Quando c’erano le fanzines

AdalbertoDocente di Matematica e scienze a riposo, autore di storie del fantastico e promotore della prima ora del fandom italiano di settore, storico collaboratore della Editrice Nord. Adalberto Cersosimo rappresenta uno dei testimoni attivi del mondo della fantascienza nostrana. Noto per i tanti racconti scritti e pubblicati ma soprattutto per il volume ‘Il libro dell’Impero’, ciclo di storie di un medioevo ambientato nel futuro, ha ricevuto tanti riconoscimenti tra i quali il ‘Premio Nova SF’ e più volte il ‘Premio Italia’. Adalberto è nato a Casale Monferrato (Alessandria), biologo di formazione si è laureato all’ateneo di Pavia. Tra le sue passioni vi sono le passeggiate in montagna ed è proprietario di una piccola baita dove ama passare il tempo leggendo e scrivendo. Ama gli animali, in particolare i cani di razza Adalberto1 pastore tedesco di cui possiede un bellissimo esemplare di nome Isa.

Il tuo esordio come narratore risale al 1964, quando sulla mitica rivista ‘Galassia’ venne pubblicato un tuo racconto di cosiddetta science fantasy. Cosa ricordi?
Avevo inviato, all’inizio del 1964, il mio racconto alla redazione di Galassia che mi rispose positivamente sottolineando soltanto che si trattava di un testo di science fantasy e non propriamente di fantascienza. Per me la cosa non aveva importanza: ero soddisfatto, felice, di aver fatto centro alla prima occasione. ‘I superstiti’ venne poi pubblicato su ‘Galassia’ 46 del 1° ottobre 64, contenente il romanzo di John Christopher ‘L’inverno senza fine’.

Quale sensazione provasti?
Ero veramente emozionato, stavo entrando, anche se per la porta di servizio, nel magico mondo in cui avevo sempre sognato, prima o poi, di ritrovarmi.

In seguito fondasti, insieme ad altri scrittori e appassionati, la fanzine ‘L’Aspidistra’. Chi vi collaborava?
‘L’Aspidistra’ fu fondata dal trentino Riccardo Leveghi che coinvolse nel progetto i suoi corrispondenti epistolari come condirettori (Carrara, il sottoscritto, Fossati, Pandolfi ) con i quali chiacchierava da alcuni mesi di letteratura fantastica. L’esordio ufficiale della fanzine avvenne a Trieste nel luglio del 1965, durante il Festival del film di fantascienza. Chi volesse approfondire l’argomento può leggere su ‘Cartografia dell’inferno 50 anni di fantascienza in Italia 1952-2002’ (la prima edizione o quella ampliata) entrambe a cura di de Turris e Vegetti, il mio capitolo relativo alla nascita del primo fandom e delle sue fanzine. Mi sembra quasi impossibile che una rivistina ciclostilata sia riuscita scatenare un fenomeno che prosegue ancora oggi.

Poi ne vennero altre di fanzine…
Le migliori testate amatoriali nate al suo seguito: ‘Numeri Unici di Luigi Naviglio e Vittorio Curtoni, ‘Verso le Stelle’ del solo Naviglio (le più longeve), ‘Micromega’ di Carlo Bordoni e ‘Savegram’ di Riccardo Valla rappresentano un contributo decisivo a un fenomeno socioculturale che ha supportato l’evoluzione di una fantascienza autonomamente italiana.

Quali erano i contenuti?
I contenuti di queste riviste ciclostilate erano sia narrativi che saggistici e sempre ricchi di recensioni su ciò che l’editoria del settore andava pubblicando. Viva fu anche la partecipazione degli autori e saggisti italiani già noti in quegli anni (lo stesso Naviglio tra i primi, Sandrelli, Aldani, Pederiali, Prosperi, Fusco, de Turris, per citarne alcuni).

Nel frattempo crescevi anche tu insieme a tanti altri e nascevano nuove collaborazioni. Come proseguì il tuo impegno nella fantascienza?
Adalberto2 Mentre il primo fandom terminava, l’onda da esso generata regolarmente si diffondeva cosicché mi ritrovai, grazie a Aurelio De Grassi, dinamico collezionista e appassionato di SF e arte, a essere pubblicato su ‘Fenarete’ (rivista in carta patinata di letteratura e arte) 128/129 del gennaio/aprile 1971, dedicata, per l’occasione, alla fantascienza italiana. La cosa che più mi fece illudere di essere “arrivato” fu che il mio racconto ‘Naufragio spaziale’, apparso qualche anno prima sulla fanzine ‘Verso le Stelle’ come ‘Delirio’, compariva accanto a quelli di Buzzati e Calvino. Un fatto del genere non mi è mai più successo. Confesso che mi dispiace (il volume, con l’elenco completo dei pezzi presenti, venne pubblicizzato in appendice a Urania 559 del febbraio 1971, contenente un romanzo di C. D. Simak). L’anno dopo, sempre grazie a De Grassi, su ‘Il Subbio: arte e letteratura SF’, presentato nel 1972 alla prima ‘Eurocom’ di Trieste, c’era un altro mio contributo narrativo.

E di ‘Nova SF’ cosa ci racconti?
Il sogno di pubblicare sulla splendida ‘Nova SF’, la più prestigiosa pubblicazione di quel periodo gestita con competenza e amore paterno dal suo creatore Ugo Malaguti, si avverò sul n. 26 del marzo 74, dove ‘La battaglia di Gola del Vento’ vinse il secondo ‘Premio Nova’. Su ‘Nova SF Speciale 1, Fantascienza in Italia’, giugno1976, venne pubblicato ‘Dove sono le nevi’, che proseguiva il Ciclo dell’Impero iniziato con il racconto precedente. Non posso dimenticare poi di aver avuto la fortunata occasione di redigere il ‘Pagina Tre’ del n. 68 di ‘Nova SF’, gennaio 2005, Perseo Libri, sostituendo indegnamente Ugo Malaguti.

