Le Origini della Fantascienza Italiana

Sulla rivista avevamo già pubblicato la voce di Wikipedia, siamo lieti di avere qui la testimonianza di Gianfranco De Turris

Il tredicesimo cavaliere 2.0

Armando Silvestri Cesare Falessi Massimo Jacoponi Ali Nuove Cartografia dell'Inferno

  Aveva appeso ad una parete nel suo studiolo di casa, zeppo ovviamente di libri e carte, una caricatura: si vedeva un personaggio alto e magro con la testa tonda in piedi dietro una scrivania che guarda verso il basso un buffo alieno, e dice: “E così lei sarebbe uno scrittore di fantascienza”, o forse “E così lei vorrebbe pubblicare un racconto di fantascienza”, dopo tanto tempo non ricordo precisamente.

Armando Silvestri Cesare Falessi Massimo Jacoponi Ali Nuove Cartografia dell'Inferno Cesare Falessi

Era una caricatura che di Cesare Falessi aveva fatto un artista bravissimo, complicato e sfortunato, semplice e sensibile, Massimo Jacoponi, suicidatosi nel 1981 a soli 53 anni, un vero artista che sapeva fare di tutto: per Oltre il Cielo, fondato da Armando Silvestri (1909-1990) e di cui Cesare Falessi era il direttore responsabile, illustrava racconti e articoli, realizzava splendide copertine a colori, ma anche vignette umoristiche. Soltanto che quella, in cui Cesare si era subito riconosciuto…

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JFK, un caso ancora aperto

Era l’estate 1963, quando un alto funzionario della direzione operativa della CIA trascinò la nostra classe di Junior Officer Trainee (JOT) in una sfrenata battaglia contro il presidente John F. Kennedy, accusato tra l’altro di codardia per aver rifiutato di mandare le forze armate statunitensi a salvare i ribelli cubani inchiodati nell’invasione della CIA sulla Baia dei porci, soffocando la possibilità di cacciare dal potere il leader comunista di Cuba Fidel Castro. Sembrava strano che un funzionario della CIA pronunciasse tali critiche su un presidente in carica nel corso di formazione di chi era stato scelto come futuro dirigente della CIA. Mi ricordo di aver pensato: “Questo è sconvolto; avrebbe ucciso Kennedy, data la possibilità”. Il nostro docente speciale era simile a E. Howard Hunt, ma più di mezzo secolo dopo non posso essere sicuro che fosse lui. Le nostre note di tale formazione/indottrinamento furono classificate e mantenute sotto chiave. Alla fine del nostro orientamento JOT, i dirigenti dell’agenzia dovettero fare la scelta fondamentale tra l’adesione alla direzione per l’analisi o la direzione delle operazioni in cui i funzionari dirigono le spie e organizzano i cambi di regime (come chiamavano il processo per rovesciare governi). Scelsi la Direzione per l’analisi e, una volta entrato nella nuova sede di Langley, Virginia, mi sembrò strano che i tornelli da stadio impedissero agli analisti di andare sul “lato operativo della casa” e viceversa. La verità ci fu detta, non fummo mai una famiglia felice. Non posso parlare per i miei colleghi analisti agli inizi degli anni Sessanta, ma non mi accorsi mai che gli operatori dall’altro lato dei tornelli potessero assassinare un presidente, il presidente che osò fare qualcosa per il Paese, ciò che portò molti di noi a Washington, in primo luogo. Ma, salvo l’emergere di un coraggioso patriota come Daniel Ellsberg, Chelsea Manning o Edward Snowden, non mi aspetto di vivere abbastanza a lungo per sapere chi orchestrò l’assassinio di JFK. Eppure, in un certo senso, queste particolarità sembrano meno importanti di due gravi lezioni apprese: 1) Se un Presidente può affrontare la forte pressione dell’élite al potere e cerca la pace cogli stranieri percepiti nemici, allora tutto è possibile. Il buio sull’omicidio di Kennedy non dovrebbe oscurare la luce di questa verità fondamentale; e 2) esistono molte prove indicare l’esecuzione dello Stato di un presidente disposto ad assumere enormi rischi per la pace. Mentre nessun presidente post-Kennedy può ignorare tale dura realtà, resta possibile che un futuro presidente con la visione e il coraggio di JFK possa cercare tale probabilità, in particolare con l’impero USA che si disintegra e dal crescente malcontento interno. Spero di esserci il prossimo aprile, alla fine dei 180 giorni per il rilascio dei rimanenti documenti su JFK. Ma, in assenza di un cortese segretario, non sarei sorpreso di vedere ad aprile sul Washington Post un titolo simile a quello di sabato: “File JFK: la promessa di rivelazioni sventata da CIA e FBI“.

La nuova dilazione è il fatto
Avreste pensato che 54 anni dopo l’assassinio di Kennedy per le strade di Dallas, e dopo aver saputo del quarto di secolo di scadenza presunta per il rilascio dei file JFK, che CIA ed FBI abbiano bisogno di altri sei mesi per decidere quali segreti ancora nascondere? Il giornalista Caitlin Johnstone fa centro sottolineando che la più grande rivelazione del rilascio limitato della scorsa settimana dei file JFK è “il fatto che FBI e CIA hanno ancora disperatamente bisogno di tenere segreto qualcosa accaduto 54 anni fa“. Ciò che è stato rilasciato il 26 ottobre è una piccola frazione di ciò rimasto segreto negli archivi nazionali. Per scoprirlo, è necessario apprezzare la tradizione politica statunitense da 70 anni, che andrebbe chiamata “paura degli spettri”. Che CIA ed FBI stiano ancora scegliendo ciò che dovremmo vedere riguardo chi uccise John Kennedy sembra insolito, ma c’è un precedente. Dopo l’assassinio di JFK, il 22 novembre 1963, l’ammanicato Allen Dulles, che Kennedy aveva licenziato da direttore della CIA dopo la scottatura della Baia dei Porci, si nominò alla Commissione Warren e guidò l’indagine dell’omicidio di JFK. Diventando capo de facto della Commissione, Dulles era perfettamente disposto a proteggere se stesso e accoliti se alcuni commissari o investigatori fossero stati tentati d’interrogarsi se Dulles e CIA avessero avuto un ruolo nell’assassinio di Kennedy. Quando alcuni giornalisti indipendenti soccombettero a tale tentazione, furono immediatamente designati, indovinate, “cospirazionisti”. E così rimane la grande domanda: Allen Dulles ed altri della CIA “sequestrarono” l’assassinio di John Kennedy e la successiva insabbiatura? A mio avviso e vedendo molti esperti investigatori, la migliore dissezione delle prove sull’omicidio appare nel libro di James Douglass del 2008, JFK e l’Innominabile: Perché è morto e per cosa. Dopo l’aggiornamento e l’allestimento di prove abbondanti, ed ulteriori interviste, Douglass conclude che la risposta alla grande domanda è Sì. La lettura del libro di Douglass oggi può aiutare a spiegare perché tanti dati sono ancora trattenuti, anche in forma ridotta, e perché anzi non potremo mai vederli nella loro interezza.

estratto da https://aurorasito.wordpress.com/2017/10/31/lo-stato-profondo-da-jfk-a-trump/

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Alighiero Boetti

Fra il 1963 e il 1965 sperimenta con materiali quali il gesso, la masonite, plexiglas e congegni luminosi. Le sue prime opere sono disegni su carta a china di oggetti industriali per la registrazione come microfoni, cineprese o macchine fotografiche (saranno esposti per la prima volta soltanto nell’81 a Parigi); incisioni e monotipi, tutti realizzati nell’appartamento-studio di via Principe Amedeo, a Torino. Nel 1964 si sposa.

Al 1966 appartengono suoi primi lavori tridimensionali: Catasta, Scala, Sedia,Ping Pong e Lampada annuale sono opere seminali per il periodo: l’impiego di materiali industriali come l’eternit, il riferimento a oggetti di uso quotidiano privati del loro scopo, l’applicazione di gesti semplici come il raddoppiare, l’accumulare, il dilatare.

