figli si sono scandalizzati perché loro, i vecchi, hanno cantato e scherzato una sera e la sua risposta; perciò le scrivo. Sono in un momento di rabbia, poi domani mi ripeterò che anche questa mia rabbia è inutile. Sono scontenta di tutto e mi chiedo spesso dove stiamo andando. Mi pare che noi — i democratici, i rivoluzionari, i più avanzati, fra i genitori — stiamo per essere sommersi da un mare di opportunismo, di conformismo. Volevo cominciare la mia lettera con l’argomento oro. C’è in giro un’orgia di monili d’oro. Perché la gente, anche quella che lavora, che ha fatto la fame, si addobba cosi per andare a fare la spesa o commissioni comuni? Cos’è questo esibizionismo su un valore tanto effimero? Ma non è solo questo. Per la strada ho colto questa scenetta. Un bambino ha detto alla madre: « Non hai più il tempo di guardare i miei compiti la sera, guardi sempre la televisione » e si è preso in risposta un ceffone. E poi c’è l’automobile e il week-end. Che piova, tempesti, nevichi, si deve fuggire da casa, fare file faticose e interminabili, magari con bambini piccolissimi a bordo che starebbero meglio a letto. A costo di bronchiti, a costo di arrabbiature, a costo di delitti. Certe mie amiche di sinistra non sono per niente diverse dalle signore piccolo-borghesi, fanno sforzi enormi perché le figlie vadano a ballare senza indossare la terza volta il vestito che hanno indossato già due volte. Non si fa altro che scopiazzare i ricchi e gli arrivati come le scimmie, anche se si è combattuto per dei valori ben diversi. Si vuole dare ai propri figli tutto ciò che hanno quelli delle famiglie benestanti, tutto ciò che non si è avuto nella propria adolescenza e giovinezza, ma si da in maniera sbagliata, ci si vergogna di dire che si è stati poveri (mentre basta un licenziamento a far ripiombare tutta la famiglia nella povertà).

Ha importanza tutto ciò che è materiale, gli elettrodomestici e le macchine di ogni tipo sono il non plus ultra della felicità. Tanti genitori hanno volutamente dimenticato gli anni ’40-’50, gli scioperi, le lotte, tutto ciò che abbiamo fatto quando si andava a bussare di porta in porta per avere 10 lire a sostegno delle nostre idee e delle nostre lotte. Io mi ricordo che in pieno fascismo mia madre mi raccontava di quando avevano ucciso il sindaco socialista del paese. Ma noi che cosa raccontiamo ai nostri figli del nostro passato? Diamo sempre la colpa alla scuola della loro ignoranza e del loro disinteresse ai problemi sociali, ma in quale parte ne siamo noi responsabili? Non mi fraintenda. Io non sono contro il progresso materiale, contro le comodità, le cose belle, i vestiti eleganti eccetera. Ma tante volte penso che tutto ciò che abbiamo conquistato e messo nelle nostre case, tutte le automobili che corrono per la città e la rendono un inferno, tutti i nostri agi sono spesso il risultato di umiliazioni tremende che abbiamo accettato, di rinuncia alla nostra dignità e al nostro libero e moderno modo di pensare. Venti anni or sono speravamo di far piazza pulita, in fretta, delle ingiustizie e di edificare una società nuova basata sulla giustizia e sulla solidarietà umana. Oggi anche tutto ciò mi sembra una meta irraggiungibile. Gli anziani, quelli della lotta di liberazione, se ne vanno ad uno ad uno e fra qualche decennio ce ne saranno ben pochi. Altri si adeguano, e così fra dieci, vent’anni, resteranno in campo solo i ragazzini che oggi non sanno niente dei loro genitori e sognano automobili sempre più veloci e perfette. Sono troppo pessimista? Lo spero. Vorrei un’ondata nuova come quella di un’alta marea che facesse piazza pulita di tanti ideali inutili e li sostituisse con valori veri. Ma questa ondata ci
sarà? L’abbiamo preparata?
Torinese

1965

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Le Origini della Fantascienza Italiana

Sulla rivista avevamo già pubblicato la voce di Wikipedia, siamo lieti di avere qui la testimonianza di Gianfranco De Turris

Il tredicesimo cavaliere 2.0

Armando Silvestri Cesare Falessi Massimo Jacoponi Ali Nuove Cartografia dell'Inferno

  Aveva appeso ad una parete nel suo studiolo di casa, zeppo ovviamente di libri e carte, una caricatura: si vedeva un personaggio alto e magro con la testa tonda in piedi dietro una scrivania che guarda verso il basso un buffo alieno, e dice: “E così lei sarebbe uno scrittore di fantascienza”, o forse “E così lei vorrebbe pubblicare un racconto di fantascienza”, dopo tanto tempo non ricordo precisamente.

Armando Silvestri Cesare Falessi Massimo Jacoponi Ali Nuove Cartografia dell'Inferno Cesare Falessi

Era una caricatura che di Cesare Falessi aveva fatto un artista bravissimo, complicato e sfortunato, semplice e sensibile, Massimo Jacoponi, suicidatosi nel 1981 a soli 53 anni, un vero artista che sapeva fare di tutto: per Oltre il Cielo, fondato da Armando Silvestri (1909-1990) e di cui Cesare Falessi era il direttore responsabile, illustrava racconti e articoli, realizzava splendide copertine a colori, ma anche vignette umoristiche. Soltanto che quella, in cui Cesare si era subito riconosciuto…

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JFK, un caso ancora aperto

Era l’estate 1963, quando un alto funzionario della direzione operativa della CIA trascinò la nostra classe di Junior Officer Trainee (JOT) in una sfrenata battaglia contro il presidente John F. Kennedy, accusato tra l’altro di codardia per aver rifiutato di mandare le forze armate statunitensi a salvare i ribelli cubani inchiodati nell’invasione della CIA sulla Baia dei porci, soffocando la possibilità di cacciare dal potere il leader comunista di Cuba Fidel Castro. Sembrava strano che un funzionario della CIA pronunciasse tali critiche su un presidente in carica nel corso di formazione di chi era stato scelto come futuro dirigente della CIA. Mi ricordo di aver pensato: “Questo è sconvolto; avrebbe ucciso Kennedy, data la possibilità”. Il nostro docente speciale era simile a E. Howard Hunt, ma più di mezzo secolo dopo non posso essere sicuro che fosse lui. Le nostre note di tale formazione/indottrinamento furono classificate e mantenute sotto chiave. Alla fine del nostro orientamento JOT, i dirigenti dell’agenzia dovettero fare la scelta fondamentale tra l’adesione alla direzione per l’analisi o la direzione delle operazioni in cui i funzionari dirigono le spie e organizzano i cambi di regime (come chiamavano il processo per rovesciare governi). Scelsi la Direzione per l’analisi e, una volta entrato nella nuova sede di Langley, Virginia, mi sembrò strano che i tornelli da stadio impedissero agli analisti di andare sul “lato operativo della casa” e viceversa. La verità ci fu detta, non fummo mai una famiglia felice. Non posso parlare per i miei colleghi analisti agli inizi degli anni Sessanta, ma non mi accorsi mai che gli operatori dall’altro lato dei tornelli potessero assassinare un presidente, il presidente che osò fare qualcosa per il Paese, ciò che portò molti di noi a Washington, in primo luogo. Ma, salvo l’emergere di un coraggioso patriota come Daniel Ellsberg, Chelsea Manning o Edward Snowden, non mi aspetto di vivere abbastanza a lungo per sapere chi orchestrò l’assassinio di JFK. Eppure, in un certo senso, queste particolarità sembrano meno importanti di due gravi lezioni apprese: 1) Se un Presidente può affrontare la forte pressione dell’élite al potere e cerca la pace cogli stranieri percepiti nemici, allora tutto è possibile. Il buio sull’omicidio di Kennedy non dovrebbe oscurare la luce di questa verità fondamentale; e 2) esistono molte prove indicare l’esecuzione dello Stato di un presidente disposto ad assumere enormi rischi per la pace. Mentre nessun presidente post-Kennedy può ignorare tale dura realtà, resta possibile che un futuro presidente con la visione e il coraggio di JFK possa cercare tale probabilità, in particolare con l’impero USA che si disintegra e dal crescente malcontento interno. Spero di esserci il prossimo aprile, alla fine dei 180 giorni per il rilascio dei rimanenti documenti su JFK. Ma, in assenza di un cortese segretario, non sarei sorpreso di vedere ad aprile sul Washington Post un titolo simile a quello di sabato: “File JFK: la promessa di rivelazioni sventata da CIA e FBI“.