Parlaci della tua esperienza con i tanti amici che hanno fatto la storia della SF italiana: Vegetti, Nicolazzini, Cremaschi, Bellomi, De Turris…
Nel periodo compreso tra il 1975 e il ‘78, frequentando gli SFIR di Ferrara, ebbi l’opportunità di conoscere Viviani e Cremaschi, ma soprattutto di fare amicizia con Ernesto Vegetti, P.G. Nicolazzini e Sandro Bani. La mia vita fantascientifica ebbe un cambiamento positivo. Partecipai all’antologia ‘Universo e dintorni’, a cura di Inisero Cremaschi, Garzanti 1978. Spesso mi capitava di pubblicare su le testate gestite da Antonio Bellomi racconti, saggistica e recensioni, come pure accadde su ‘Verso le Stelle’, ora rivista, e su ‘Star’ dell’indimenticabile Naviglio. Su “L’Enciclopedia della fantascienza’ dell’editore Renato Fanucci, prima con de Turris e poi con Gianni Pilo uscirono diversi miei racconti. Tenni la rubrica delle recensioni, dal 1982 al 1986, sul periodico romano ‘Sfere’. Grazie a de Turris venni ospitato su ‘Le spade di Ausonia’, 1982, antologia costituita da tre lunghe storie di fantasia eroica. In sintesi il materiale pubblicato vide la luce su le riviste specializzate (‘Galassia’, ‘NovaSF’, ‘VLS’, ‘Star’, ‘Altair’, ‘Spazio2000’, ‘Gemini, Sfere’, ‘Futuro Europa’) su quotidiani e testi antologici delle case editrici Fanucci, Nord, Newton&Compton, Garzanti.

E poi nel 2000 arriva il tuo pezzo forte, il volume ‘Il libro dell’Impero’…
‘Il libro dell’Impero’, (Fantacollana n.169, Editrice Nord) è illustrato da Adalberto3 sei tavole di Alessandro Bani e si avvale di una nota introduttiva del saggista e agente letterario Piergiorgio Nicolazzini. Classificato come fantasy ricco di connotazioni fantascientifiche (science fantasy), il testo raccoglie un romanzo breve, sei racconti e due epiloghi collegati tra loro da un tessuto connettivo di brevi narrazioni adatte a caratterizzarne il climax. Le storie ruotano attorno alla figura quasi omerica del Bardo Majno che canta di una terra di un remoto futuro regredita allo stadio feudale, dove il ricordo di un passato tecnologico, in cui l’umanità ha raggiunto le stelle, resta solo materia di leggenda. In questa realtà operano personaggi che non sono stereotipi di eroici guerrieri ma esseri umani talvolta avviliti dal vivere quotidiano. Uomini comuni capaci di affrontare un destino e un ambiente spesso avverso con coraggiosa dignità. Se esiste un messaggio, ma io ne dubito, riguarda l’eterno e immutato perpetuarsi attraverso le epoche della sofferta componente umana che distingue gli esseri senzienti. Credevo che il ciclo si fosse esaurito, poi recentemente scrivendo il racconto per l’antologia ‘Costituzioni Future’ (Edizioni Della Vigna) mi sono reso conto che il Ciclo dell’Impero ha ancora qualcosa da dire.

La tua narrativa è stata inquadrata nel filone della science fantasy. Quali sono, in generale, i territori letterari che ami più esplorare?
Mi piace il fantastico puro, l’horror d’atmosfera, la fantascienza classica e avventurosa, ma non sottovaluto la buona social science fiction. Ultimamente mi sono esercitato in tutti questi settori ( vedi testi usciti per i tipi delle Edizioni Della Vigna del bravo Luigi Petruzzelli), soprattutto usando il metodo della “contaminatio” che permette di analizzare il problema da differenti punti di vista, senza irrigidirsi in schematismi scontati. Aggiungo che sono un patito della narrativa ‘vanciana’ fonte di inesauribili prospettive affabulatorie.

Per molti anni hai collaborato con l’Editrice Nord scrivendo presentazioni e facendo parte dello staff, compresa l’esperienza di giurato dei Concorsi.
Gianfranco Viviani era un Signor Editore e collaborare con lui è stata una esperienza stimolante e distensiva (come d’altronde con Ugo Malaguti ai tempi della Libra e della Perseo). Per sua abitudine Gianfranco dava al collaboratore di cui si fidava la massima libertà espressiva, senza mai interferire, se non in maniera estremamente corretta e limitata. Con lui ebbi anche l’occasione di gestire in toto il ciclo triennale dei Premi Nord. Una volta all’anno mi spediva i 50/60 racconti dei partecipanti e toccava a me scegliere i 5 finalisti di ogni edizione da pubblicare sul ‘Cosmo Informatore’ per essere sottoposti al giudizio dei lettori. Non è mai successo che l’editore abbia tentato di influenzare le mie scelte.

Quali altre esperienze hai maturato dopo?
Negli anni recenti ho spesso avuto l’occasione di collaborare alle iniziative della Edizioni Della Vigna. Su ‘Insolito§Fantastico’ n. 16, ‘Protofantascienza’, è comparso un mio racconto che ha per protagonista Emilio Salgari. Ho preso parte alla bella antologia di Claudio Asciuti,‘Fantaligustico’, dedicata a racconti che sono ambientati tutti in Liguria, con un testo di atmosfere lovecraftiane. Sempre grazie ad Asciuti ho fatto parte dell’equipe che ha redatto ‘Guida alla Letteratura Fantastica’ e ‘Guida alla Letteratura Esoterica’ di Odoya, coinvolgendo nel progetto anche Franco Piccinini. Ho poi avuto la soddisfazione di presentare sia il primo volume antologico di Franco, sia lo splendido ‘Pianeti proibiti’, Edizioni Della Vigna, contenente novantanove illustrazioni di Alessandro Bani, un validissimo interprete dei suggerimenti della narrativa immaginifica.

Stai sviluppando nuove idee?
Sto pensando ad altri racconti, tra i quali un’ ucronia che ha per tema la battaglia di Little Bighorn, poiché da sempre subisco le suggestioni della storia appassionante degli indiani americani.

Se avessi la possibilità di tornare indietro faresti lo stesso percorso?
Se mi capitasse di tornare indietro nel tempo ripeterei gli stessi “errori” di questa mia avventura fantascientifica, ringraziando il caso, o chi per lui, mi ha concesso di viverla in tal modo. Ho conosciuto persone indimenticabili e amici di cui sento la mancanza: primo tra tutti Ernesto Vegetti, poi Luigi Naviglio, Gianfranco Viviani, Riccardo Valla e, di certo non ultimo, Lino Aldani.

Filippo Radogna

L’articolo La science fantasy di Adalberto Cersosimo proviene da Associazione World SF Italia.

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Verso Lucca

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1968, un anno

CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione
dell’Università di Parma

 

presenta

 

1968. Un Anno

20 ottobre 2018 – 4 agosto 2019
Abbazia di Valserena, Parma

Abbazia di Valserena | Strada Viazza di Paradigna, 1 (Parma)

Sabato 20 ottobre alle ore 11.00 apre allo CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma la mostra 1968. Un Anno, un grande racconto che si concentra, attraverso un taglio rigorosamente sincronico, su un anno chiave della storia del Novecento, restituito attraverso un’indagine all’interno dell’archivio dello CSAC, il cui primo nucleo nasce proprio nel 1968 e che oggi, a cinquant’anni di distanza, vanta una raccolta di oltre 12 milioni di materiali originali nell’ambito della comunicazione visiva e della ricerca artistica e progettuale italiana a partire dai primi decenni del XX secolo.