« Il ’67 è stato un anno esplosivo, per me e per tutti. Era un momento di grande eccitamento, anche a livello materiale: la scoperta, l’entusiasmo dei materiali, che hanno portato alla nausea. Era tutto molto empirico allora,… »
(Intervista di M. Bandini a A. Boetti in “NAC” n. 3, marzo 1973[4])

Il 19 gennaio esordisce con una personale alla Galleria Christian Stein di Torino e partecipa a tutte le collettive del gruppo Arte povera, (Torino, Milano, Genova). Zig-Zag, Dama, Legno e ferro 8, Boetti formula le basi della sua attitudine con la materia. Manifesto 1967 è un’opera volutamente ermetica, alcuni simboli di cui non ci è dato capire il significato seguono il nome di alcuni artisti italiani vicini a Boetti. Visione panoramica per inquadrare una generazione, un movimento, quello poverista ma non solo, e il desiderio di aprirsi a nuove modalità. Si delinea un interesse più sincero verso la scrittura e la bidimensionalità piuttosto che per l’oggetto e la scultura. Nello stesso anno fa lunghi soggiorni nelle Cinque Terre e poi a dicembre la seconda personale alla Galleria La Bertesca di Genova.

Il 1968 è l'”apogeo di un anno barocco al massimo; dopo la fine”.[4] Nella primavera spedisce ad una cinquantina di amici la cartolina postale Gemelli, la quale attraverso un fotomontaggio mostra l’artista che tiene per mano un altro sé stesso. Sul retro scrive frasi come “De-cantiamoci su” oppure “Non marsalarti”. Realizza opere utilizzando materiali come metallo, vetro, legno e cemento. Si susseguono a ritmo serrato le mostre: personali, a febbraio nuovamente da Stein, ad aprile a Milano da Franco Toselli. Collettive, a Roma, Bologna e Torino.

« Nel ’68 io avevo esposto per la prima volta le colonne di carta nel medesimo giorno in cui all’Attico Pascali aveva esposto i bachi da setola che erano veramente la stessa identica cosa »
(A. Boetti, 1973[4])

Nel settembre 1968 muore a Roma in un incidente di moto Pino Pascali.

Nel 1969 alla Kunsthalle di Berna inaugura la mostra collettiva “When Attitude Become Form” curata da Harald Szeemann. L’apice toccato dal movimento dell’arte povera consentirà d’ora in poi ai suoi singoli artisti, di percorrere ognuno il proprio percorso artistico a livello internazionale. Boetti appunto è uno dei più precoci a trovare una propria indipendenza artistica. Il 19 aprile da Sperone presenta la nuova opera Niente da vedere, niente da nascondere, una vetrata da appoggiare alla parete che invita alla contemplazione. Sempre avvolta da una meditazione Zen è l’esecuzione dell’opera Cimento dell’armonia e dell’invenzione (titolo dell’opera n.8 di Vivaldi che comprende i concerti delle Quattro Stagioni) che consiste nel ricalcalcare a matita i quadretti di venticinque fogli 70×50 cm. Al termine dell’operazione viene annotata la durata dell’operazione, infatti il primo esemplare si intitolava 42 ore ed era accompagnato dalla registrazione dei pochi suoni che avevano accompagnato la sua creazione. A luglio nasce il primo figlio Matteo. Colora ad acquarello e pastelli un planisfero politico utilizzando le bandiere degli stati nella loro collocazione geografica.

estratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Alighiero_Boetti

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I beat e il ’68

All’alba del 12 giugno 1967 la polizia sgomberò il campeggio beat sorto in via Ripamonti, accanto al fiumicciattolo Vettabbia; il blitz delle forze dell’ordine era stato da tempo richiesto da parte dell’opinione pubblica moderata milanese, “Corriere della sera” in testa, che mal tollerava l’instaurarsi di una «New Barbonia city» – per riprendere un articolo del quotidiano milanese[4] – alle porte della metropoli, campeggio presto divenuto – secondo questa volta le parole del prefetto – «ricettacolo di elementi oziosi e vagabondi»[5]. Poco servì il fatto che i beat milanesi – «capelloni» e «sbarbine» secondo una certa stampa[6] – avessero regolarmente affittato quel terreno per un periodo che andava dal 1° maggio al 31 agosto ’67; l’azione della polizia fu inesorabile, quanto spettacolare: 79 arresti, circa 200 fogli di via e soprattutto per disinfestare la zona furono usati, secondo le cronache del tempo, 500 litri di DDT. Con lo sgombero dell’«inverecondo bivacco» (per riprendere un sottotitolo sempre del “Corriere”)[7], si può dire che terminò anche l’esperienza beat milanese[8]. Inoltre l’uscita di lì a poco del 5° numero (ma in realtà il 7° dato che i primi due furono il numero 0 e il 00) della rivista “Mondo beat” per l’editore Feltrinelli determinò una spaccatura all’interno del movimento, con alcuni “scissionisti” che risposero a tale iniziativa, considerata poco underground e molto mainstream, con la pubblicazione di un foglio alternativo (che cambiava nome ogni volta per sfuggire alle normative sulla stampa e all’obbligo del direttore responsabile usando la dizione «numero zero in attesa di autorizzazione»)[9] denominato in successione “Urlo beat”, “Grido beat”, “Urlo Grido Beat”, “Parentesi beat”. Con il ’68 alle porte, iniziò un vero proprio esodo all’interno del movimento beat, con alcuni dei suoi esponenti che partirono per l’Oriente (soprattutto India e Afghanistan)[10], mentre altri preferirono allontanarsi da Milano per dar vita a comuni in campagna, e particolarmente nota fu quella di Ovada[11].

I primi beat, di estrazione sociale per lo più proletaria, erano comparsi a Milano alla metà degli anni ’60[12], ritrovandosi dalle parti di piazzale Brescia per muovere successivamente verso il centro, e fissando il loro punto d’incontro dapprima presso la metropolitana di Cordusio e poi in piazza Duomo sotto la statua del “pirla a cavallo”, così come veniva definito il monumento a Vittorio Emanuele II nello slang beat. Nell’autunno del ’67 i beat affittarono uno scantinato in via Vicenza – presto denominato secondo suggestioni estere “la Cava” – che divenne da subito il punto di riferimento del movimento italiano. I beat si legarono ai cosiddetti provos milanesi – i situazionisti dell’“Onda verde”[13] nelle cui fila figura di riferimento è Andrea Valcarenghi, futuro fondatore di “Re Nudo” – dando vita assieme ad una serie di manifestazioni pacifiche; particolarmente riuscite risultarono quella antimilitarista del 4 novembre ’66, quella del 27 novembre ’66 contro i fogli di via, e quella del 6 maggio ’67 durante la quale vennero trascinate per il centro di Milano una serie di bare bianche e lunghe catene per protestare con la guerra in Vietnam. Nelle manifestazioni beat e provos s’intrecciavano tematiche esistenziali provenienti dal modello americano degli hippies a concrete battaglie politiche a favore di maggiori diritti civili; l’obiettivo non era certamente quello, per così dire, di prendere il potere, quanto quello di combattere con le armi underground della provocazione e della non violenza la società tradizionale[14].

Il movimento beat milanese diede vita ad un’interessante proliferazione di testate underground, fra le quali si distinsero, oltre al già citato “Mondo Beat”, “Pianeta Fresco” e “S”. Fra i 3 giornali, “Mondo beat” fu il foglio più politico[15]; nelle sue pagine si ritrovano alcuni temi portanti delle future proteste sessantottine e degli anni seguenti quali il pacifismo, l’antimilitarismo, l’obiezione di coscienza, il libero amore, il diritto al divorzio, all’aborto, alla pillola in un contesto di generale critica alla politica tradizionale – anche quella dei partiti di sinistra – ed una esaltazione della vita in comune per superare definitivamente gli stereotipi della famiglia, della società, della buona educazione tradizionalmente intesi[16]. Inoltre inizia già ad emergere quella passione per l’Oriente che influenzerà le scelte esistenziali di una parte non trascurabile della gioventù del decennio successivo. “Pianeta fresco” – nato per iniziativa della ‘madrina’ del beat italiano, ossia Fernanda Pivano (direttrice «responsabile» della rivista, mentre direttore «irresponsabile» risultava Allen Ginsberg), e il cui primo numero uscì nel dicembre del ’67 – si distinse da “Mondo beat” per un tono sicuramente più intellettuale affrontando tematiche proprie dell’underground americano quali la possibilità e la libertà di poter espandere la propria conoscenza tramite l’uso di sostante psicoattive, e un più esplicito misticismo attento ovviamente a religioni e filosofie orientali. Da “Pianeta fresco” sparivano quei concreti problemi esistenziali presenti invece su “Mondo beat”, quali la fuga da casa, la repressione da parte del sistema, il bisogno di socializzazioni alternative, mentre si parlava in termini teorici di de-condizionamento culturale, di nuove visioni apprese tramite viaggi allucinogeni. Si abbandonava la materialità della strada dove si era formato il movimento beat, per concentrarsi su happening e readings dove si venne a creare, sia pure in forma elitaria, una originale intellettualità underground[17]. In maniera simile, anche la situazionista “S”, il cui primo numero vide la luce nell’ottobre 1967, fece fare un salto di qualità da un punto di vista culturale al movimento underground non solo milanese, visto che fu diffuso anche in altre città italiane; nelle sue pagine, ricercate anche da un punto di vista grafico, vi era sì una ripresa di alcune tematiche protestatarie già comparse su “Mondo beat”, ma ora presentate secondo una prospettiva sicuramente meno elementarmente schematica; tale era ad esempio l’appello ad un’opera di deculturizzazione per difendersi dalla Cultura imposta dal sistema, tramite giochi di parole, ambiguità fra accaduto e immaginato, détournement di passata consuetudine dadaista[18].