La nuova dilazione è il fatto
Avreste pensato che 54 anni dopo l’assassinio di Kennedy per le strade di Dallas, e dopo aver saputo del quarto di secolo di scadenza presunta per il rilascio dei file JFK, che CIA ed FBI abbiano bisogno di altri sei mesi per decidere quali segreti ancora nascondere? Il giornalista Caitlin Johnstone fa centro sottolineando che la più grande rivelazione del rilascio limitato della scorsa settimana dei file JFK è “il fatto che FBI e CIA hanno ancora disperatamente bisogno di tenere segreto qualcosa accaduto 54 anni fa“. Ciò che è stato rilasciato il 26 ottobre è una piccola frazione di ciò rimasto segreto negli archivi nazionali. Per scoprirlo, è necessario apprezzare la tradizione politica statunitense da 70 anni, che andrebbe chiamata “paura degli spettri”. Che CIA ed FBI stiano ancora scegliendo ciò che dovremmo vedere riguardo chi uccise John Kennedy sembra insolito, ma c’è un precedente. Dopo l’assassinio di JFK, il 22 novembre 1963, l’ammanicato Allen Dulles, che Kennedy aveva licenziato da direttore della CIA dopo la scottatura della Baia dei Porci, si nominò alla Commissione Warren e guidò l’indagine dell’omicidio di JFK. Diventando capo de facto della Commissione, Dulles era perfettamente disposto a proteggere se stesso e accoliti se alcuni commissari o investigatori fossero stati tentati d’interrogarsi se Dulles e CIA avessero avuto un ruolo nell’assassinio di Kennedy. Quando alcuni giornalisti indipendenti soccombettero a tale tentazione, furono immediatamente designati, indovinate, “cospirazionisti”. E così rimane la grande domanda: Allen Dulles ed altri della CIA “sequestrarono” l’assassinio di John Kennedy e la successiva insabbiatura? A mio avviso e vedendo molti esperti investigatori, la migliore dissezione delle prove sull’omicidio appare nel libro di James Douglass del 2008, JFK e l’Innominabile: Perché è morto e per cosa. Dopo l’aggiornamento e l’allestimento di prove abbondanti, ed ulteriori interviste, Douglass conclude che la risposta alla grande domanda è Sì. La lettura del libro di Douglass oggi può aiutare a spiegare perché tanti dati sono ancora trattenuti, anche in forma ridotta, e perché anzi non potremo mai vederli nella loro interezza.

estratto da https://aurorasito.wordpress.com/2017/10/31/lo-stato-profondo-da-jfk-a-trump/

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Alighiero Boetti

Fra il 1963 e il 1965 sperimenta con materiali quali il gesso, la masonite, plexiglas e congegni luminosi. Le sue prime opere sono disegni su carta a china di oggetti industriali per la registrazione come microfoni, cineprese o macchine fotografiche (saranno esposti per la prima volta soltanto nell’81 a Parigi); incisioni e monotipi, tutti realizzati nell’appartamento-studio di via Principe Amedeo, a Torino. Nel 1964 si sposa.

Al 1966 appartengono suoi primi lavori tridimensionali: Catasta, Scala, Sedia,Ping Pong e Lampada annuale sono opere seminali per il periodo: l’impiego di materiali industriali come l’eternit, il riferimento a oggetti di uso quotidiano privati del loro scopo, l’applicazione di gesti semplici come il raddoppiare, l’accumulare, il dilatare.

« Il ’67 è stato un anno esplosivo, per me e per tutti. Era un momento di grande eccitamento, anche a livello materiale: la scoperta, l’entusiasmo dei materiali, che hanno portato alla nausea. Era tutto molto empirico allora,… »
(Intervista di M. Bandini a A. Boetti in “NAC” n. 3, marzo 1973[4])

Il 19 gennaio esordisce con una personale alla Galleria Christian Stein di Torino e partecipa a tutte le collettive del gruppo Arte povera, (Torino, Milano, Genova). Zig-Zag, Dama, Legno e ferro 8, Boetti formula le basi della sua attitudine con la materia. Manifesto 1967 è un’opera volutamente ermetica, alcuni simboli di cui non ci è dato capire il significato seguono il nome di alcuni artisti italiani vicini a Boetti. Visione panoramica per inquadrare una generazione, un movimento, quello poverista ma non solo, e il desiderio di aprirsi a nuove modalità. Si delinea un interesse più sincero verso la scrittura e la bidimensionalità piuttosto che per l’oggetto e la scultura. Nello stesso anno fa lunghi soggiorni nelle Cinque Terre e poi a dicembre la seconda personale alla Galleria La Bertesca di Genova.

Il 1968 è l'”apogeo di un anno barocco al massimo; dopo la fine”.[4] Nella primavera spedisce ad una cinquantina di amici la cartolina postale Gemelli, la quale attraverso un fotomontaggio mostra l’artista che tiene per mano un altro sé stesso. Sul retro scrive frasi come “De-cantiamoci su” oppure “Non marsalarti”. Realizza opere utilizzando materiali come metallo, vetro, legno e cemento. Si susseguono a ritmo serrato le mostre: personali, a febbraio nuovamente da Stein, ad aprile a Milano da Franco Toselli. Collettive, a Roma, Bologna e Torino.

« Nel ’68 io avevo esposto per la prima volta le colonne di carta nel medesimo giorno in cui all’Attico Pascali aveva esposto i bachi da setola che erano veramente la stessa identica cosa »
(A. Boetti, 1973[4])

Nel settembre 1968 muore a Roma in un incidente di moto Pino Pascali.