 

Attraverso idee, utopie, opere, progetti e oggetti datati o correlati all’anno 1968, individuati all’interno dei diversi fondi conservati allo CSAC, questa mostra vuole far emergere le trasformazioni nel sistema della comunicazione, i mutamenti socio-antropologici (i nuovi miti e i nuovi riti), e una nuova riflessione sul corpo e sull’ambiente, che esplosero in quell’anno. Ambiti e linguaggi differenti sono così affiancati per affrontare le contaminazioni e la coesistenza di differenti culture.

 

Con la mostra 1968. Un Anno – a cinquant’anni esatti dall’esposizione dedicata a Concetto Pozzati, organizzata dall’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Parma, che darà inizio al primo nucleo di opere della futura Sezione Arte dello CSAC – non si vuole suggerire uno sguardo univoco ma una serie di contraddizioni, confronti e nuove prospettive. Si intende proporre una riflessione sul tempo e sul concetto di sincronia che un grande archivio costituito da tracce di processi di ideazione, progettazione e realizzazione, è in grado di mettere in discussione.

 

L’ossatura della mostra all’interno del suggestivo spazio della Chiesa abbaziale di Valserena è costituita da una lunga timeline, composta da oggetti, immagini e cronache, affiancata da una sequenza di approfondimenti dedicati alla trasformazione del sistema delle immagini e delle differenti scale del progetto degli spazi e del territorio.

 

Emilio Vedova, Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Mario Ceroli, Concetto Pozzati, Claudio Verna, Aldo Borgonzoni, Fabrizio Plessi, Rafael Canogar e William Xerra sono alcuni dei protagonisti di quella ricerca artistica che nel 1968 costituisce un punto di riferimento fondamentale per altri progetti legati all’immagine: come i reportage e le sperimentazioni fotografiche di Uliano Lucas, Nino Migliori, Mario Cresci, Carla Cerati, Ugo Mulas, a confronto con la cronaca registrata dalla agenzia Publifoto Roma; oppure le differenti strade del progetto grafico, pubblicitario e editoriale, che vede proprio nel 1968 la nascita del nuovo font Forma per la fonderia Nebiolo da parte di Aldo Novarese affiancato da un team composto da Franco Grignani, Giancarlo Iliprandi, Bruno Munari, Ilio Negri, Till Neuburg, Luigi Oriani e Pino Tovaglia; o ancora l’esplosione della cultura beat e underground, con il progetto di Ettore Sottsass per la rivista “Pianeta Fresco”. Il linguaggio della satira sarà invece rappresentato da autori quali Renato Calligaro e Roberto Perini.

 

I molteplici canali della comunicazione televisiva sono raccontati attraverso i progetti di Armando Testa per Carosello, ma anche dai padiglioni RAI di Achille e Pier Giacomo Castiglioni e di Archizoom, oppure con la trasformazione degli apparecchi radio e TV prodotti da Brionvega.

 

La riflessione sul corpo è rappresentata a differenti scale: dal gioiello all’abito, dall’ideazione di nuovi luoghi della cultura giovanile alla ridefinizione della scena e alla riappropriazione dello spazio pubblico. Il confronto di molteplici sistemi di segni e iconografie avviene attraverso manifesti, progetti di abiti e gesti, reportage fotografici: dall’immaginario cinematografico e per la scena teatrale con i costumi provenienti dall’archivio della sartoria di Piero Farani (per il film BarbarellaIl cavaliere inesistente, per il teatro con Il Barone di Birbanza) alle sfilate happening ideate per Mare Moda Capri (Walter Albini) all’affermazione dell’uomo moda (Carlo Palazzi) e della maglieria (Albertina, Krizia).

 

La scala si amplia rispetto al progetto architettonico e territoriale: lo spazio dell’abitare è ridefinito da nuovi oggetti esito di sperimentazioni materiche (la poltroncina Jumbo di Alberto Rosselli) e da riflessioni metodologiche sul progetto di design come quelle di Enzo Mari. La città con le sue periferie cresce attraverso importanti interventi come il Gallaratese di Aymonino, o il quartiere Paolo VI di Taranto della Nizzoli Associati, mentre Gio Ponti riflette sulla forma del grattacielo. Le nuove infrastrutture che stanno trasformando l’Italia come i tratti autostradali con i suoi autogrill (come quello di Renzo Zavanella), o la modificazione delle coste con la creazione di insediamenti turistici (come la Costa Smeralda di Luigi Vietti e i villaggi Touring di Roberto Menghi), o con cui si vuole intervenire sul paesaggio come avviene con il concorso per il ponte sullo Stretto di Messina (qui rappresentato dalle proposte di Giuseppe Samonà e Pierluigi Nervi).

 

Anche la Sala delle Colonne dell’Abbazia di Valserena sarà parte del percorso espositivo, quale luogo di incontro tra archivi del territorio, con l’intento di suggerire confronti e connessioni. Qui si proporranno, a fianco di materiali degli archivi CSAC, alcuni approfondimenti su temi cruciali per questo anno. Grazie alla collaborazione con l’Archivio della Fondazione Teatro Due si documenteranno l’edizione del 1968 del Festival Internazionale del Teatro Universitario (Fondo FITU) e gli spettacoli realizzati dal Centro Teatrale Universitario (Fondo CUT). I rapporti solidali tra la città di Reggio Emilia e alcuni paesi dell’Africa australe, sviluppati proprio in quegli anni, saranno raccontati invece attraverso i materiali provenienti dall’Archivio Reggio Africa, prodotto dal Comune di Reggio Emilia e custodito e valorizzato da Istoreco (Istituto storico per la resistenza e la società contemporanea in Provincia di Reggio Emilia).

Ingresso

Biglietto: 10 euro

Per tutte le riduzioni e informazioni aggiornate: www.csacparma.it/visita

Visita guidata in italiano per gruppi: 14 euro (da 5 a 10 persone); 12 euro (da 11 in avanti).

Orari

Mercoledì, giovedì e venerdì: dalle ore 15 alle ore 19

Sabato e domenica: dalle ore 10 alle ore 19

Lunedì chiuso
Martedì chiuso con possibilità di prenotazione per gruppi su appuntamento

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Il marchio Lancia

La storia della Casa torinese Lancia è abbastanza nota. Fondata a Torino nel 1906 da Vincenzo Lancia, già collaudatore e pilota della Fiat, vide il suo geniale fondatore morire prematurmente, quasi in contemporanea al lancio della famosa ed innovativa Aprilia, nel 1937.