Nicola Del Corno in

http://rivista.clionet.it/vol1/dossier/beat_punk_underground/del-corno-dai-beat-ai-punk-dieci-anni-di-controcultura-a-milano

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Fuori dal coro

Gigi Meroni in azione con la maglia del Torino

Gigi Meroni in azione con la maglia del Torino

Ogni 15 ottobre i tifosi del Toro sono lì, con le sciarpe, i mazzi di fiori, gli occhi lucidi.

In corso Re Umberto, a Torino, dove una domenica sera del 1967 le ruote di due automobili misero fine alle evoluzioni della farfalla granata. Gigi Meroni, grande talento del Torino e della Nazionale, il “beat” del calcio italiano, morì prima ancora di essere trasportato in ospedale.

Stava attraversando la strada insieme al compagno di squadra Fabrizio Poletti per dirigersi al solito bar: Meroni percorse la prima metà della carreggiata, fermandosi in mezzo al corso in attesa del momento buono per passare nell’intenso traffico. Dalla sua destra passò un’auto troppo vicina e istintivamente i due calciatori fecero un passo indietro. Poletti fu urtato di striscio da una Fiat 124 Coupé, mentre Meroni fu colpito in pieno alla gamba sinistra; sbalzato dall’impatto e proiettato dall’altra parte della carreggiata, dove venne travolto da una Lancia Appia.

Finiva così, in una serata d’autunno che avrebbe dovuto essere felice (nel pomeriggio il Toro aveva battuto 4-2 la Sampdoria) la parabola di un giovane che è stato qualcosa di più di un atleta di successo. Intanto Gigi Meroni, nato a Como il 24 febbraio del 1943, era un grande calciatore. E se il destino non l’avesse fermato, forse sarebbe diventato grandissimo: a soli 24 anni aveva già totalizzato 145 partite in serie A con le maglie di Torino e Genoa (più 25 in B, con il Como), segnando 29 gol; e 6 partite e 2 gol con la casacca azzurra. Ma oltre ad essere un giocatore particolare, elegante e funambolico, Gigi era pure un uomo fuori dal comune.

Meroni in una giornata al mare

Meroni in una giornata al mare

Anticonformista, geniale, dotato di grande sensibilità artistica. Portava i capelli lunghi e i baffi alla Ringo Starr, viveva in una mansarda con Cristiana, moglie divorziata di un regista allievo di Fellini, e sul comodino teneva un teschio, che avrebbe dovuto portargli fortuna. Così in quegli anni lo descriveva il giornalista sportivo Vladimiro Caminiti: «Noi non siamo per i capelloni, ma ne conosciamo uno e si tratta di un gran bravo ragazzo, uguale a tantissimi della sua età. In più ha i capelli e i ghiribizzi. Si disegna i vestiti e poi li porta al sarto personalmente seguendone la confezione. Dipinge ma non sa dire fino a che punto è artista… Si chiama Meroni, gli amici lo chiamano Gigi».

Sembrano parole d’altri tempi e in effetti quello scorcio di fine Anni Sessanta agli occhi nostri appare davvero come un’epoca lontana. Il 1967, ad esempio, è l’anno dell’offensiva fallimentare degli Stati Uniti sul delta del Mekong (durante la guerra persa in Vietnam), del conflitto del Biafra, della guerra dei Sei Giorni tra Israele, Egitto Siria e Giordania. In Grecia i colonnelli prendono il potere con un golpe, mentre il cardiochirurgo sudafricano Barnard esegue il primo trapianto di cuore della storia. Ma è anche l’anno dell’uccisione di Che Guevara in Bolivia, della morte di Luigi Tenco al festival di Sanremo, del primo album dei Pink Floyd e della pubblicazione di Sgt Pepper’s and Lonely Hearts Club Band da parte dei Beatles.

Meroni è, in questo senso, pienamente figlio del suo tempo. Molto più di tanti altri calciatori, che all’epoca si barcamenavano a stento fra la lettura della Gazzetta dello Sport, il nuovo modello di auto sportiva e la vacanza in Riviera o sulla costiera romagnola. Eppure Gigi non si atteggia ad “intellettuale” e non è politicamente impegnato. Vuole soltanto essere un ragazzo libero. Nell’aprile del 1965, convocato in Nazionale per una partita con la Polonia, viene aspramente criticato dai giornali per il suo look bizzarro e dissacrante. Il Ct Fabbri si vede costretto a chiedergli di sistemare l’acconciatura, ma Meroni si rifiuta: «È un attentato alla vita privata – commenta – Non è questione di capelli o gusti musicali, è questione di libertà». La stessa libertà che l’aveva portato a convivere con una ragazza separata dal marito, Cristiana, quando il divorzio ancora era peccato e l’adulterio reato da codice penale. La critica sferra violenti attacchi alla sua vita privata, ma lui non ci fa caso e alterna atteggiamenti disincantati con altri palesemente provocatori: come girare in via Roma, nel ”salotto buono” torinese, con una gallina al guinzaglio.

Da un punto di vista tecnico è un’ala destra veloce e sgusciante, che non disdegna di puntare al centro e tirare in porta. Gioca con i calzettoni abbassati, come Sivori, e stampa e tifosi lo accostano apertamente alla stella nordirlandese George Best, attaccante del Manchester United, al quale è accomunato anche per una certa stravaganza al di fuori del rettangolo di gioco. Fra i suoi estimatori figura pure l’avvocato Agnelli, che avrebbe voluto portarlo in maglia bianconera e pur di vederlo giocare deve sorbirsi le partite del Toro.

La sua morte provoca nel calcio italiano una vera ondata di emozione e getta Torino in uno stato choc. A molti tifosi granata sembra di rivivere la tragedia di diciott’anni prima, lo schianto del Grande Torino a Superga. Ai funerali partecipano 20 mila persone e persino i detenuti del carcere delle Nuove fanno una colletta per mandare una corona di fiori. L’unica nota stonata arriva dalla Chiesa che stigmatizza il gesto del cappellano del Toro, don Ferraudo, che celebra le esequie religiose per un «pubblico peccatore».

Quel che avviene dopo appartiene più alla mistica granata che alla cronaca sportiva: la domenica successiva si gioca il derby con la Juventus e nel silenzio funereo delle tifoserie di entrambi gli schieramenti il campo viene inondato di fiori gettati da un elicottero, poi raccolti sulla fascia destra, quella di Gigi. Finisce 4 a 0 per il Toro, con una tripletta di Nestor Combin, l’amico più caro di Meroni, e un gol di Carelli, il giovane che ne indossava la maglia numero 7. Cose strane, cose da Toro. Così come un altro paio di coincidenze davvero sorprendenti: si chiamava Luigi Meroni anche il comandante dell’aereo che si schiantò a Superga nel 1949; mentre uno dei due investitori di Gigi era un ragazzo di nome Attilio Romero, tifosissimo granata, che molti anni dopo diventerà presidente del club torinese e lo porterà al fallimento del 2005.

Così, da decenni, ogni 15 ottobre decine e decine di tifosi si raccolgono in corso Re Umberto, nel punto dove venne investita la “farfalla granata”, come Meroni è stato definito in un fortunato libro scritto da Nando Dalla Chiesa. In occasione del quarantennale della morte, il Comune di Torino gli ha eretto anche un piccolo monumento. Di lui ha scritto Gianni Brera: «Era un simbolo di estri bizzarri e libertà sociali in un paese di quasi tutti conformisti sornioni».