Nel 1969 alla Kunsthalle di Berna inaugura la mostra collettiva “When Attitude Become Form” curata da Harald Szeemann. L’apice toccato dal movimento dell’arte povera consentirà d’ora in poi ai suoi singoli artisti, di percorrere ognuno il proprio percorso artistico a livello internazionale. Boetti appunto è uno dei più precoci a trovare una propria indipendenza artistica. Il 19 aprile da Sperone presenta la nuova opera Niente da vedere, niente da nascondere, una vetrata da appoggiare alla parete che invita alla contemplazione. Sempre avvolta da una meditazione Zen è l’esecuzione dell’opera Cimento dell’armonia e dell’invenzione (titolo dell’opera n.8 di Vivaldi che comprende i concerti delle Quattro Stagioni) che consiste nel ricalcalcare a matita i quadretti di venticinque fogli 70×50 cm. Al termine dell’operazione viene annotata la durata dell’operazione, infatti il primo esemplare si intitolava 42 ore ed era accompagnato dalla registrazione dei pochi suoni che avevano accompagnato la sua creazione. A luglio nasce il primo figlio Matteo. Colora ad acquarello e pastelli un planisfero politico utilizzando le bandiere degli stati nella loro collocazione geografica.

estratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Alighiero_Boetti

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I beat e il ’68

All’alba del 12 giugno 1967 la polizia sgomberò il campeggio beat sorto in via Ripamonti, accanto al fiumicciattolo Vettabbia; il blitz delle forze dell’ordine era stato da tempo richiesto da parte dell’opinione pubblica moderata milanese, “Corriere della sera” in testa, che mal tollerava l’instaurarsi di una «New Barbonia city» – per riprendere un articolo del quotidiano milanese[4] – alle porte della metropoli, campeggio presto divenuto – secondo questa volta le parole del prefetto – «ricettacolo di elementi oziosi e vagabondi»[5]. Poco servì il fatto che i beat milanesi – «capelloni» e «sbarbine» secondo una certa stampa[6] – avessero regolarmente affittato quel terreno per un periodo che andava dal 1° maggio al 31 agosto ’67; l’azione della polizia fu inesorabile, quanto spettacolare: 79 arresti, circa 200 fogli di via e soprattutto per disinfestare la zona furono usati, secondo le cronache del tempo, 500 litri di DDT. Con lo sgombero dell’«inverecondo bivacco» (per riprendere un sottotitolo sempre del “Corriere”)[7], si può dire che terminò anche l’esperienza beat milanese[8]. Inoltre l’uscita di lì a poco del 5° numero (ma in realtà il 7° dato che i primi due furono il numero 0 e il 00) della rivista “Mondo beat” per l’editore Feltrinelli determinò una spaccatura all’interno del movimento, con alcuni “scissionisti” che risposero a tale iniziativa, considerata poco underground e molto mainstream, con la pubblicazione di un foglio alternativo (che cambiava nome ogni volta per sfuggire alle normative sulla stampa e all’obbligo del direttore responsabile usando la dizione «numero zero in attesa di autorizzazione»)[9] denominato in successione “Urlo beat”, “Grido beat”, “Urlo Grido Beat”, “Parentesi beat”. Con il ’68 alle porte, iniziò un vero proprio esodo all’interno del movimento beat, con alcuni dei suoi esponenti che partirono per l’Oriente (soprattutto India e Afghanistan)[10], mentre altri preferirono allontanarsi da Milano per dar vita a comuni in campagna, e particolarmente nota fu quella di Ovada[11].

I primi beat, di estrazione sociale per lo più proletaria, erano comparsi a Milano alla metà degli anni ’60[12], ritrovandosi dalle parti di piazzale Brescia per muovere successivamente verso il centro, e fissando il loro punto d’incontro dapprima presso la metropolitana di Cordusio e poi in piazza Duomo sotto la statua del “pirla a cavallo”, così come veniva definito il monumento a Vittorio Emanuele II nello slang beat. Nell’autunno del ’67 i beat affittarono uno scantinato in via Vicenza – presto denominato secondo suggestioni estere “la Cava” – che divenne da subito il punto di riferimento del movimento italiano. I beat si legarono ai cosiddetti provos milanesi – i situazionisti dell’“Onda verde”[13] nelle cui fila figura di riferimento è Andrea Valcarenghi, futuro fondatore di “Re Nudo” – dando vita assieme ad una serie di manifestazioni pacifiche; particolarmente riuscite risultarono quella antimilitarista del 4 novembre ’66, quella del 27 novembre ’66 contro i fogli di via, e quella del 6 maggio ’67 durante la quale vennero trascinate per il centro di Milano una serie di bare bianche e lunghe catene per protestare con la guerra in Vietnam. Nelle manifestazioni beat e provos s’intrecciavano tematiche esistenziali provenienti dal modello americano degli hippies a concrete battaglie politiche a favore di maggiori diritti civili; l’obiettivo non era certamente quello, per così dire, di prendere il potere, quanto quello di combattere con le armi underground della provocazione e della non violenza la società tradizionale[14].

Il movimento beat milanese diede vita ad un’interessante proliferazione di testate underground, fra le quali si distinsero, oltre al già citato “Mondo Beat”, “Pianeta Fresco” e “S”. Fra i 3 giornali, “Mondo beat” fu il foglio più politico[15]; nelle sue pagine si ritrovano alcuni temi portanti delle future proteste sessantottine e degli anni seguenti quali il pacifismo, l’antimilitarismo, l’obiezione di coscienza, il libero amore, il diritto al divorzio, all’aborto, alla pillola in un contesto di generale critica alla politica tradizionale – anche quella dei partiti di sinistra – ed una esaltazione della vita in comune per superare definitivamente gli stereotipi della famiglia, della società, della buona educazione tradizionalmente intesi[16]. Inoltre inizia già ad emergere quella passione per l’Oriente che influenzerà le scelte esistenziali di una parte non trascurabile della gioventù del decennio successivo. “Pianeta fresco” – nato per iniziativa della ‘madrina’ del beat italiano, ossia Fernanda Pivano (direttrice «responsabile» della rivista, mentre direttore «irresponsabile» risultava Allen Ginsberg), e il cui primo numero uscì nel dicembre del ’67 – si distinse da “Mondo beat” per un tono sicuramente più intellettuale affrontando tematiche proprie dell’underground americano quali la possibilità e la libertà di poter espandere la propria conoscenza tramite l’uso di sostante psicoattive, e un più esplicito misticismo attento ovviamente a religioni e filosofie orientali. Da “Pianeta fresco” sparivano quei concreti problemi esistenziali presenti invece su “Mondo beat”, quali la fuga da casa, la repressione da parte del sistema, il bisogno di socializzazioni alternative, mentre si parlava in termini teorici di de-condizionamento culturale, di nuove visioni apprese tramite viaggi allucinogeni. Si abbandonava la materialità della strada dove si era formato il movimento beat, per concentrarsi su happening e readings dove si venne a creare, sia pure in forma elitaria, una originale intellettualità underground[17]. In maniera simile, anche la situazionista “S”, il cui primo numero vide la luce nell’ottobre 1967, fece fare un salto di qualità da un punto di vista culturale al movimento underground non solo milanese, visto che fu diffuso anche in altre città italiane; nelle sue pagine, ricercate anche da un punto di vista grafico, vi era sì una ripresa di alcune tematiche protestatarie già comparse su “Mondo beat”, ma ora presentate secondo una prospettiva sicuramente meno elementarmente schematica; tale era ad esempio l’appello ad un’opera di deculturizzazione per difendersi dalla Cultura imposta dal sistema, tramite giochi di parole, ambiguità fra accaduto e immaginato, détournement di passata consuetudine dadaista[18].

Nicola Del Corno in

http://rivista.clionet.it/vol1/dossier/beat_punk_underground/del-corno-dai-beat-ai-punk-dieci-anni-di-controcultura-a-milano

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Fuori dal coro

Gigi Meroni in azione con la maglia del Torino

Gigi Meroni in azione con la maglia del Torino

Ogni 15 ottobre i tifosi del Toro sono lì, con le sciarpe, i mazzi di fiori, gli occhi lucidi.