Nel Secondo Dopoguerra, fu il turno del figlio Gianni (e delle sue due sorelle), che credette soprattutto nelle corse, svenando la Casa in una costosa attività sportiva che alla fine la consegnò, ormai economicamente dissestata, nelle mani della famiglia Pesenti nel 1956. Nel frattempo, però, Lancia aveva ribadito il proprio pedigree tecnologico ed innovativo con modelli come la Aurelia, la prima auto di lusso ad introdurre il motore a sei cilindri a V di serie, e la trazione posteriore con lo schema “transaxle”, e la Appia, raffinata berlina di categoria media, con motore 1100 cc. a 4 cilindri a V stretto. Con la gestione successiva l’Appia trovò un’erede nella fortunata Fulvia, che ne ereditava il motore, ma che introduceva per la prima volta in Italia la formula della trazione anteriore, e la Flavia, del 1961, anch’essa a trazione anteriore e dotata di un ottimo motore boxer a quattro cilindri di 1500 cc.: la Flavia fu anche la prima auto italiana a disporre dell’iniezione; il suo pregiato motore si sarebbe evoluto verso i 1800 ed i 2000 cc. negli anni successivi. Quando la Fiat nel 1969 acquistò la Lancia da Carlo Pesenti, per il prezzo simbolico di una lira per azione, accollandosi l’indebitamento di 40 miliardi, la situazione per la Casa di Chivasso era disastrosa. Non vi era un solo progetto nel cassetto, mentre le Fulvia, le Flavia e le Flaminia apparivano invecchiate. Fu così concepita, frettolosamente, la Beta, che debuttò nel 1972, sostituendo la Fulvia e che per la prima volta nella storia della Lancia introdusse la meccanica FIAT, in nome di sinergie applicate in gran quantità. Nel 1979 fu la volta della più piccola e leggera Delta. Quest’ultima avrebbe fatto furore nei Rally degli Anni ‘80, e dominato il mercato insieme alla più grande e signorile Thema fino ai primi Anni ‘90. La Lancia Delta HF 4WD, presentata a maggio 1986, pochi mesi dopo vinceva il Rally di Montecarlo.    

(Da: http://www.opinione-pubblica.com/lancia-perche-110-anni-festeggiati-sordina).

Agli inizi degli anni 1960, un giovane pilota, Cesare Fiorio, figlio di un addetto stampa della Lancia, creò l’HF Squadra Corse, un reparto agonistico per affezionati clienti “lancisti”. La prima vittoria a carattere internazionale per la Squadra HF arrivò al Tour de Corse del 1967 con il giovane Sandro Munari, alla guida della Fulvia Coupé HF.

Negli anni seguenti arrivarono altre vittorie che culminarono con l’affermazione dello svedese Harry Kallstrom nel campionato europeo rally del 1969, che costituì il primo titolo internazionale ottenuto dalla Lancia, quando ancora non esisteva un mondiale per la specialità. In quell’anno, tra gli altri successi, la Fulvia HF vinse il prestigioso RAC Rally in Gran Bretagna, risultato poi bissato la stagione successiva, sempre con Kallstrom e la Fulvia.

La Fulvia Coupé HF, auto che nel 1969 diede a Lancia il suo primo titolo internazionale nei rally.

Lancia debuttò nel mondiale rally nato nel 1970 (e allora ufficialmente denominato “Internazionale Marche”) proprio con la Fulvia 1.6 Coupé HF. In quella prima stagione la casa torinese chiuse al terzo posto, e sempre con la Fulvia arrivò quarta l’anno successivo. Nel 1972, quando già era considerata un’auto sul viale del tramonto,

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Italia marcia

Il ponte, con la strada sopraelevata che corre a mare nella zona centrale della città, è l’ultima grande opera di una ex grande città. Nel 1967, Genova era un polo industriale con centinaia di fabbriche, importanti compagnie navali (l’armatore Angelo Costa fu per decenni presidente di Confindustria) la sede europea di multinazionali come Shell, Mobil, Esso, i cantieri navali, il gruppo Ansaldo, il porto più importante del Mediterraneo. Dopo la strada “camionale” del 1935 verso l’appennino, per realizzare la quale con sbocco sul porto fu spianata la montagna di San Benigno che divideva Genova dal suo ponente, il ponte rappresentava l’infrastruttura base per collegare finalmente la Liguria e l’Italia con la Francia. Mezzo secolo dopo, non abbiamo quasi più industrie, Genova ha perso un quarto dei suoi abitanti, è unita al Norditalia, pardon divisa dall’area più produttiva del paese dalla stessa strada degli anni 30, mentre la ferrovia per la Francia ha ancora un lungo tratto a binario unico. Identica sorte per i collegamenti tra i porti di Savona e La Spezia e l’entroterra.

Da oggi, dobbiamo sopportare anche la tragedia del crollo della più importante infrastruttura in esercizio, piangere decine di morti e accettare la spiegazione che trattasi di tragica fatalità, pioggia, fulmini e saette. Non ci crediamo perché abbiamo visto all’opera la classe dirigente che ha trasformato in una quarantina d’anni una metropoli in un cimitero. Clientelismo sfacciato, una politica da curatori fallimentari o da necrofori, la grande bruttezza che ha sfigurato il mare e la collina, interi quartieri indegni di una nazione civile, il Diamante, le Lavatrici, il Cep, lo stesso Biscione, parte di Begato, palazzi costruiti esattamente sull’alveo di torrenti pericolosi, con le ricorrenti tragedie di cui siamo stati testimoni.

I genovesi, o quel che ne resta, hanno affidato per decenni città, provincia e regione a una classe politica di livello infimo, che ha trascinato in basso il ceto economico e finanziario. E’ crollata l’industria pubblica, la vecchia Cassa di Risparmio, ora Carige, tanto importante da detenere il 4 per cento di Bankitalia, è nella bufera da anni per affari vergognosi, deficit mostruosi e dirigenti condannati in sede penale. La vecchia Italsider, ora Ilva, in gran parte è stata smantellata e quel che resta è sotto minaccia di chiusura. Al suo posto abbiamo una strada a scorrimento (relativamente) veloce, un piccolo sollievo ora che non c’è più il ponte. Il cosiddetto Terzo Valico, ovvero la linea veloce per Milano, in ritardo di almeno 30 anni, va avanti piano, tra polemiche e denari che vanno e vengono. La multinazionale Ericsson ha suonato la ritirata, distruggendo le speranze di un’ “industria pensante” che a Nizza, 190 chilometri da qui, è realtà da decenni ( Sophie Antipolis).