La copertina del saggio di Giorgio Ballario: tra le foto c'è anche Gigi Meroni

La copertina del saggio di Giorgio Ballario: tra le foto c’è anche Gigi Meroni

(Dal libro “Fuori dal coro. Eretici, irregolari, scorretti” di Giorgio Ballario, Eclettica Edizioni, 2017)

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Teorie del complotto

un paio di anni fa, mi sono imbattuto in un breve ma affascinante libro, pubblicato dalla casa editrice dell’Università del Texas, «Conspiracy Theory in America» e scritto dal prof. Lance deHaven-Smith, ex presidente della Florida Political Science Association. Partendo da una importante rivelazione dovuta alla FOIA [Freedom of Information Act, Legge per la libertà di informazione, NdT], il libro spiegava che, molto probabilmente, è da attribuirsi alla CIA la responsabilità della creazione del concetto di « teoria del complotto », utilizzato come strumento di manipolazione politica e mezzo attraverso il quale influenzare l’opinione pubblica. Negli anni 1960, il pubblico statunitense aveva reagito con scetticismo crescente ai risultati della Commissione Warren, che pretendeva che un solitario uomo armato, Lee Harvey Oswald, fosse l’unico responsabile dell’assassinio del presidente Kennedy, mentre era diffuso il sospetto di un coinvolgimento anche di personalità di alto livello. Per tentare di ridurre il danno, la CIA distribuì un memo segreto a tutti i suoi uffici periferici, chiedendo di mettere in campo i media da essa controllati per ridicolizzare e attaccare questi critici, facendoli passare per seguaci irrazionali della «teoria del complotto». Subito dopo, nei media è cominciato ad apparire questo tipo di argomentazione, con termini, motivazioni e modelli di utilizzazione esattamente conformi alle linee guida fornite dalla CIA. Ne è derivato un enorme picco nell’uso peggiorativo dell’espressione, che si è rapidamente diffusa in tutti i media statunitensi, e il cui impatto dura ancora oggi. Vi sono quindi prove considerevoli a sostegno di quest’altra specifica « teoria del complotto », che spiega le ragioni dei tanti attacchi contro le « teorie del complotto » da parte dei media. Ma, per quanto sembri che la CIA abbia effettivamente manipolato l’opinione pubblica per trasformare l’espressione « teoria del compolotto » in una potente arma da guerra ideologica, l’autore racconta anche come il necessario retroterra filosofico fosse stato preparato qualche decennio prima. All’epoca della Seconda Guerra Mondiale, quando importanti cambiamenti nella teoria politica determinarono un’enorme caduta di rispettabilità di ogni spiegazione « complottista » degli avvenimenti storici. Nei decenni che hanno preceduto questo conflitto, uno dei nostri maestri e intellettuali più importanti fu lo storico Charles Beard, i cui scritti più noti mettevano fortemente l’accento sul ruolo nefasto delle varie cospirazioni attraverso le quali l’élite ha influenzato la politica statunitense, a profitto di qualcuno e a spese dei più, con degli esempi che, partendo dalla più antica storia degli Stati Uniti giungono fino alla partecipazione alla Prima Guerrra Mondiale. Evidentemente i ricercatori non hanno mai sostenuto che tutti i più importanti avvenimenti storici avessero delle cause nascoste, ma ammettevano che per qualcuno di essi fosse così, e cercare di indagare su questa possibilità veniva considerato un impegno accademico perfettamente onorevole. Ma Beard fu anche fortemente contrario all’impegno degli USA nella Seconda Guerra Mondiale e finì che venne emarginato, fino alla sua morte avvenuta nel 1948. Molti altri giovani intellettuali che la pensavano come lui hanno subito una sorte analoga, sono stati discriminati e si sono visti rifiutare ogni accesso ai media tradizionali.

https://www.controinformazione.info/e-stata-la-cia-a-inventare-il-concetto-di-teoria-del-complotto/

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Processo al ’68

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Fiat 850 spider

E’ il mese di marzo del 1965 quando al Salone di Ginevra, nello stand Fiat, sotto i riflettori brilla la Fiat «850 Spider». La nuova Spider di casa Fiat, realizzata in collaborazione con la «Carrozzeria Bertone», lasciò sorpreso il pubblico che riconobbe in quel frontale il frutto della precedente sperimentazione fatta dalla Bertone con la Corvair “Testudo” inoltre i fari erano gli stessi della ben più blasonata Lamborghini «Miura». La fiancata, alleggerita dalla forma a diedro accompagnava la linea della Spider verso la coda piatta e tronca, nella cui parte posteriore erano alloggiati i due fanali, anch’essi uguali a quelli della Lamborghini «Miura», ed una finta griglia d’areazione color alluminio. I paraurti a lama senza bulloni a vista, i pulsanti per l’apertura delle porte e le cerniere del cofano posteriore realizzate in metallo cromato, contribuirono a dare alla linea della spider un aspetto pulito e filante, degno di una vera sportiva.

da http://www.fiat850spider.it/start.htm

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Gossip

Nel 1966 don Pasin rivelava ad un settimanale che nell’ultimo anno della grande guerra il caporale Adolf Hitler sarebbe stato a Soligo con le truppe di occupazione e avrebbe avuto una relazione con una ragazza del luogo dalla quale sarebbe nato un figlio. L’intervista fece subito il giro di molti giornali e radiogiornali dell’epoca [e, aggiungiamo noi, trovò un’eco pochi anni dopo, nel 1972, nella biografia “Hitler”, edita nella collana “Pro e Contro” dei Dossier Mondadori, che gli dedicò un’apposita “finestra”].

Sebbene ottantacinquenne mons. Pasin diceva di ricordare perfettamente il caporale e la sua amica. Quando Hitler fece ritorno in patria, essi continuarono a scriversi, ma l’epistolario andò distrutto durante l’incendio di Soligo nel secondo conflitto. A riprova delle sue affermazioni mons. Pasin conservava soltanto due fotografie, riportate in questo capitolo, in cui appariva circondato da militari tedeschi con alla sua destra il presunto caporale Hitler.

Sintetizziamo la vicenda, a titolo di cronaca, riferendo un brano dell’intervista rilasciata da mons. Pasin.

“In tutta la zona l’unico ospedale civile era quello di Soligo. Grazie a protezioni altolocate ero riuscito ad evitare che i tedeschi lo requisissero per adibirlo ad ospedale militare. Di conseguenza non avrei dovuto temere nulla dall’Alto Comando nemico. Il solo pericolo era rappresentato proprio dal caporale Hitler, che faceva lì impossibile per mettermi nei pasticci, sorvegliando attentamente tutte le derrate alimentari che entravano in ospedale. Per evitare che gli ammalati soffrissero la fame, ero costretto a fare salti mortali, col terrore che Hitler si accorgesse dei miei espedienti. Si sarebbe accorto senza dubbio se non fosse stato obbligato a modificare il suo atteggiamento per avvenimenti imprevedibili.

Una notte fui chiamato a portare l’estrema unzione ad un morente. Poiché vigeva il coprifuoco, andai al Comando militare austriaco per chiedere un lasciapassare. Appena entrato nella sala della polizia, vidi Adolf Hitler in compagnia di una ragazza bionda, semivestita. Benché non fosse una mia parrocchiana, la conoscevo di vista. Facendo finta di nulla, mi rivolsi al caporale Hitler per ottenere il documento.

Una settimana dopo, tutto era cambiato. Come per miracolo, si era allentata la sorveglianza sul numero degli ammalati ricoverati e le provviste erano più abbondanti. La spiegazione l’ebbi da un soldato nemico: ‘Il caporale Hitler le è riconoscente perché lei non ha riferito ai suoi superiori quanto ha visto’.

Era la prima volta che udivo quel nome perché, non parlando la stessa lingua, non avevamo mai avuto contatti diretti, nonostante avessi spesso occasione di incontrarlo. Naturalmente, nel periodo che egli passò a Soligo, rividi spesso anche la ragazza” (“Stop”, 31/10/1966).

Quale fosse il suo nome è un segreto che mons. Pasin si è portato nella tomba. Le voci di paese dicevano che essa avrebbe sposato uno stimato medico torinese e che il bambino, nato dalla relazione con quel caporale, sarebbe stato deposto al Brefotrofio di Treviso poco dopo la nascita.

Di questo gossip d’altri tempi si occuparono nel 1987 Angella-Bongi (pp. 241-249), ai quali rinviamo per un approfondimento e per la rassegna stampa.