In corso Re Umberto, a Torino, dove una domenica sera del 1967 le ruote di due automobili misero fine alle evoluzioni della farfalla granata. Gigi Meroni, grande talento del Torino e della Nazionale, il “beat” del calcio italiano, morì prima ancora di essere trasportato in ospedale.

Stava attraversando la strada insieme al compagno di squadra Fabrizio Poletti per dirigersi al solito bar: Meroni percorse la prima metà della carreggiata, fermandosi in mezzo al corso in attesa del momento buono per passare nell’intenso traffico. Dalla sua destra passò un’auto troppo vicina e istintivamente i due calciatori fecero un passo indietro. Poletti fu urtato di striscio da una Fiat 124 Coupé, mentre Meroni fu colpito in pieno alla gamba sinistra; sbalzato dall’impatto e proiettato dall’altra parte della carreggiata, dove venne travolto da una Lancia Appia.

Finiva così, in una serata d’autunno che avrebbe dovuto essere felice (nel pomeriggio il Toro aveva battuto 4-2 la Sampdoria) la parabola di un giovane che è stato qualcosa di più di un atleta di successo. Intanto Gigi Meroni, nato a Como il 24 febbraio del 1943, era un grande calciatore. E se il destino non l’avesse fermato, forse sarebbe diventato grandissimo: a soli 24 anni aveva già totalizzato 145 partite in serie A con le maglie di Torino e Genoa (più 25 in B, con il Como), segnando 29 gol; e 6 partite e 2 gol con la casacca azzurra. Ma oltre ad essere un giocatore particolare, elegante e funambolico, Gigi era pure un uomo fuori dal comune.

Meroni in una giornata al mare

Meroni in una giornata al mare

Anticonformista, geniale, dotato di grande sensibilità artistica. Portava i capelli lunghi e i baffi alla Ringo Starr, viveva in una mansarda con Cristiana, moglie divorziata di un regista allievo di Fellini, e sul comodino teneva un teschio, che avrebbe dovuto portargli fortuna. Così in quegli anni lo descriveva il giornalista sportivo Vladimiro Caminiti: «Noi non siamo per i capelloni, ma ne conosciamo uno e si tratta di un gran bravo ragazzo, uguale a tantissimi della sua età. In più ha i capelli e i ghiribizzi. Si disegna i vestiti e poi li porta al sarto personalmente seguendone la confezione. Dipinge ma non sa dire fino a che punto è artista… Si chiama Meroni, gli amici lo chiamano Gigi».

Sembrano parole d’altri tempi e in effetti quello scorcio di fine Anni Sessanta agli occhi nostri appare davvero come un’epoca lontana. Il 1967, ad esempio, è l’anno dell’offensiva fallimentare degli Stati Uniti sul delta del Mekong (durante la guerra persa in Vietnam), del conflitto del Biafra, della guerra dei Sei Giorni tra Israele, Egitto Siria e Giordania. In Grecia i colonnelli prendono il potere con un golpe, mentre il cardiochirurgo sudafricano Barnard esegue il primo trapianto di cuore della storia. Ma è anche l’anno dell’uccisione di Che Guevara in Bolivia, della morte di Luigi Tenco al festival di Sanremo, del primo album dei Pink Floyd e della pubblicazione di Sgt Pepper’s and Lonely Hearts Club Band da parte dei Beatles.

Meroni è, in questo senso, pienamente figlio del suo tempo. Molto più di tanti altri calciatori, che all’epoca si barcamenavano a stento fra la lettura della Gazzetta dello Sport, il nuovo modello di auto sportiva e la vacanza in Riviera o sulla costiera romagnola. Eppure Gigi non si atteggia ad “intellettuale” e non è politicamente impegnato. Vuole soltanto essere un ragazzo libero. Nell’aprile del 1965, convocato in Nazionale per una partita con la Polonia, viene aspramente criticato dai giornali per il suo look bizzarro e dissacrante. Il Ct Fabbri si vede costretto a chiedergli di sistemare l’acconciatura, ma Meroni si rifiuta: «È un attentato alla vita privata – commenta – Non è questione di capelli o gusti musicali, è questione di libertà». La stessa libertà che l’aveva portato a convivere con una ragazza separata dal marito, Cristiana, quando il divorzio ancora era peccato e l’adulterio reato da codice penale. La critica sferra violenti attacchi alla sua vita privata, ma lui non ci fa caso e alterna atteggiamenti disincantati con altri palesemente provocatori: come girare in via Roma, nel ”salotto buono” torinese, con una gallina al guinzaglio.

Da un punto di vista tecnico è un’ala destra veloce e sgusciante, che non disdegna di puntare al centro e tirare in porta. Gioca con i calzettoni abbassati, come Sivori, e stampa e tifosi lo accostano apertamente alla stella nordirlandese George Best, attaccante del Manchester United, al quale è accomunato anche per una certa stravaganza al di fuori del rettangolo di gioco. Fra i suoi estimatori figura pure l’avvocato Agnelli, che avrebbe voluto portarlo in maglia bianconera e pur di vederlo giocare deve sorbirsi le partite del Toro.

La sua morte provoca nel calcio italiano una vera ondata di emozione e getta Torino in uno stato choc. A molti tifosi granata sembra di rivivere la tragedia di diciott’anni prima, lo schianto del Grande Torino a Superga. Ai funerali partecipano 20 mila persone e persino i detenuti del carcere delle Nuove fanno una colletta per mandare una corona di fiori. L’unica nota stonata arriva dalla Chiesa che stigmatizza il gesto del cappellano del Toro, don Ferraudo, che celebra le esequie religiose per un «pubblico peccatore».

Quel che avviene dopo appartiene più alla mistica granata che alla cronaca sportiva: la domenica successiva si gioca il derby con la Juventus e nel silenzio funereo delle tifoserie di entrambi gli schieramenti il campo viene inondato di fiori gettati da un elicottero, poi raccolti sulla fascia destra, quella di Gigi. Finisce 4 a 0 per il Toro, con una tripletta di Nestor Combin, l’amico più caro di Meroni, e un gol di Carelli, il giovane che ne indossava la maglia numero 7. Cose strane, cose da Toro. Così come un altro paio di coincidenze davvero sorprendenti: si chiamava Luigi Meroni anche il comandante dell’aereo che si schiantò a Superga nel 1949; mentre uno dei due investitori di Gigi era un ragazzo di nome Attilio Romero, tifosissimo granata, che molti anni dopo diventerà presidente del club torinese e lo porterà al fallimento del 2005.

Così, da decenni, ogni 15 ottobre decine e decine di tifosi si raccolgono in corso Re Umberto, nel punto dove venne investita la “farfalla granata”, come Meroni è stato definito in un fortunato libro scritto da Nando Dalla Chiesa. In occasione del quarantennale della morte, il Comune di Torino gli ha eretto anche un piccolo monumento. Di lui ha scritto Gianni Brera: «Era un simbolo di estri bizzarri e libertà sociali in un paese di quasi tutti conformisti sornioni».