Roberto Pecchioli

Leggi tutto su https://www.maurizioblondet.it/ponte-morandi/

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Come non lavoreremo domani

NegliStatiUniti il dibattito su come affrontare la disoccupazione tecnologica cronica che sarà generata dalla robotizzazione ne l prossimo futuro iniziò nel 1964, con la formazione del Triple Revolution Committee, un tavolo di studio composto da eminenti scienziati ed economisti con l’obiettivo di fornire soluzioni efficaci ai problemi che sarebbero sorti con l’imminente rivoluzione nella cibernetica. Il comitato concluse che l’unico modo di attenuare gli effetti della transizione da un sistema lavorativo umano-centrico a uno robo-centrico sarebbe stata una politica dirigista dell’economia basata su massicci interventi regolatori e investimenti  federali in opere pubbliche, affiancata da una vasta redistribuzione dei redditi e da un reddito universale.

Da questo lavoro fu tratto un libro (https://www.amazon.it/Come-non-lavoreremo-domani-AA-VV/dp/B00KBP0KZE) nel 1969 in cui 16 sociologi anticipano il mondo di oggi; all’epoca lo comprai , adesso risulta esaurito.

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Il mercato dell’auto

Nel 1964 le immatricolazioni scendono a 830.175. Il potere d’acquisto degli italiani è leggermente calato: il Governo ha bloccato gli aumenti degli stipendi per paura dell’inflazione, e il Paese è entrato in una fase di stallo: i consumatori si sono abituati a spendere di più, e a imbottire il bilancio mensile di cambiali da pagare. Servirà il riavvio della “scala mobile” (l’adeguamento automatico degli stipendi all’inflazione, già introdotto nel 1945) perché le famiglie italiane possano riprendere fiato. Nel 1965 il mercato dell’auto riparte, raggiungendo 886.297 immatricolazioni, per superare finalmente il milione nel 1966, con due anni di ritardo sulla prevista tabella di marcia. Nel 1969 si arriva a 1,2 milioni di nuove targhe.
LA 850 VALE SEI MENSILITÀ
L’aumento vertiginoso delle vendite di automobili in Italia è dovuto soprattutto al potere d’acquisto accresciuto in maniera consistente: nel 1960 un operaio guadagna in media 47.000 lire al mese, nel 1969 ne racimola 120.000, quasi tre volte tanto. Nel 1960 una Fiat 600 D, fresca di lancio, costa 640.000 lire, quindi occorrono 13,6 stipendi per acquistarla; nel 1969 una 850 Special (47 CV DIN, oltre 135 km/h di velocità massima) ha un prezzo di listino di 775.000: con il suo stipendio di 120,000 lire, a. un capofamiglia dì modeste condizioni sociali occorrono solo 6,5 mensilità per entrarne in possesso.
La Fiat è regina assoluta del mercato, come negli anni Cinquanta: se le auto italiane nel 1960 costituiscono il 95% delle vendite (con Fiat attorno all’85% del mercato), alla fine del decennio la quota delle auto di produzione nazionale è scesa alt’80%, con il colosso torinese al 63%. L’autunno caldo, gli scioperi e i boicottaggi hanno ridotto la capacità produttiva delle fabbriche di Gianni Agnelli (300 milioni di ore di sciopero nel 1969, nel 1968 erano state 74 milioni), allungando in alcuni casi i tempi di consegna a dismisura, e i costruttori stranieri, ne hanno approfittato. Soltanto un biennio prima, ante Sessantotto, il market share delle italiane  era ancora dell’88%, con la Fiat che conquistava il 74% del mercato.

A inizio decennio il modello più venduto è la Fiat 600, che do-| pò le ferie estive diventa 600 D (con cilindrata maggiorata a 767 cm3). Nel 1969 è la 500 (F e L) la leader di mercato, con la 850 i berlina al secondo posto e la 128 (lanciata a marzo) in avvicinamento.
LA LANCIA PRECIPITA
L’Alfa Romeo è la seconda marca in classifica (6,1% di quota) nel 1969, con la Giulia di gran lunga il modello preferito. Il lancio,
avvenuto nel 1968, della 1750 berlina ha un po’ raffreddato le vendite della Super, in compenso la 1300 TI spopola (in attesa
dell’arrivo della 1300 Super, nel 1970). L’Innocenti ha conquistato il terzo posto nella graduatoria delle marche preferite, grazie alla Mini Minor, che è l’auto preferita dalle “signore bene” e dai “ragazzi male” (i neo-fascisti che occupano piazza San Babila in centro a Milano e piazza Euclide a Roma ai Parioli), La quota della Casa di Lambrate è del 4,5%, insidiata da vicino dall’Autobianchi (4,2%) che proprio nel 1969 ha lanciato sia la A112 sia, la A111. Lancia, tra mille traversie, è precipitata a un magro 2,6% di, share, e deve accontentarsi di un desolante ottavo posto in classifica, sorpassata da NSU, Opel e Simca. Provvederà la Fiat, che nel 1969 la acquista per una cifra simbolica, a organizzare il rilancio, dapprima puntando sul refresh della gamma esistente, e poi con i tanto vituperati modelli degli anni Settanta (che comunque venderanno bene). Intanto la Casa di Chivasso si consola con i primi successi importanti della Fulvia HF.
Se all’inizio del decennio la benzina più venduta è la “normale”, che costa 110 lire (il prezzo più basso da sei anni), nel 1969 i consumi sono passati decisamente verso la “super”, che è arrivata a 160 lire. Non che la “normale” sia tanto più economica: la differenza è di 5 lire appena. La benzina preferita dagli automobilisti è l’Agip Supercorte-maggiore, come dice la reclame di Carosello, “La potente benzina italiana”. Il cane a sei zampe ha una rete dì distribuzione senza eguali in, Italia: dei circa 10.000 punti di rifornimento, la metà sono della, società controllata dall’Eni.