 

Il testo citato alla fine è di Piero Bongi ed Enrica Angella Bongi, L’anno più lungo: Soligo, novembre 1917-ottobre 1918, 1987; al quale si può aggiungere il più recente Il figlio segreto di Hitler in Italia, 1917-1918 di Lucio Tarzariol, pubblicato nel 2017. Un articolo, non firmato, del quotidiano La Tribuna di Treviso del 22/005/2016, polemizza con quest’ultimo, non ancora in commercio ma annunciato dall’autore a mezzo stampa, definendolo una “bufala” del tutto priva di riscontri oggettivi, che riaffiora ogni tanto sulla base di voci e chiacchiere incontrollate (lo si può consultare in rete, come pure la contro-replica di Tarzariol). Ma, polemiche a parte, cosa può esserci di vero in tutta questa ingarbugliata storia, dal sapore, effettivamente, un po’ surreale?

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59360

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I premi Hugo del 1961

Convention tenuta a: Seacon, Seattle, dal 2 al 4 Settembre 1961, presentata da Harlan Ellison.

Romanzo vincitore (Novel):

A Canticle for Leibowitz, di Walter M. Miller

Oct. 1959; Ed. J. B. Lippincot: $ 4.95, Pg. 320.

Strano che il romanzo appaia per la prima volta nel 1959 e concorra al premio del 1961:

First Bantam PB edition copyright page states an October 1959 publishing date followed by a second printing in March 1960 and a third printing in April 1960.

5° 1975 Locus All-Time Best Novel

7° 1987 Locus All-Time Best SF Novel

7° 1998 Locus All-Time Best SF Novel before 1990

Un Cantico per Leibowitz: SFBC n. 7 del 30 Agosto 1964; UCL. n. 116 del Novembre 1986 ;

UC n. 84 del Gennaio 2010.

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Seicento anni sono trascorsi dalla guerra apocalittica che ha inferto un colpo mortale alla civiltà umana, e i superstiti si sforzano di mantenere una parvenza d’ordine in un mondo tornato a una barbarie premedievale. Eppure, nelle terre desolate dove regnano mutanti e onnipresenti poiane, esistono ancora oasi di relativa pace come l’abbazia del Beato Leibowitz, dove umili frati custodiscono e riproducono documenti ormai incomprensibili del passato scientifico. E partendo dalla umanissima vicenda di frate Francis, scopritore di una reliquia del Beato Leibowitz, la nuova storia del genere umano inizia la sua ricostruzione, attraverso un Secondo rinascimento e fino a una nuova era moderna.

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Altri romanzi nominati:

1 – The High Crusade, di Poul Anderson: Ed. Doubleday 1960; $ 2.95; pg. 192.

Apparso a puntate su: Astounding/Analog Science Fact & Fiction; July, August and September 1960; Ed. John W. Campbell, Jr.; Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.50; pg. 180; ogni volume.

Crociata spaziale: I romanzi del Cosmo n. 105 del 15 Agosto 1962; UC n. 115 dell’Agosto 2012.

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La favolosa età del Medio Evo si interseca ai viaggi intergalattici in un complesso misterioso e avvincente. Dalle profondità del cosmo, durante l’era delle Crociate, discende, presso una cittadino della Gran Bretagna, una potente astronave, i cui occupanti, esseri mostruosi, sono vinti da un gruppo di Crociati in attesa di partire per liberare il Santo Sepolcro. Essi si impadroniscono del vascello spaziale, e congetturano di usarlo per recarsi in Terra Santa. Per il tradimento di uno dei mostri superstiti che avrebbe dovuto pilotare l’astronave, i Terrestri si trovano proiettati nello spazio e devono conquistare il pianeta di origine dei Galattici.

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2 – Rogue Moon, di Algis Budrys: Fawcett Gold Medal Nov. 1960, #s1057; $ 0.35; pg. 176

Il satellite proibito: Futuro Fanucci n. 29 del Giugno 1977; UCL n. del Settembre 1991.

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Sulla Luna esiste un labirinto nel quale nessun uomo e mai riuscito a sopravvivere per più di pochi minuti o poche ore. Ma questo enigmatico ambiente non è che l’enigma centrale di una storia molto più complessa e ricca di sorprese. Non sono uomini qualunque quelli che tentano l’impresa pressoché disperata di entrare nel labirinto, ma esperti addestrati al rischio altissimo del teletrasporto. E con questo sistema, infatti, che gli esploratori vengono “catapultati” sulla Luna ed è con questo sistema che, se potranno, dovranno riuscire a salvarsi.

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3 – Deathworld, di Harry Harrison: Ed. Bantam Books Sep. 1960; #A2160; $ 0.35; pg. 154

Apparso a puntate su: Astounding Science Fiction January 1960; Astounding/Analog Science Fact & Fiction, February and March 1960; Ed. John W. Campbell, Jr.; Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.50; pg. 180; ogni volume.

Mondo maledetto: I romanzi del Cosmo n. 115 del 15.1.1963

Solamente la prima parte della trilogia.

Pianeta impossibile: Cosmo Oro n. 35 del Novembre 1978.

Nel Cosmo Oro ci sono i due racconti successivi al primo originario Death World del 1960 e usciti rispettivamente nel 1964 (The Ethical Engineer) e nel 1968 (The Horse Barbarians).

DTHWRLDPHW1960ASF_0350$_57 (1)Pianeta impossibile

Mondo maledetto.

La perspicacia di un giocatore di professione, l’abile e astuto Jason Dinalt, viene messa a dura prova in un mondo ostile e crudele. Egli dovrà lottare di continuo, sempre all’erta per non essere sopraffatto, per trasformare condizioni paurose di esistenza in possibili sistemi di vita. Si batterà coraggiosamente per dimostrare l’esattezza della propria tesi, ottenendo la fiducia e la comprensione dove poco prima vi erano nei suoi riguardi soltanto odio e diffidenza.

Pianeta impossibile.

Ciclo del PIANETA IMPOSSIBILE: Jason DinAlt, il protagonista dei tre romanzi che compongono il ciclo, è un giocatore di professione dotato di poteri psi, che si trova (PIANETA IMPOSSIBILE: I) invischiato suo malgrado nella lotta che i colonizzatori umani combattono contro il micidiale pianeta Pyrrus, un mondo popolato da uccelli-sega, diavoli cornuti e mostri di ogni tipo e dimensione, in cui tutta la flora e la fauna esistenti sembrano essersi coalizzate contro gli esseri umani. Ma la guerra che il pianeta Pyrrus ha dichiarato ai coloni ha una causa ben precisa e diversa da quella che si aspettano i Pyrrani e soltanto il buon senso ed il coraggio di Jason riuscirà a porvi fine e a risolvere un problema in apparenza senza soluzione. Nel secondo romanzo del trittico (PIANETA IMPOSSIBILE: II) Jason viene catturato con l’inganno da Mikah Samon, uno zelante componente di una religione bigotta che lo vuole riportare sul pianeta Cassylia per farlo giustiziare per le sue colpe ed i suoi peccati di giocatore ed imbroglione. Ma il destino li porta invece su un pianeta selvaggio e primitivo in cui tutte le società umane sono basate sullo schiavismo. In PIANETA IMPOSSIBILE: III, Jason DinAlt, conduce i Pyrrani alla conquista di un mondo dominato da una razza di barbari a cavallo di una ferocia inaudita; ma l’intelligenza pratica di Jason la spunterà ancora una volta. Egli riuscirà a raggiungere il suo scopo con l’astuzia e la sottigliezza, evitando (nei limiti del possibile) gli scontri diretti.

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4 – Venus Plus X, di Theodore Sturgeon: Ed. Pyramid Books, Sep. 1960; #G544; $ 0.35; pg. 160

Venere più X: SFBC La Bussola n. 4 del 15 Giugno 1965; UC n. 23 del Dicembre 2004.

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Al suo risveglio da un lungo sonno di cui ignora la causa, Charlie Johns scopre di trovarsi… dove? Nel futuro? In un angolo remoto e inaccessibile della Terra? Comunque, in un mondo completamente diverso, quello dei Ledom, la strana razza di individui bisessuati che da anni segue l’evoluzione parallela del genere umano. Charlie è stato portato fin lì per osservare, imparare e soprattutto criticare una civiltà che a prima vista possiede tutti i requisiti dell’utopia. E’ l’inizio di un lungo viaggio fra le meraviglie di un mondo nuovo: ma, per Charlie, le sorprese non saranno tutte piacevoli…

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Short Story vincitrice:

The Longest Voyage, di Poul Anderson: Analog Science Fact & Fiction, Dec 1960; Ed. John W. Campbell Jr.; Street & Smith Publication, Inc.; $ 0.50; pg. 180

Il viaggio più lungo: Gamma n. 5/4 del Marzo 1966; GO n. 4/7 del Novembre 1978; Grandi Scrittori FS n. 6/7; Fantalibro n. 14/9; Libro di Gamma n. 1/4 e n. 1bis/9; Robot Speciale n 8/1;

originale Analog SF n. 66-4/1

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On a distant world the age of exploration is beginning. A party of daring explorers attempts to circumnavigate their world. In unknown waters they encounter an island civilization which claims to have a prophet who fell from the stars.