La copertina del saggio di Giorgio Ballario: tra le foto c'è anche Gigi Meroni

La copertina del saggio di Giorgio Ballario: tra le foto c’è anche Gigi Meroni

(Dal libro “Fuori dal coro. Eretici, irregolari, scorretti” di Giorgio Ballario, Eclettica Edizioni, 2017)

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Teorie del complotto

un paio di anni fa, mi sono imbattuto in un breve ma affascinante libro, pubblicato dalla casa editrice dell’Università del Texas, «Conspiracy Theory in America» e scritto dal prof. Lance deHaven-Smith, ex presidente della Florida Political Science Association. Partendo da una importante rivelazione dovuta alla FOIA [Freedom of Information Act, Legge per la libertà di informazione, NdT], il libro spiegava che, molto probabilmente, è da attribuirsi alla CIA la responsabilità della creazione del concetto di « teoria del complotto », utilizzato come strumento di manipolazione politica e mezzo attraverso il quale influenzare l’opinione pubblica. Negli anni 1960, il pubblico statunitense aveva reagito con scetticismo crescente ai risultati della Commissione Warren, che pretendeva che un solitario uomo armato, Lee Harvey Oswald, fosse l’unico responsabile dell’assassinio del presidente Kennedy, mentre era diffuso il sospetto di un coinvolgimento anche di personalità di alto livello. Per tentare di ridurre il danno, la CIA distribuì un memo segreto a tutti i suoi uffici periferici, chiedendo di mettere in campo i media da essa controllati per ridicolizzare e attaccare questi critici, facendoli passare per seguaci irrazionali della «teoria del complotto». Subito dopo, nei media è cominciato ad apparire questo tipo di argomentazione, con termini, motivazioni e modelli di utilizzazione esattamente conformi alle linee guida fornite dalla CIA. Ne è derivato un enorme picco nell’uso peggiorativo dell’espressione, che si è rapidamente diffusa in tutti i media statunitensi, e il cui impatto dura ancora oggi. Vi sono quindi prove considerevoli a sostegno di quest’altra specifica « teoria del complotto », che spiega le ragioni dei tanti attacchi contro le « teorie del complotto » da parte dei media. Ma, per quanto sembri che la CIA abbia effettivamente manipolato l’opinione pubblica per trasformare l’espressione « teoria del compolotto » in una potente arma da guerra ideologica, l’autore racconta anche come il necessario retroterra filosofico fosse stato preparato qualche decennio prima. All’epoca della Seconda Guerra Mondiale, quando importanti cambiamenti nella teoria politica determinarono un’enorme caduta di rispettabilità di ogni spiegazione « complottista » degli avvenimenti storici. Nei decenni che hanno preceduto questo conflitto, uno dei nostri maestri e intellettuali più importanti fu lo storico Charles Beard, i cui scritti più noti mettevano fortemente l’accento sul ruolo nefasto delle varie cospirazioni attraverso le quali l’élite ha influenzato la politica statunitense, a profitto di qualcuno e a spese dei più, con degli esempi che, partendo dalla più antica storia degli Stati Uniti giungono fino alla partecipazione alla Prima Guerrra Mondiale. Evidentemente i ricercatori non hanno mai sostenuto che tutti i più importanti avvenimenti storici avessero delle cause nascoste, ma ammettevano che per qualcuno di essi fosse così, e cercare di indagare su questa possibilità veniva considerato un impegno accademico perfettamente onorevole. Ma Beard fu anche fortemente contrario all’impegno degli USA nella Seconda Guerra Mondiale e finì che venne emarginato, fino alla sua morte avvenuta nel 1948. Molti altri giovani intellettuali che la pensavano come lui hanno subito una sorte analoga, sono stati discriminati e si sono visti rifiutare ogni accesso ai media tradizionali.

https://www.controinformazione.info/e-stata-la-cia-a-inventare-il-concetto-di-teoria-del-complotto/

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Processo al ’68

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Fiat 850 spider

E’ il mese di marzo del 1965 quando al Salone di Ginevra, nello stand Fiat, sotto i riflettori brilla la Fiat «850 Spider». La nuova Spider di casa Fiat, realizzata in collaborazione con la «Carrozzeria Bertone», lasciò sorpreso il pubblico che riconobbe in quel frontale il frutto della precedente sperimentazione fatta dalla Bertone con la Corvair “Testudo” inoltre i fari erano gli stessi della ben più blasonata Lamborghini «Miura». La fiancata, alleggerita dalla forma a diedro accompagnava la linea della Spider verso la coda piatta e tronca, nella cui parte posteriore erano alloggiati i due fanali, anch’essi uguali a quelli della Lamborghini «Miura», ed una finta griglia d’areazione color alluminio. I paraurti a lama senza bulloni a vista, i pulsanti per l’apertura delle porte e le cerniere del cofano posteriore realizzate in metallo cromato, contribuirono a dare alla linea della spider un aspetto pulito e filante, degno di una vera sportiva.

da http://www.fiat850spider.it/start.htm

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Gossip

Nel 1966 don Pasin rivelava ad un settimanale che nell’ultimo anno della grande guerra il caporale Adolf Hitler sarebbe stato a Soligo con le truppe di occupazione e avrebbe avuto una relazione con una ragazza del luogo dalla quale sarebbe nato un figlio. L’intervista fece subito il giro di molti giornali e radiogiornali dell’epoca [e, aggiungiamo noi, trovò un’eco pochi anni dopo, nel 1972, nella biografia “Hitler”, edita nella collana “Pro e Contro” dei Dossier Mondadori, che gli dedicò un’apposita “finestra”].

Sebbene ottantacinquenne mons. Pasin diceva di ricordare perfettamente il caporale e la sua amica. Quando Hitler fece ritorno in patria, essi continuarono a scriversi, ma l’epistolario andò distrutto durante l’incendio di Soligo nel secondo conflitto. A riprova delle sue affermazioni mons. Pasin conservava soltanto due fotografie, riportate in questo capitolo, in cui appariva circondato da militari tedeschi con alla sua destra il presunto caporale Hitler.

Sintetizziamo la vicenda, a titolo di cronaca, riferendo un brano dell’intervista rilasciata da mons. Pasin.

“In tutta la zona l’unico ospedale civile era quello di Soligo. Grazie a protezioni altolocate ero riuscito ad evitare che i tedeschi lo requisissero per adibirlo ad ospedale militare. Di conseguenza non avrei dovuto temere nulla dall’Alto Comando nemico. Il solo pericolo era rappresentato proprio dal caporale Hitler, che faceva lì impossibile per mettermi nei pasticci, sorvegliando attentamente tutte le derrate alimentari che entravano in ospedale. Per evitare che gli ammalati soffrissero la fame, ero costretto a fare salti mortali, col terrore che Hitler si accorgesse dei miei espedienti. Si sarebbe accorto senza dubbio se non fosse stato obbligato a modificare il suo atteggiamento per avvenimenti imprevedibili.

Una notte fui chiamato a portare l’estrema unzione ad un morente. Poiché vigeva il coprifuoco, andai al Comando militare austriaco per chiedere un lasciapassare. Appena entrato nella sala della polizia, vidi Adolf Hitler in compagnia di una ragazza bionda, semivestita. Benché non fosse una mia parrocchiana, la conoscevo di vista. Facendo finta di nulla, mi rivolsi al caporale Hitler per ottenere il documento.

Una settimana dopo, tutto era cambiato. Come per miracolo, si era allentata la sorveglianza sul numero degli ammalati ricoverati e le provviste erano più abbondanti. La spiegazione l’ebbi da un soldato nemico: ‘Il caporale Hitler le è riconoscente perché lei non ha riferito ai suoi superiori quanto ha visto’.

Era la prima volta che udivo quel nome perché, non parlando la stessa lingua, non avevamo mai avuto contatti diretti, nonostante avessi spesso occasione di incontrarlo. Naturalmente, nel periodo che egli passò a Soligo, rividi spesso anche la ragazza” (“Stop”, 31/10/1966).