RUOTECLASSICHE n.93 marzo 2018 pp.36-37

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Cliodinamica

Cosa ha a che fare con noi il ’68, esploso un po’ dappertutto nel mondo tra la primavera e l’estate di cinquanta anni fa? Forse non moltissimo. Le recenti ultime elezioni italiane infatti, il successivo governo nato tra enormi resistenze, e i suoi primi passi nel mondo stanno di certo producendo un notevole movimento, anche internazionale. Diverso però da quella misteriosamente sincronica stagione che nel ’68 a Berkeley, Parigi, Praga, Milano, Roma, Varsavia in poche settimane sembrò coinvolgere tutto il mondo, ma sul piano politico non produsse nulla, almeno in Occidente. Oggi, tra l’altro, piazze e strade sono state sostituite dai percorsi ben più indecifrabili della Rete; un cambiamento non dappoco, se non altro perché allontana corpi e sguardi, che allora furono invece centrali. Le Università poi, in quel tempo al centro di tutto, oggi (quando funzionano) formano soprattutto dirigenti aziendali. Insomma è un altro mondo. Tuttavia non mancano le similitudini. Alcune, solidamente verificate, ce le fornisce la cliodinamica (da: Clio, dea della storia, e dinamica: scienza del movimento), una materia nata dalle elaborazioni del matematico Peter Turchin ed altri. Tanto per cominciare le date: questi scienziati dimostrano infatti come negli ultimi 2 secoli (quelli dell’industrializzazione), all’incirca ogni cinquantennio si sviluppino grandi sommovimenti sociali, esplosioni di aggressività diffusa, che tendono a cambiare la storia. Nelle società agrarie, più lente, si producevano ogni cento anni ( e duravano spesso molto di più). In effetti da tempo ormai questi movimenti e conflitti hanno conseguenze molto più importanti che le tradizionali guerre tra Stati. Le ragioni economiche li spiegano solo in minima parte; le motivazioni profonde sono ancora inconsce quando esplodono e solo col passare degli anni vengono parzialmente riconosciute da chi le ha vissute. La convinzione, infatti, con la quale decine di migliaia di giovani hanno percorso le grandi strade delle città più importanti d’Europa gridando “viva Stalin / viva Lenin / viva Mao Tse Tung,” non aveva alcuna proporzione con il loro interesse per il marxismo leninismo. Né altrove, i corrispondenti slogan libertari, tipo “L’immaginazione / al potere”, o: “Non lavorare / Mai”, garantivano l’appartenenza alla sofisticata ‘Internazionale Situazionista’. Erano tutte però sintesi provocatorie e suggestive di un profondo bisogno di cambiamento, di nuove ispirazioni e idee guida, che venivano per il momento paradossalmente espresse con quelle parole, quelle immagini. Facevano da apripista a quella generazione. Ciò è probabilmente vero anche oggi, almeno in parte. Si spiegano anche così, forse, le cinquantennali rivoluzioni rilevate dalla cliodinamica: sono generazioni che si fanno strada in società poco propense a lasciarli passare. Nelle comunicazioni simboliche di allora, solo in parte consce e ragionate (come oggi molti tweet di Donald Trump), niente di ciò che veniva detto andava preso alla lettera: erano dei frammenti, indicatori di stati d’animo, speranze, rancori. C’era un grande aggressività verso i padri, certamente. Non perché li volessero morti, come si è molto ripetuto. Li volevano di sicuro più presenti, più vicini, più autentici. Mentre nella gran parte dei casi il padre, fin da allora assorbito dal suo lavoro-potere-successo, era già quel “padre assente” perfettamente descritto dallo psichiatra Alexander Mitscherlich, che aveva coniato un po’ di anni prima per la società occidentale il termine di: “Fatherless society”, società senza padri. Più che uccidere un padre che già non stava benissimo per conto suo, il ’68 provò a tirarlo fuori dalla gabbia edonistico-attivistico-modaiola in cui stava già cacciandosi, e convincerlo a ritrovare insieme coi figli spinte ideali che non fossero solo l’accumulazione di cose e denari. Che in quel momento interessavano poco masse di giovani posseduti più dall’archetipo del combattente dio Ares, dispensatore del “dolce coraggio della giovinezza” come canta l’Inno omerico a lui dedicato, che dall’interesse economico. Non c’era del resto crisi economica: il problema non erano tanto i soldi, ma cosa farne. Naturalmente ci andarono invece di mezzo, spesso, i professori, anch’essi rappresentanti paterni; a cominciare da quelli più interessati a ciò che stava succedendo. Come a Parigi dove il sociologo Edgar Morin un giorno si lamentò: “L’altro giorno mi avete messo nella pattumiera della storia!” “Come hai fatto ad uscirne?” Lo apostrofò uno studente. E fu subito il caos (come racconta ora Griel Marcus in Lipstick traces, Il Saggiatore). I professori furono i bersagli naturali di un movimento che si ribellava all’ingresso all’Università come rito di iniziazione alla società borghese. Lo rifiutava intanto perché era un rito camuffato: era sì l’iniziazione alla condizione borghese, ma non lo si diceva. È vero che era sempre accaduto così, anche perché all’Università, prima, andavano i borghesi, più qualche genio emerso dal popolo a colpi di borse di studio e volontà ferrea (come il prof. Guido Rossi, maestro del diritto societario). Ma, appunto, ora non era più così. I padri di moltissimi dei giovani che arrivarono all’università nel ’68 non erano affatto borghesi ma operai, tecnici delle nuove professioni in sviluppo nella società, commercianti. Questa fu la novità del ’68: arrivò all’Università forse la prima generazione formatasi con le nuove politiche per la scuola, che in Occidente avevano penalizzato le altre formazioni professionali, artigianali, tecniche, a favore dell’Università, ora di massa. “Tutti laureati” già da anni era diventato l’obiettivo dichiarato della scuola, che la borghesia, non solo in Italia, aveva affidato alle alleanze politiche dei diversi “centro-sinistra”, e ai floridi sindacati scolastici. Tra quelle masse di studenti però, moltissimi non avevano in fondo nessun interesse per le professioni e forme di vita aperte da quei corsi universitari. Non bastano un paio di riforme della scuola incerte e rabberciate, per fare una borghesia, e convincere riottosi giovani di altra provenienza a farne parte. Anche questo fenomeno è confermato dai calcoli matematici forniti della cliodinamica, che mostrano che quando c’è un eccesso di formazione di “personale d’élite” (come sempre furono gli universitari) ciò crea disoccupazione tra i giovani e sommovimenti sociali. Cinquant’anni prima del 68, nel 1918, erano tornati dalla guerra i giovani diplomati richiamati quando avevano 18 anni: erano spesso portatori di molta rabbia e di nuove spinte ideali, non accolte dalle strutture economiche e politiche tradizionali. Molti di quei giovani, potenziali dirigenti in quel momento disoccupati, parteciparono poi al movimento fascista. Oggi, cinquant’anni dopo il ’68, i giovani, diplomati e no, escono da una crisi che per anni non ha fornito loro posti di lavoro proporzionati alle aspettative suscitate dal clima dopato del consumismo in cui sono cresciuti. Una crisi che per loro, disoccupati da anni, è stata nella giovinezza l’equivalente di una guerra, forse ancora più frustrante. L’altro aspetto dei movimenti sociali cinquantennali segnalato dalla cliodinamica e presente anche oggi è la contemporanea caduta della natalità. Dal 1967 il numero delle nascite cominciò infatti a scendere in quasi tutta Europa, e negli anni 70 si entrò in quella crescita zero che si accompagna alle grandi inquietudini sociali o alle fini delle civiltà. In Italia le 458 mila nascite del 2017 hanno segnato il record negativo dall’Unità in poi. Cosa succederà nel prossimo cinquantennio? Non lo sappiamo. È probabile però che si dovrà trarre le conclusioni di ciò che non ha funzionato nei due cinquantenni precedenti. Che la società dei consumi si sarebbe imballata lo si era già capito cinquant’anni fa. È accaduto. Gli economisti spiegano da tempo che non è la domanda di consumi che deve ripartire, ma l’offerta che deve trovare nuove strade. Cambieranno molte cose; ma lasciamo che le si trovi.