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Altre short story nominate:

1 – The Lost Kafoozalum, di Pauline Ashwell: Analog Science Fact & Fiction, Oct 1960; Ed. John W. Campbell Jr.; Street & Smith Publication, Inc.; $ 0.50; pg. 180

Inedito: nella mia collezione solo l’eBook inglese.

One of the beautiful things about a delusion is that no matter how mad someone gets at it … he can’t do it any harm. Therefore a delusion can be a fine thing for prodding angry belligerents….

2 – Open to Me, My Sister (aka: My Sister’s Brother), di Philip José Farmer: The Magazine of Fantasy and Science Fiction, May 1960; Ed. Robert P. Mills; Mercury press, Inc.; $ 0.40; pg. 132.

Il fratello di mia sorella: Futuro Fanucci n. 3 – Relazioni aliene – del Novembre 1973.

Il racconto fa parte di una serie di storie, quella del titolo è l’ultima.

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Nell’universo infinito, tra le forme di vita umane e non umane che lo  popolano, sembrerebbe impossibile trovare punti d’incontro. Due possibilità sono tuttavia offerte: la religione ed il sesso.

Futuro Fanucci n. 3 – Relazioni aliene, contiene tre storie:

– Madre: su di un pianeta inavvicinabile domina un dio onnipotente, pangenitore di tutte le forme di vita che lo popolano: sarà compito di un modesto religioso terrestre trovare la sua unica debolezza…

– Padre: ogni femmina per accoppiarsi ha bisogno di un maschio della propria specie alle gigantesche madri, invece, è sufficiente un maschio qualsiasi, anche terrestre…

– Figlia: lo strano connubio descritto nella storia precedente è fecondo, ma la nuova vita che viene alla luce dovrà affrontare molti pericoli: li supererà solo grazie ad astuzie umane…

– Figlio: le applicazioni militari dell’istinto materno sono numerose: si raccomanda ai figli unici di non rimanere prigionieri di sommergibili-femmina nemici…

Il fratello di mia sorella: il  primo uomo disceso su Marte incontra una forma di vita apparentemente amichevole, ma la solitudine gioca brutti scherzi, ed è facile equivocare sul sesso degli alieni…

3 – Need, di Theodore Sturgeon: Beyond, Jun 1960; Ed. Avon, #T-439; $ 0.35; pg. 157

Gente: Robot n. 3/1 del Giugno 1976.

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In una piccola città c’è un negozio che ha di tutto. Basta chiedere.

E voi di cosa avete bisogno? Non preoccupatevi, ci pensa Gorwing.

Ferdinando Temporin

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Passaggio di consegne

il Regno Unito comprese che i giorni dell’impero erano alla fine. Ciò portò alla decisione del primo ministro Harold Wilson, nel gennaio 1968, di ritirare tutte le forze militari inglesi ad “est di Suez”. Il ministro della Difesa Denis Healey fece il drammatico annuncio che tutte le forze militari inglesi sarebbero state ritirate entro il 1971 dalle importanti basi militari nell’Asia sud-orientale, “ad est di Aden”, principalmente Malesia e Singapore, così come Golfo Persico e Maldive. La decisione vide l’indipendenza di Aden come repubblica socialista, lo Yemen del Sud, e la cessione agli Stati Uniti della base militare di Diego Garcia nel territorio dell’Oceano Indiano inglese appena formato (insieme alla rimozione dalle isole Chagos dei residenti), l’indipendenza degli Stati della Tregua, come gli Emirati Arabi Uniti, e il trasferimento del controllo agli statunitensi della base navale inglese in Bahrayn. Il rapporto post-primazia del Pentagono mette in dubbio la necessità di basi militari estere a sostegno dell’avvio di operazioni militari.

http://www.controinformazione.info/la-fine-del-nuovo-secolo-americano-pronunciata-dal-pentagono/

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Chissà chi lo sa

Probabilmente ha poco a che fare con la storia, ma l’idea che si potesse fare una trasmissione a quiz per ragazzi che non fosse (come le odierne) a risposte multiple in sovra-impressione sul monitor la dice lunga sulla differenza culturale tra la scuola media di un tempo e l’attuale.

Chissà chi lo sa? programma per la TV dei ragazzi (dal 19 luglio 1961, prima mercoledì poi sabato, ore 16.30, Programma Nazionale). Ideazione: Cino Tortorella. Conduzione: Febo Conti o In ogni puntata Febo Conti, al grido di «Squillino le trombe, entrino le squadre», scatena la competizione tra due squadre di sette ragazzi provenienti da tutte le scuole d’Italia; i concorrenti, bambini e adolescenti, rispondono a spensierati indovinelli e scoprono personaggi misteriosi. Il regista, smessi temporaneamente i panni di Mago Zurlì, invita anche cantanti, attori e persino ministri. Questo quiz per giovani è diventato rapidamente un cult del-a TV dei ragazzi e ha avuto ben 13 edizioni. Cancellato dagli archivi della RAI come gran parte delle trasmissioni per i più piccoli, è rimasto nella memoria dei ragazzi di quella generazione come un programma indimenticabile, al quale si ripensa con affetto. Così lo ricorda Walter Veltroni: «Noi che abbiamo visto quei ragazzi giocare siamo, in fondo, l’unica testimonianza che c’è stato davvero, un giorno per tanti anni, un meraviglioso programma per milioni di ragazzi del sabato pomeriggio».

Fonte: Enciclopedia Garzanti della televisione

https://it.wikipedia.org/wiki/Febo_Conti

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Nascita del biomedicale

E’ morto Mario Veronesi nella sera di lunedì 12 giugno, il genio che fondò il distretto biomedicale di Mirandola. Sua l’intuizione che prodotti usa e getta sterilizzati all’origine avrebbero potuto rappresentare un’innovazione di successo. Aveva 85 anni, da diversi anni soffriva di nefroangioscerosi

La biografia (Wikipedia)

Figlio del medico Renzo Veronesi e di Lara Grilli, casalinga, si laureò in farmacia acquistò un esercizio commerciale a Mirandola che gestì personalmente sino all’età di 30 anni, quando intraprende l’attività di rappresentante di medicinali per una multinazionale statunitense.

Le aziende

Miraset

Durante le sue visite negli istituti clinici come rappresentante farmaceutico, nota come la procedura di sterilizzazione dei tubi in lattice riutilizzabili allora utilizzati per le trasfusioni di sanguefosse complessa e non esente da rischi di contaminazione. Intuendo che prodotti usa e getta sterilizzati all’origine avrebbero potuto rappresentare un’innovazione di successo, nel 1962 avviò una produzione artigianale nel garage della propria abitazione, fondando la società Miraset con soli tre dipendenti. La Miraset si occupa effettivamente solo dell’assemblaggio di componenti, prodotti su disegno da officine della zona.

Sterilplast

Nel novembre 1964, con il contributo di alcuni amici mutò la ragione sociale dell’azienda in Sterilplast, società per azioni. Con 15 dipendenti iniziò ad assumere una connotazione industriale, trasferendosi in una struttura appropriata dove iniziò la produzione in proprio di molti dei componenti necessari.

Dasco

Raccogliendo i suggerimenti di alcuni medici padovani, nel 1966 mise assieme un gruppo di tecnici meccanici ed elettrotecnici ai quali chiese di sviluppare un rene artificiale imitazione di un prodotto americano non ancora brevettato.

Il rene artificiale avrebbe consentito il trattamento della insufficienza renale tramite emodialisi, terapia non ancora diffusa in Italia negli anni 1960, con l’eccezione di alcuni centri di sperimentazione. La divisione apparecchiature della Sterilplast venne ridenominata Dasco.

A causa dei forti ritardi cronici nei pagamenti da parte delle strutture sanitarie nazionali (problema esistente a tutt’oggi), nel 1969 venne ceduto il controllo della Dasco alla casa farmaceutica svizzera Sandoz mentre Veronesi rimane nel consiglio di amministrazione ancora per pochi mesi.