Quale fosse il suo nome è un segreto che mons. Pasin si è portato nella tomba. Le voci di paese dicevano che essa avrebbe sposato uno stimato medico torinese e che il bambino, nato dalla relazione con quel caporale, sarebbe stato deposto al Brefotrofio di Treviso poco dopo la nascita.

Di questo gossip d’altri tempi si occuparono nel 1987 Angella-Bongi (pp. 241-249), ai quali rinviamo per un approfondimento e per la rassegna stampa.

 

Il testo citato alla fine è di Piero Bongi ed Enrica Angella Bongi, L’anno più lungo: Soligo, novembre 1917-ottobre 1918, 1987; al quale si può aggiungere il più recente Il figlio segreto di Hitler in Italia, 1917-1918 di Lucio Tarzariol, pubblicato nel 2017. Un articolo, non firmato, del quotidiano La Tribuna di Treviso del 22/005/2016, polemizza con quest’ultimo, non ancora in commercio ma annunciato dall’autore a mezzo stampa, definendolo una “bufala” del tutto priva di riscontri oggettivi, che riaffiora ogni tanto sulla base di voci e chiacchiere incontrollate (lo si può consultare in rete, come pure la contro-replica di Tarzariol). Ma, polemiche a parte, cosa può esserci di vero in tutta questa ingarbugliata storia, dal sapore, effettivamente, un po’ surreale?

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59360

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I premi Hugo del 1961

Convention tenuta a: Seacon, Seattle, dal 2 al 4 Settembre 1961, presentata da Harlan Ellison.

Romanzo vincitore (Novel):

A Canticle for Leibowitz, di Walter M. Miller

Oct. 1959; Ed. J. B. Lippincot: $ 4.95, Pg. 320.

Strano che il romanzo appaia per la prima volta nel 1959 e concorra al premio del 1961:

First Bantam PB edition copyright page states an October 1959 publishing date followed by a second printing in March 1960 and a third printing in April 1960.

5° 1975 Locus All-Time Best Novel

7° 1987 Locus All-Time Best SF Novel

7° 1998 Locus All-Time Best SF Novel before 1990

Un Cantico per Leibowitz: SFBC n. 7 del 30 Agosto 1964; UCL. n. 116 del Novembre 1986 ;

UC n. 84 del Gennaio 2010.

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Seicento anni sono trascorsi dalla guerra apocalittica che ha inferto un colpo mortale alla civiltà umana, e i superstiti si sforzano di mantenere una parvenza d’ordine in un mondo tornato a una barbarie premedievale. Eppure, nelle terre desolate dove regnano mutanti e onnipresenti poiane, esistono ancora oasi di relativa pace come l’abbazia del Beato Leibowitz, dove umili frati custodiscono e riproducono documenti ormai incomprensibili del passato scientifico. E partendo dalla umanissima vicenda di frate Francis, scopritore di una reliquia del Beato Leibowitz, la nuova storia del genere umano inizia la sua ricostruzione, attraverso un Secondo rinascimento e fino a una nuova era moderna.

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Altri romanzi nominati:

1 – The High Crusade, di Poul Anderson: Ed. Doubleday 1960; $ 2.95; pg. 192.

Apparso a puntate su: Astounding/Analog Science Fact & Fiction; July, August and September 1960; Ed. John W. Campbell, Jr.; Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.50; pg. 180; ogni volume.

Crociata spaziale: I romanzi del Cosmo n. 105 del 15 Agosto 1962; UC n. 115 dell’Agosto 2012.

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La favolosa età del Medio Evo si interseca ai viaggi intergalattici in un complesso misterioso e avvincente. Dalle profondità del cosmo, durante l’era delle Crociate, discende, presso una cittadino della Gran Bretagna, una potente astronave, i cui occupanti, esseri mostruosi, sono vinti da un gruppo di Crociati in attesa di partire per liberare il Santo Sepolcro. Essi si impadroniscono del vascello spaziale, e congetturano di usarlo per recarsi in Terra Santa. Per il tradimento di uno dei mostri superstiti che avrebbe dovuto pilotare l’astronave, i Terrestri si trovano proiettati nello spazio e devono conquistare il pianeta di origine dei Galattici.

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2 – Rogue Moon, di Algis Budrys: Fawcett Gold Medal Nov. 1960, #s1057; $ 0.35; pg. 176

Il satellite proibito: Futuro Fanucci n. 29 del Giugno 1977; UCL n. del Settembre 1991.

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Sulla Luna esiste un labirinto nel quale nessun uomo e mai riuscito a sopravvivere per più di pochi minuti o poche ore. Ma questo enigmatico ambiente non è che l’enigma centrale di una storia molto più complessa e ricca di sorprese. Non sono uomini qualunque quelli che tentano l’impresa pressoché disperata di entrare nel labirinto, ma esperti addestrati al rischio altissimo del teletrasporto. E con questo sistema, infatti, che gli esploratori vengono “catapultati” sulla Luna ed è con questo sistema che, se potranno, dovranno riuscire a salvarsi.

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3 – Deathworld, di Harry Harrison: Ed. Bantam Books Sep. 1960; #A2160; $ 0.35; pg. 154

Apparso a puntate su: Astounding Science Fiction January 1960; Astounding/Analog Science Fact & Fiction, February and March 1960; Ed. John W. Campbell, Jr.; Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.50; pg. 180; ogni volume.

Mondo maledetto: I romanzi del Cosmo n. 115 del 15.1.1963

Solamente la prima parte della trilogia.

Pianeta impossibile: Cosmo Oro n. 35 del Novembre 1978.

Nel Cosmo Oro ci sono i due racconti successivi al primo originario Death World del 1960 e usciti rispettivamente nel 1964 (The Ethical Engineer) e nel 1968 (The Horse Barbarians).

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Mondo maledetto.

La perspicacia di un giocatore di professione, l’abile e astuto Jason Dinalt, viene messa a dura prova in un mondo ostile e crudele. Egli dovrà lottare di continuo, sempre all’erta per non essere sopraffatto, per trasformare condizioni paurose di esistenza in possibili sistemi di vita. Si batterà coraggiosamente per dimostrare l’esattezza della propria tesi, ottenendo la fiducia e la comprensione dove poco prima vi erano nei suoi riguardi soltanto odio e diffidenza.

Pianeta impossibile.

Ciclo del PIANETA IMPOSSIBILE: Jason DinAlt, il protagonista dei tre romanzi che compongono il ciclo, è un giocatore di professione dotato di poteri psi, che si trova (PIANETA IMPOSSIBILE: I) invischiato suo malgrado nella lotta che i colonizzatori umani combattono contro il micidiale pianeta Pyrrus, un mondo popolato da uccelli-sega, diavoli cornuti e mostri di ogni tipo e dimensione, in cui tutta la flora e la fauna esistenti sembrano essersi coalizzate contro gli esseri umani. Ma la guerra che il pianeta Pyrrus ha dichiarato ai coloni ha una causa ben precisa e diversa da quella che si aspettano i Pyrrani e soltanto il buon senso ed il coraggio di Jason riuscirà a porvi fine e a risolvere un problema in apparenza senza soluzione. Nel secondo romanzo del trittico (PIANETA IMPOSSIBILE: II) Jason viene catturato con l’inganno da Mikah Samon, uno zelante componente di una religione bigotta che lo vuole riportare sul pianeta Cassylia per farlo giustiziare per le sue colpe ed i suoi peccati di giocatore ed imbroglione. Ma il destino li porta invece su un pianeta selvaggio e primitivo in cui tutte le società umane sono basate sullo schiavismo. In PIANETA IMPOSSIBILE: III, Jason DinAlt, conduce i Pyrrani alla conquista di un mondo dominato da una razza di barbari a cavallo di una ferocia inaudita; ma l’intelligenza pratica di Jason la spunterà ancora una volta. Egli riuscirà a raggiungere il suo scopo con l’astuzia e la sottigliezza, evitando (nei limiti del possibile) gli scontri diretti.