Claudio Risé in Fonte: La Verita

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Bianchina

L’Autobianchi Bianchina venne concepita per essere la versione lussuosa della famosissima 500, infatti, era munita dello stesso telaio con la medesima meccanica.
Fu presentata al pubblico il 16 settembre 1957 al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. Inizialmente fu proposta nell’unica carrozzeria a 3 volumi, definita “Trasformabile“, dotata di pinne posteriori, abbondanti cromature e tetto apribile in tela, ma presto gli ingegneri di Fiat capirono che la Bianchina meritava una carriera più briosa.

Fonte: https://upload.wikimedia.org
Fonte: https://upload.wikimedia.org

Nei primi mesi di vendita, le consegne furono di molto superiori a quelle della più economica, ma anche più spartana 500, nonostante il consistente divario del prezzo di listino pari a 565.000 lire, ovvero oltre il 15% di aumento rispetto al prezzo della 500.
Furono probabilmente decisivi la milanesità del veicolo verso gli acquirenti meneghini, l’aura di auto lussuosa discendente dal marchio Bianchi, le migliori finiture e, soprattutto la lunga rateizzazione in 30 mensilità.
Visto il buon successo, l’Autobianchi decise d’ampliarne la gamma e migliorarne le caratteristiche.
Nel 1959 la potenza del motore crebbe a 17 CV, mentre nel 1960 vennero lanciate le versioni Cabriolet e Panoramica.
La prima era una vera e propria vettura scoperta con capote in tela e motore maggiorato portato a 21 CV, mentre la seconda con motore a sogliola di 499 cm³ con 22 CV e passo allungato, derivava dalla 500 Giardiniera della Fiat.
Dallo stesso anno la Trasformabile, che adottava il motore di cilindrata incrementata a 499 cm³ e 18 CV venne resa disponibile anche in versione Special con verniciatura bicolore e motore potenziato a 21 CV.

Fonte: https://www.elvezio.com/
Fonte: https://www.elvezio.com/

Nel 1962 la Trasformabile venne sostituita dalla Berlina 4 posti, vale a dire una versione berlina con tetto chiuso e 4 posti. Il motore ed il telaio a passo corto erano i medesimi della Trasformabile.
A differenza delle altre versioni in listino disponibili in allestimento unico, la Berlina poteva essere scelta in versione base con motore da 18 CV oppure Special. Quest’ultima, meglio rifinita ed equipaggiata, era riconoscibile per la verniciatura bicolore (col tetto in tinta contrastante), le cornici cromate dei finestrini delle portiere ed il motore da 21 CV. Lo stesso tutte le versioni adottarono un pianale scavato in corrispondenza della zona piedi dei passeggeri, per migliorare l’abitabilità.

Fonte: https://assets.hemmings.com/
Fonte: https://assets.hemmings.com/

Nel 1965, oltre ad un lievissimo restyling (fregio anteriore, plancia ridisegnata con inserto in finto legno e qualche altro dettaglio degli interni rivisto) che interessò tutte le versioni, le varianti Berlina 4 posti e Cabriolet adottarono il motore tipo F, ottimizzato in varie componenti.
Nel 1969 le Bianchina uscirono di produzione, rimpiazzate dalla “Giardiniera”.

Fonte: http://autoemotodepoca.altervista.org/
Fonte: http://autoemotodepoca.altervista.org/

CURIOSITA’:
– La Giardiniera, venduta con il nome di “Autobianchi Giardiniera 500” fu prodotta a Desio fino al 1977. Nonostante il nuovo marchio “Autobianchi”, era assolutamente identica all’originario modello Fiat. Si trattava di un puro trasferimento dell’assemblaggio del modello;

Fonte: http://motori.corrieresalentino.it
Fonte: http://motori.corrieresalentino.it

– Una Bianchina Berlina di colore bianco fu scelta come autovettura del rag. Ugo Fantozzi nell’omonima serie di film. Non è certo se la partecipazione, durata per tutto il ciclo della saga cinematografica dello sfortunato ragioniere abbia giovato all’immagine dell’utilitaria di Desio. Se da un lato l’ha fatta conoscere alle generazioni successive, dall’altro le ha fatto assumere un’immagine quasi ridicola.

Fonte: https://4.bp.blogspot.com/
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Fonte: http://www.carblogitalia.it/memorie-autobianchi-bianchina-foto-123/

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Abbie Hoffman

Abbot “Abbie” Hoffman (Worcester, 30 novembre 1936Solebury, 12 aprile 1989) è stato un attivista e politico statunitense, esponente della sinistra radicale degli Stati Uniti (New Left), cofondatore dello “Youth International Party” (Yippies) e, successivamente, un fuggitivo ricercato dalla giustizia. La sua figura è associata ai movimenti di protesta negli Stati Uniti durante gli anni sessanta e settanta ed è divenuta un simbolo della ribellione giovanile di quegli anniDi origini ebraiche, dotato di una personalità sardonica e vulcanica, di orientamento anarco-comunista, Abbie Hoffman organizzò e diresse molte manifestazioni di protesta contro l’establishment. Le sue esperienze nei primi anni cinquanta come studente della Brandeis University, nel Massachusetts, dove studiò sotto Herbert Marcuse, impressero in lui lo spirito della ribellione. Successivamente ottenne la specializzazione all’Università di Berkeley. Sotto la tutela del famoso psicologo e filantropo Abraham Maslow, Hoffman concepì la protesta politica come un processo positivo e di immediata necessità.

Nei primi anni sessanta, tornò a Worcester a lavorare come psicologo in un ospedale statale. Iniziò la sua carriera politica occupandosi di attivismo per i diritti umani nello Stato del Mississippi, come organizzatore del Comitato di Coordinamento degli Studenti Non Violenti (Student Non-Violent Co-ordinating Committee). Nel distretto di Haight-Ashbury, a San Francisco, Hoffman si associò ai Diggers (degli attori diventati attivisti sociali), distribuendo cibo gratis e organizzando alloggi.