La Dasco (ora Gambro Dasco) è oggi uno dei principali stabilimenti del gruppo svedese Gambro, acquistata dalla americana Baxter
http://www.sulpanaro.net/2017/06/morto-mario-veronesi-genio-fondo-distretto-biomedicale-mirandola/

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La superclasse

Come è stato già notato, è la “rivoluzione del 68” ad aver congiunto il neo-capitalismo alla “sinistra” libertaria ed edonista.  Gli slogan sessantottini, “Vietato vietare”, “Godere Operaio”, “Dopo Marx, Aprile”, “Chiediamo l’impossibile, Vogliamo Tutto” erano indicativi di questa alleanza. Hanno aperto al “consumare senza limiti” grazie al credito e alla pubblicità totale, ma soprattutto grazie alla metodica cancellazione degli ostacoli culturali al dominio del denaro –  la famiglia, il risparmio, la frugalità  come valore, lo spirito di sacrificio per la nazione, le “virtù” cristiane e quelle borghesi – variamente bollate come: clerico-fasciste, reazionarie,  maschiliste, eccetera. L’estrema sinistra utile idiota dell’oligarchia,  per questo compito è stata compensata:  ma ovviamente solo nei suoi capi. (1)

Paolo Mieli, Giuliano Ferrara, Gentiloni, la Boldrini sono stati ammessi nella superclasse mondializzata (molti di loro lo erano per diritto, come figli di papà) in qualità di maggiordomi di lusso del Sistema, direttori di media, cooptati agli alti livelli transnazionali (UE, ONU,  ONG) .

Si tratta in effetti di una classe – ossia di un gruppo sociale che presenta caratteri particolari e costanti, che la distinguono dalle altre classi.

Questa classe  si pone non solo al disopra delle vecchie elites nazionali,  ma fuori dalla portata, e persino dalla vista, dei popoli. Questa superclasse è transnazionale e il suo campo d’azione è mondiale, come il suo progetto è cosmopolita.

http://www.maurizioblondet.it/la-beata-superclasse-mondiale-un-identikit/

(1) Da quello che abbiamo visto nel nostro piccolo, quelli ricompensati sono stati quelli che si sono dichiarati tali a posteriori (come gli avanguardisti o i partigiani, secondo il classico opportunismo italico); per tutti gli altri i diritti civili hanno sostituito le richieste sociali.

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Fini e mezzi

Negli anni ‘60, all’apice del movimento per i diritti civili, si svolse una tavola rotonda il cui tema era l’efficacia dello stesso movimento. La discussione includeva Alan Morrison, Malcolm X, Wyatt T. Walker e James Farmer insieme a un moderatore. Malcolm X si trovava in minoranza, poiché gli altri componenti del panel facevano parte dell’ala maggioritaria del movimento per i diritti civili, quella che si occupava quasi esclusivamente di organizzare marce, votazioni e regolamenti. Malcolm X era l’unico a raccontare, senza giri di parole, la verità sul fatto che la struttura patriarcale di potere in mano ai bianchi era molto più potente di quanto i suoi colleghi volessero far credere; che la libertà cui ambivano era qualcosa che il legislatore non avrebbe mai concesso loro; e che il ventre molle razzista di tutte le istituzioni americane era (ed è tuttora) talmente imbevuto di suprematismo bianco da renderle irrecuperabili. Il panel si mostrò aggressivo contro di lui per la sua sincerità – non diversamente da quanto succede oggi a chiunque dica la verità. 

Facciamo un salto di quasi 30 anni. Il moderatore, Wyatt T. Walker e James Farmer sono gli unici a essere ancora vivi. Quando a una tavola rotonda commemorativa con soltanto questi uomini il moderatore chiede se Malcolm X fosse stato più in linea con gli eventi di allora, Walker non ha dubbi. Walker ammette che Malcom X aveva capito meglio degli altri cosa fosse in gioco in quel momento e come fosse ingenua la fiducia che mancassero solo pochi anni alla società equa e giusta descritta da Martin Luther King. Farmer, più riluttante, deve comunque riconoscere che Malcolm X era stato più sul pezzo. [http://youtu.be/SKLSM4Rk_t0]

Le masse non sono mai state assetate di verità. Chiunque sappia loro fornire illusioni ne diventa facilmente il padrone; chiunque provi a distruggere le loro illusioni è sempre loro vittima.” — Gustave Le Bon, The Crowd, 1895

http://vocidallestero.it/2017/05/19/avaaz-ruffiani-imperialisti-del-militarismo-protettori-delloligarchia-fidati-mediatori-di-guerra-terza-parte/

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Community era

Echoes From The Summer Of Love

a cura di ICS – Innovazione Cultura Società

 

Nel cinquantesimo anniversario della Summer of Love, cosa rimane della comunità hippie, cosa si riverbera di quell’esperienza nel nostro presente? Community Era raccoglie le immagini di tre celebri fotografi statunitensi – Robert Altman, Elaine Mayes e Baron Wolman – diretti protagonisti di una rivoluzione culturale che dalla San Francisco della seconda metà degli anni 60 si è diffusa in tutto il mondo. Un movimento unico, iconograficamente culminato con l’oceanico raduno di Woodstock, la tre giorni di “love, peace and rock music”. Le immagini di questo periodo (1967-1969) raccontano un ambiente basato sulla “gentilezza verso gli altri e l’assenza di giudizi”, che sperimentò nuovi modelli sociali e dal quale si svilupperà una quindicina di anni dopo la prima comunità virtuale (illustrata nella sezione di mostra “From Beat to Bit dalla Controcultura a Internet”).

 

Chiudono la collettiva alcuni scatti del reggiano Bruno Vagnini, che nel 1969 ritrasse il celebre Bed-in di John Lennon e Yoko Ono.

Bruno Vagnini, un ragazzo emiliano, in Canada a studiare all’;Accademia di Belle Arti di Montreal. E’ il 1969. Questo ragazzo una mattina di fine maggio viene a sapere della presenza in città di Lennon e Yoko Ono; si precipita in quell’albergo portandosi dietro la sua Nikon proprio quando John e Yoko stanno per iniziare il celebre Bed-in di protesta contro la vergogna della guerra in Vietnam; riesce a imbucarsi abusivissimamente nella suite di John e Yoko insieme agli altri giornalisti accreditati; la security lo sta per buttare fuori ma John che con un gesto olimpico e la sua voce morbida e un po’ nasale dice: “No: lasciatelo qui, è solo un ragazzo”. E lui scatta 31 foto. Quattro sviluppi di questi scatti, per l’emozione, vanno perduti, ma alcuni dei restanti ventisette che riuscirà a stampare saranno pubblicati  il giorno dopo sui giornali di mezzo mondo. Questa è la storia di come un ragazzo, un giorno, sia diventato un fotografo esponendo poi in varie città italiane, europee e d’oltre oceano.

http://www.fotografiaeuropea.it/fe2017/mostra/community-era/#1491310490985-2c5e5075-406d

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il singolare caso di Miliusc Solakov

Si chiamava (e forse si chiama ancora) Miliusc Solakov, tenente dell’aviazione bulgara, il imagespilota al centro di una delle più singolari storie della Guerra fredda, protagonista di un episodio che, per alcuni mesi, fa  dell’Altopiano delle Murge il centro del mondo.

Antefatto  Nel 1959 lo Strategic Air Command dispone l’installazione di missili Jupiter (PGM-19 Jupiter, Medium-Range Ballistic Missile) in Puglia. Le testate sono prese in consegna dall’Aeronautica Militare che le affida alla 36° Aerobrigata Interdizione Strategica (nata nel 1960 e articolata in 1° e 2° Reparto Interdizione Strategica), unità che disloca i PGM in più siti super protetti dalla NATO, ma anche “oggetto del desiderio” delle intelligence del blocco comunista e delle sue spie, di terra e d’aria. Infatti, nel ’60 il “mondo in un click” esiste solo negli episodi de Ai confini della Realtà, pertanto l’unico modo per fotografare una base dall’alto è volarci sopra su caccia molto all’avanguardia, molto potenti e capaci di tenersi fuori dalla portata di contraerea e di intercettori. Ma non sempre le missioni vanno per il verso giusto…

Lockheed U2

Il MiG Capita di precipitare e non conta quanta tecnologia tu abbia a bordo: un errore umano, una sottovalutazione, un guasto e finisci come Francis Gary Powers che al cianuro della CIA preferisce la prigionia del KGB, pur senza mai tradire il suo paese. Se poi l’aereo è un vecchio Mikoyan Gurevich, le possibilità di un abbattimento o di un crashlanding si fanno maggiori. Il 20 gennaio 1962, un MiG 17 della Bălgarski Voennovăzdušni si schianta in località Lamone, Acquaviva delle Fonti. Il pilota, 24 anni, si chiama Miliusc Solakov e a ritrovarlo è un contadino che si reca al lavoro la mattina seguente; sul suo apparecchio c’è una strumentazione ottica per foto ad alta quota ma, secondo quanto appurano gli inquirenti, la pellicola è intatta. Spia? Disertore? Non si capisce bene quale sia la missione del giovane, che racconta la storia di un cuore solitario costretto a fuggire per evitare il matrimonio con una donna che non ama.