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4 – Venus Plus X, di Theodore Sturgeon: Ed. Pyramid Books, Sep. 1960; #G544; $ 0.35; pg. 160

Venere più X: SFBC La Bussola n. 4 del 15 Giugno 1965; UC n. 23 del Dicembre 2004.

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Al suo risveglio da un lungo sonno di cui ignora la causa, Charlie Johns scopre di trovarsi… dove? Nel futuro? In un angolo remoto e inaccessibile della Terra? Comunque, in un mondo completamente diverso, quello dei Ledom, la strana razza di individui bisessuati che da anni segue l’evoluzione parallela del genere umano. Charlie è stato portato fin lì per osservare, imparare e soprattutto criticare una civiltà che a prima vista possiede tutti i requisiti dell’utopia. E’ l’inizio di un lungo viaggio fra le meraviglie di un mondo nuovo: ma, per Charlie, le sorprese non saranno tutte piacevoli…

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Short Story vincitrice:

The Longest Voyage, di Poul Anderson: Analog Science Fact & Fiction, Dec 1960; Ed. John W. Campbell Jr.; Street & Smith Publication, Inc.; $ 0.50; pg. 180

Il viaggio più lungo: Gamma n. 5/4 del Marzo 1966; GO n. 4/7 del Novembre 1978; Grandi Scrittori FS n. 6/7; Fantalibro n. 14/9; Libro di Gamma n. 1/4 e n. 1bis/9; Robot Speciale n 8/1;

originale Analog SF n. 66-4/1

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On a distant world the age of exploration is beginning. A party of daring explorers attempts to circumnavigate their world. In unknown waters they encounter an island civilization which claims to have a prophet who fell from the stars.

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Altre short story nominate:

1 – The Lost Kafoozalum, di Pauline Ashwell: Analog Science Fact & Fiction, Oct 1960; Ed. John W. Campbell Jr.; Street & Smith Publication, Inc.; $ 0.50; pg. 180

Inedito: nella mia collezione solo l’eBook inglese.

One of the beautiful things about a delusion is that no matter how mad someone gets at it … he can’t do it any harm. Therefore a delusion can be a fine thing for prodding angry belligerents….

2 – Open to Me, My Sister (aka: My Sister’s Brother), di Philip José Farmer: The Magazine of Fantasy and Science Fiction, May 1960; Ed. Robert P. Mills; Mercury press, Inc.; $ 0.40; pg. 132.

Il fratello di mia sorella: Futuro Fanucci n. 3 – Relazioni aliene – del Novembre 1973.

Il racconto fa parte di una serie di storie, quella del titolo è l’ultima.

FSFMay1960Relazioni Aliene

Nell’universo infinito, tra le forme di vita umane e non umane che lo  popolano, sembrerebbe impossibile trovare punti d’incontro. Due possibilità sono tuttavia offerte: la religione ed il sesso.

Futuro Fanucci n. 3 – Relazioni aliene, contiene tre storie:

– Madre: su di un pianeta inavvicinabile domina un dio onnipotente, pangenitore di tutte le forme di vita che lo popolano: sarà compito di un modesto religioso terrestre trovare la sua unica debolezza…

– Padre: ogni femmina per accoppiarsi ha bisogno di un maschio della propria specie alle gigantesche madri, invece, è sufficiente un maschio qualsiasi, anche terrestre…

– Figlia: lo strano connubio descritto nella storia precedente è fecondo, ma la nuova vita che viene alla luce dovrà affrontare molti pericoli: li supererà solo grazie ad astuzie umane…

– Figlio: le applicazioni militari dell’istinto materno sono numerose: si raccomanda ai figli unici di non rimanere prigionieri di sommergibili-femmina nemici…

Il fratello di mia sorella: il  primo uomo disceso su Marte incontra una forma di vita apparentemente amichevole, ma la solitudine gioca brutti scherzi, ed è facile equivocare sul sesso degli alieni…

3 – Need, di Theodore Sturgeon: Beyond, Jun 1960; Ed. Avon, #T-439; $ 0.35; pg. 157

Gente: Robot n. 3/1 del Giugno 1976.

BYND1960$_57 (2)

In una piccola città c’è un negozio che ha di tutto. Basta chiedere.

E voi di cosa avete bisogno? Non preoccupatevi, ci pensa Gorwing.

Ferdinando Temporin

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Passaggio di consegne

il Regno Unito comprese che i giorni dell’impero erano alla fine. Ciò portò alla decisione del primo ministro Harold Wilson, nel gennaio 1968, di ritirare tutte le forze militari inglesi ad “est di Suez”. Il ministro della Difesa Denis Healey fece il drammatico annuncio che tutte le forze militari inglesi sarebbero state ritirate entro il 1971 dalle importanti basi militari nell’Asia sud-orientale, “ad est di Aden”, principalmente Malesia e Singapore, così come Golfo Persico e Maldive. La decisione vide l’indipendenza di Aden come repubblica socialista, lo Yemen del Sud, e la cessione agli Stati Uniti della base militare di Diego Garcia nel territorio dell’Oceano Indiano inglese appena formato (insieme alla rimozione dalle isole Chagos dei residenti), l’indipendenza degli Stati della Tregua, come gli Emirati Arabi Uniti, e il trasferimento del controllo agli statunitensi della base navale inglese in Bahrayn. Il rapporto post-primazia del Pentagono mette in dubbio la necessità di basi militari estere a sostegno dell’avvio di operazioni militari.

http://www.controinformazione.info/la-fine-del-nuovo-secolo-americano-pronunciata-dal-pentagono/

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Chissà chi lo sa

Probabilmente ha poco a che fare con la storia, ma l’idea che si potesse fare una trasmissione a quiz per ragazzi che non fosse (come le odierne) a risposte multiple in sovra-impressione sul monitor la dice lunga sulla differenza culturale tra la scuola media di un tempo e l’attuale.

Chissà chi lo sa? programma per la TV dei ragazzi (dal 19 luglio 1961, prima mercoledì poi sabato, ore 16.30, Programma Nazionale). Ideazione: Cino Tortorella. Conduzione: Febo Conti o In ogni puntata Febo Conti, al grido di «Squillino le trombe, entrino le squadre», scatena la competizione tra due squadre di sette ragazzi provenienti da tutte le scuole d’Italia; i concorrenti, bambini e adolescenti, rispondono a spensierati indovinelli e scoprono personaggi misteriosi. Il regista, smessi temporaneamente i panni di Mago Zurlì, invita anche cantanti, attori e persino ministri. Questo quiz per giovani è diventato rapidamente un cult del-a TV dei ragazzi e ha avuto ben 13 edizioni. Cancellato dagli archivi della RAI come gran parte delle trasmissioni per i più piccoli, è rimasto nella memoria dei ragazzi di quella generazione come un programma indimenticabile, al quale si ripensa con affetto. Così lo ricorda Walter Veltroni: «Noi che abbiamo visto quei ragazzi giocare siamo, in fondo, l’unica testimonianza che c’è stato davvero, un giorno per tanti anni, un meraviglioso programma per milioni di ragazzi del sabato pomeriggio».

Fonte: Enciclopedia Garzanti della televisione

https://it.wikipedia.org/wiki/Febo_Conti

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Nascita del biomedicale

E’ morto Mario Veronesi nella sera di lunedì 12 giugno, il genio che fondò il distretto biomedicale di Mirandola. Sua l’intuizione che prodotti usa e getta sterilizzati all’origine avrebbero potuto rappresentare un’innovazione di successo. Aveva 85 anni, da diversi anni soffriva di nefroangioscerosi

La biografia (Wikipedia)

Figlio del medico Renzo Veronesi e di Lara Grilli, casalinga, si laureò in farmacia acquistò un esercizio commerciale a Mirandola che gestì personalmente sino all’età di 30 anni, quando intraprende l’attività di rappresentante di medicinali per una multinazionale statunitense.

Le aziende

Miraset

Durante le sue visite negli istituti clinici come rappresentante farmaceutico, nota come la procedura di sterilizzazione dei tubi in lattice riutilizzabili allora utilizzati per le trasfusioni di sanguefosse complessa e non esente da rischi di contaminazione. Intuendo che prodotti usa e getta sterilizzati all’origine avrebbero potuto rappresentare un’innovazione di successo, nel 1962 avviò una produzione artigianale nel garage della propria abitazione, fondando la società Miraset con soli tre dipendenti. La Miraset si occupa effettivamente solo dell’assemblaggio di componenti, prodotti su disegno da officine della zona.

Sterilplast

Nel novembre 1964, con il contributo di alcuni amici mutò la ragione sociale dell’azienda in Sterilplast, società per azioni. Con 15 dipendenti iniziò ad assumere una connotazione industriale, trasferendosi in una struttura appropriata dove iniziò la produzione in proprio di molti dei componenti necessari.

Dasco

Raccogliendo i suggerimenti di alcuni medici padovani, nel 1966 mise assieme un gruppo di tecnici meccanici ed elettrotecnici ai quali chiese di sviluppare un rene artificiale imitazione di un prodotto americano non ancora brevettato.

Il rene artificiale avrebbe consentito il trattamento della insufficienza renale tramite emodialisi, terapia non ancora diffusa in Italia negli anni 1960, con l’eccezione di alcuni centri di sperimentazione. La divisione apparecchiature della Sterilplast venne ridenominata Dasco.

A causa dei forti ritardi cronici nei pagamenti da parte delle strutture sanitarie nazionali (problema esistente a tutt’oggi), nel 1969 venne ceduto il controllo della Dasco alla casa farmaceutica svizzera Sandoz mentre Veronesi rimane nel consiglio di amministrazione ancora per pochi mesi.

La Dasco (ora Gambro Dasco) è oggi uno dei principali stabilimenti del gruppo svedese Gambro, acquistata dalla americana Baxter
http://www.sulpanaro.net/2017/06/morto-mario-veronesi-genio-fondo-distretto-biomedicale-mirandola/

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La superclasse

Come è stato già notato, è la “rivoluzione del 68” ad aver congiunto il neo-capitalismo alla “sinistra” libertaria ed edonista.  Gli slogan sessantottini, “Vietato vietare”, “Godere Operaio”, “Dopo Marx, Aprile”, “Chiediamo l’impossibile, Vogliamo Tutto” erano indicativi di questa alleanza. Hanno aperto al “consumare senza limiti” grazie al credito e alla pubblicità totale, ma soprattutto grazie alla metodica cancellazione degli ostacoli culturali al dominio del denaro –  la famiglia, il risparmio, la frugalità  come valore, lo spirito di sacrificio per la nazione, le “virtù” cristiane e quelle borghesi – variamente bollate come: clerico-fasciste, reazionarie,  maschiliste, eccetera. L’estrema sinistra utile idiota dell’oligarchia,  per questo compito è stata compensata:  ma ovviamente solo nei suoi capi. (1)

Paolo Mieli, Giuliano Ferrara, Gentiloni, la Boldrini sono stati ammessi nella superclasse mondializzata (molti di loro lo erano per diritto, come figli di papà) in qualità di maggiordomi di lusso del Sistema, direttori di media, cooptati agli alti livelli transnazionali (UE, ONU,  ONG) .

Si tratta in effetti di una classe – ossia di un gruppo sociale che presenta caratteri particolari e costanti, che la distinguono dalle altre classi.

Questa classe  si pone non solo al disopra delle vecchie elites nazionali,  ma fuori dalla portata, e persino dalla vista, dei popoli. Questa superclasse è transnazionale e il suo campo d’azione è mondiale, come il suo progetto è cosmopolita.

http://www.maurizioblondet.it/la-beata-superclasse-mondiale-un-identikit/

(1) Da quello che abbiamo visto nel nostro piccolo, quelli ricompensati sono stati quelli che si sono dichiarati tali a posteriori (come gli avanguardisti o i partigiani, secondo il classico opportunismo italico); per tutti gli altri i diritti civili hanno sostituito le richieste sociali.

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Fini e mezzi

Negli anni ‘60, all’apice del movimento per i diritti civili, si svolse una tavola rotonda il cui tema era l’efficacia dello stesso movimento. La discussione includeva Alan Morrison, Malcolm X, Wyatt T. Walker e James Farmer insieme a un moderatore. Malcolm X si trovava in minoranza, poiché gli altri componenti del panel facevano parte dell’ala maggioritaria del movimento per i diritti civili, quella che si occupava quasi esclusivamente di organizzare marce, votazioni e regolamenti. Malcolm X era l’unico a raccontare, senza giri di parole, la verità sul fatto che la struttura patriarcale di potere in mano ai bianchi era molto più potente di quanto i suoi colleghi volessero far credere; che la libertà cui ambivano era qualcosa che il legislatore non avrebbe mai concesso loro; e che il ventre molle razzista di tutte le istituzioni americane era (ed è tuttora) talmente imbevuto di suprematismo bianco da renderle irrecuperabili. Il panel si mostrò aggressivo contro di lui per la sua sincerità – non diversamente da quanto succede oggi a chiunque dica la verità. 

Facciamo un salto di quasi 30 anni. Il moderatore, Wyatt T. Walker e James Farmer sono gli unici a essere ancora vivi. Quando a una tavola rotonda commemorativa con soltanto questi uomini il moderatore chiede se Malcolm X fosse stato più in linea con gli eventi di allora, Walker non ha dubbi. Walker ammette che Malcom X aveva capito meglio degli altri cosa fosse in gioco in quel momento e come fosse ingenua la fiducia che mancassero solo pochi anni alla società equa e giusta descritta da Martin Luther King. Farmer, più riluttante, deve comunque riconoscere che Malcolm X era stato più sul pezzo. [http://youtu.be/SKLSM4Rk_t0]

Le masse non sono mai state assetate di verità. Chiunque sappia loro fornire illusioni ne diventa facilmente il padrone; chiunque provi a distruggere le loro illusioni è sempre loro vittima.” — Gustave Le Bon, The Crowd, 1895

http://vocidallestero.it/2017/05/19/avaaz-ruffiani-imperialisti-del-militarismo-protettori-delloligarchia-fidati-mediatori-di-guerra-terza-parte/

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