Malgrado ad essere catturato sia un militare di un paese nemico, Solakov accende presto le simpatie dei pugliesi e non solo: si innamora di una maestra di Bari e la stampa di sinistra cerca di ridimensionare le accuse di spionaggio perché, in fondo, i missili pugliesi si vedono dal treno… Inoltre, la missione fallita pare non destare troppe preoccupazioni, anche perché gli Jupiter verranno smantellati nel 1963. Tanto rumore per nulla, insomma…

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MiG 17 simile a quello caduto a Lamone

L’anno seguente le autorità italiane rilasciano il bulgaro, premurandosi che il suo governo non gli faccia scontare, in patria, l’essere finito prigioniero. Ma mentre Sofia accoglie, con imbarazzo, le richieste italiane di trattare bene Miliusc, gli americani propongono al giovane di volare con loro negli States e da allora nulla più si sa della sorte del militare. Unica cosa nota è che il pericolo maggiore che la Puglia corre nel 1962 è la pioggia di fulmini che colpisce i silos, evento naturale che suo malgrado imbiancare i capelli a tecnici e a civili.

E Sofia? Rimane con un pugno di mosche: pilota disertore, niente più Jupiter italiani da spiare, seppure la minaccia di lancio MRBM non svanisca perché 3 missili restano a fissarla da lontano, cioé dalle coste della Turchia, paese nel quale forse un aviatore, bulgaro, precipitato non avrebbe conquistato fra stampa e popolazione tante curiosità e simpatia come in Italia.

http://www.barbadillo.it/64636-aeronautica-la-36-aerobrigata-gli-jupiter-e-il-singolare-caso-di-miliusc-solakov/

Pubblicato in 1963 | Contrassegnato | 1 commento

Terzomondismo

Sul finire degli anni Sessanta la natura differenziata dei conflitti e delle tensioni internazionali fu tuttavia oggetto di un processo di semplificazione ideologica in favore di una rappresentazione tendenzialmente dicotomica dei rapporti di dominio esistenti su scala mondiale. Andò infatti affermandosi una chiave di lettura del mondo basata su una rigida contrapposizione tra dominatori e dominati, tra vittime e carnefici, su cui in parte si riflettevano ancora i sentimenti che avevano accompagnato l’immenso sforzo bellico contro il nazifascismo in Europa e in parte si risvegliavano memorie ancora recenti di eventi vissuti anche in prima persona. Il ruolo di dominatore e al contempo carnefice all’origine di tutte le principali tensioni internazionali finì così per essere ascritto in primo luogo all’imperialismo statunitense e ai suoi sostenitori, mentre nel ruolo di dominati e vittime furono collocate tutte le popolazioni e i paesi che via via erano stati interessati dai giochi geopolitici della politica estera statunitense: il Vietnam in primis, ma anche Cuba, l’Argentina, il Cile e il Brasile, fino a Nicaragua e Honduras alcuni anni più tardi, per non parlare dell’influenza statunitense nell’area mediorientale, così come emergeva dai giudizi sul conflitto israelo-palestinese [Marzano 2016].

Artefici e divulgatori di tale lettura semplificatrice delle forze in atto su scala globale furono in primo luogo correnti intellettuali e movimenti collettivi costituitisi in Occidente dall’inizio degli anni Sessanta in solidarietà con le lotte di liberazione anticoloniale e gli indirizzi di politica internazionale ed economica provenienti dagli Stati di più recente formazione. Ci si riferisce in particolare ai propugnatori del terzomondismo, ossia di quell’orientamento di pensiero che nel “Terzo mondo” emergente vedeva la possibilità, o semplicemente la speranza, di imprimere un corso inedito alla storia, una via d’uscita dall’asfittica contrapposizione tra due le due ideologie dominanti, verso un nuovo progetto di organizzazione della vita associata e delle relazioni tra popoli e Stati. Un orientamento che pertanto attribuiva alle lotte di emancipazione anticoloniale aspettative imponenti, finanche catartiche, di rinnovamento umano e sociale [3].

Marica Tolomelli

http://storicamente.org/tolomelli-dall-anticolonialismo-all-anti-imperialismo

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Tina Zuccoli

Tina Zuccoli / La maestra che sognava di andare sulla luna

N.A.S.A. Photo, Tina Zuccoli at Pad. 37, Cape Canaveral, Florida, 1964, courtesy Fondazione Fotografia Modena (Fondo Tina Zuccoli)

Siamo felici di annunciare la nostra collaborazione all’edizione 2017 del festival Fotografia Europea di Reggio Emilia, sul tema “Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro”, con una mostra che ha origine da un archivio privato donato dalla famiglia a Fondazione cassa di Risparmio di Modena e conservato presso Fondazione Fotografia: quello della maestra elementare Tina Zuccoli.
Nata a Imola nel 1928, la Zuccoli ha sempre affiancato il lavoro da maestra, per il quale era molto conosciuta nella Bassa modenese, ad una grande passione per i viaggi e la fotografia: partecipò a numerose spedizioni nel Mar Glaciale Artico e, grazie al suo interesse per i viaggi sulla luna, fu invitata alla base spaziale di Cape Canaveral, dove si preparava il lancio dell’Apollo 11, la prima missione spaziale che portò gli uomini sulla luna.
‘Tina Mazzini Zuccoli. ReVisioni di un archivio’, a cura di Silvia Vercelli e Andrea Simi, presenta una selezione di immagini e documenti provenienti dall’archivio, proponendone una rivisitazione contemporanea grazie alle fotografie di Andrea Simi e alle video-testimonianze raccolte tra persone legate all’autrice.
L’inaugurazione, ad ingresso libero, è giovedì 4 maggio, alle 18, presso la nostra sede didattica, in via Giardini 160 a Modena. Vi aspettiamo!

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Moto Morini

Per quanto riguarda la produzione di serie, negli anni sessanta conoscono grande diffusione la Sbarazzino 100 e la Corsaro 125, moto concepite per l’utilizzo stradale. Ma l’anima sportiva Moto Morini emerge nuovamente quando da quest’ultima viene derivata la Corsaro Veloce, che verrà poi declinata in numerose varianti sportive (la Competizione, la Sport, la Lusso, la Super Sport, la Country, la Regolarità, quest’ultima vincitrice della Sei Giorni Internazionale del 1966 in Svezia e dei Campionati Italiani Regolarità del 1967 e 1968). Anche il motore viene rivitalizzato incrementandone la cilindrata a 150 cm³ e conseguentemente le prestazioni, affiancato da un modello d’ingresso di cilindrata inferiore, il Corsarino 48.

Proprio il Corsarino, prodotto e venduto in diversi modelli (Z, ZZ, ZT, Scrambler e Super Scrambler) ininterrottamente dal 1963 al 1977, sarà uno dei modelli più popolari della casa bolognese. Pur essendo un ciclomotore secondo la normativa italiana, era in realtà costruito come una moto vera e propria con telaio a doppia culla e motore a 4 tempi, divenendo ben presto uno dei mezzi più ambiti dai giovani dell’epoca. Di questa moto venne anche prodotta una versione con motore maggiorato a 60 cm³ (denominata “Pirate” o “Twister”), per l’esportazione negli USA.

 

Fu grazie a questa piccola “commedia degli equivoci” che Giacomo Agostini, nel 1961, riuscì ad avere la moto dei sogni suoi e di buona parte dei suoi coetanei: una Morini 175 Settebello.

Alfonso Morini muore nel 1969, le redini della Moto Morini vengono prese dalla figlia Gabriella.

Fonte: Wikipedia s.v. Moto Morini e Giacomo Agostini

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