Molte delle azioni dimostrative di cui fu protagonista ebbero risonanza tra l’opinione pubblica per la loro teatralità. Una tra le sue azioni di protesta più famose avvenne il 24 agosto 1967, quando condusse un gruppo di oppositori al capitalismo e alla guerra nel Vietnam nella galleria alla borsa di New York e gettò biglietti da un dollaro sugli scambisti, che cominciarono a raccoglierli freneticamente. Ovviamente, Hoffman puntava a mettere in risalto quello che metaforicamente gli scambisti del NYSE secondo lui stavano già facendo. Successivamente alla borsa di New York furono installate delle barriere per prevenire proteste dello stesso tipo. Attraverso il suo coinvolgimento nelle proteste contro la guerra nel Vietnam, Hoffman divenne un’icona della controcultura e il volto del dissidio radicale americano

https://it.wikipedia.org/wiki/Abbie_Hoffman

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Jane Fonda

JANE FONDA IN FIVE ACTS

di Susan Lacy

Evento speciale

(Stati Uniti / 2018 / 133’)

Ragazza della porta accanto, sex symbol, attivista, tycoon del fitness: l’attrice premio Oscar® Jane Fonda ha vissuto una vita segnata da controversie, tragedie e trasformazione, e l’ha fatto sotto lo sguardo costante del pubblico. JANE FONDA IN FIVE ACTS è uno sguardo intimo sul suo singolare percorso di vita, rappresentando la Fonda nella sua essenza: magnetica, coraggiosa eppure vulnerabile. Con interviste – tra gli altri – a Robert Redford, a Lily Tomlin, alla produttrice Paula Weinstein e agli ex-mariti Tom Hayden e Ted Turner, i primi quattro atti della vita di Jane Fonda sono scanditi dai nomi dei quattro uomini che hanno condiviso e influenzato le sue ambizioni personali e professionali. Il quinto atto invece è intitolato alla stessa Fonda, chiamata a confrontarsi con i suoi demoni, riunirsi alla sua famiglia e rimettere in piedi una carriera di successo sia come attrice che come attivista.

GALLERIA

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Marianne Faithfull

FAITHFULL

di Sandrine Bonnaire

Biografilm Art&Music

(Francia / 2017 / 62’)

Nel corso della sua vita ha visto ogni genere di cosa: il successo e la celebrità a soli 17 anni nella mitica Swinging London, la vita con Mick Jagger, fianco a fianco per tutta la durata della tumultuosa epica dei Rolling Stones, gli scandali, le droghe, la dipendenza e il declino, la vita in strada e poi, finalmente, la rinascita e il meritato riconoscimento del suo talento e della sua arte. Il suo nome è leggenda: è Marianne Faithfull, attrice, cantante, cantautrice. L’attrice e regista Sandrine Bonnaire racconta una delle figure più importanti dello scenario musicale mondiale dagli anni Sessanta a oggi, le sue mille vite, gli incontri e la sua storia straordinaria. Dipingendo così il ritratto di una donna unica, leggendaria, fatale.

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La sessualità degli anziani

Anche i sessantottini diventano vecchi, qui il link ad un articolo statistico sull’argomento:

http://www.neodemos.info/articoli/non-leta-affettivita-sessualita-degli-anziani/

 

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Il tradimento dei chierici

7) Paolo Mieli e Lanfranco Pace (ex Potere Operaio), Lucia Annunziata, Renato Mannheimer e Michele Santoro (ex UCI (m-l) – Servire il popolo), Pierluigi Battista, Gianni Riotta, Giampiero Mughini e Riccardo Barenghi (ex “Manifesto”), Adriano Sofri, Enrico Deaglio, Gad Lerner, Paolo Liguori, Toni Capuozzo, Carlo Panella e Lidia Ravera (ex Lotta Continua). Alberto Asor Rosa, Mario Tronti e Massimo Cacciari (ex “Quaderni Rossi” e “Classe operaia”), Mario Capanna (ex MS), Paolo Flores D’Arcais (ex sedicente “IV Internazionale”), e Toni Negri, Oreste Scalzone, Franco Piperno e Massimiliano Fuksas (ex Potere Operaio). Paolo Gentiloni, Pier Luigi Bersani, Aldo Brandirali, Barbara Pollastrini e Nicola Latorre, tutti e tre ex UCI (m-l) Servire il popolo: come si spiega il fatto che i protagonisti di quella stagione siano oggi nei posti di comando di quell’apparato che volevano distruggere.
FUSARO: Guarda, non saprei come commentare questi personaggi. Citerò i versi di Shakespeare “più delle erbacce puzzano i gigli marciti”
ERCOLANI: Ce lo spiegò a suo tempo il sociologo Roberto Michels con la sua “teoria ferrea dell’oligarchia”, quella per cui in ogni movimento, anche il più egualitario e democratico, tende necessariamente a prodursi un’oligarchia di leader e figure carismatiche. È fisiologico. Il fatto che molti di questi occupino oggi posizioni di potere, ha a che fare con le vicende personali, che non sono mai un buon metro per giudicare i fenomeni storici. Possono solo servire a valutare la coerenza dei singoli, ma non mi risulta che la coerenza sia una delle virtù umane più diffuse…

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60465


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La crisi dei missili

Siamo stati fortunati nella crisi dei missili cubani del 1962 perché il presidente John F. Kennedy era aperto all’uso di strumenti diplomatici per risolvere la crisi, e il leader sovietico Nikita Khrushchev era abbastanza forte da rovesciare se stesso e ritirare forze strategiche che non avrebbero dovuto essere schierate innanzitutto. Alla fine, ciascuna parte ha svolto un lavoro efficace per valutare le intenzioni e le capacità del proprio avversario, che è una questione fondamentale in qualsiasi crisi di politica estera.

Trump con i suoi consiglieri (alcuni silurati)

Non c’è motivo di credere che Donald Trump sia in grado di fare tali valutazioni, e la presenza di troppi consiglieri militari e la mancanza di consulenti diplomatici complica la situazione. Il presidente Kennedy aveva il vantaggio di un ex ambasciatore americano in Unione Sovietica, Llewellyn Thompson, che forniva consigli saggi e poteva dare alla Russia il tempo e lo spazio per prendere una decisione deliberativa. Il presidente Trump deve fare affidamento su John Bolton e un Dipartimento di Stato svuotato che non è in grado di contribuire a una valutazione misurata e realistica del problema.

https://www.controinformazione.info/il-primo-grande-test-per-trump-una-crisi-per-tutti-noi/

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I capponi di Renzo

Si narra che Mussolini affermasse che governare gli italiani era impossibile, infatti mancano (probabilmente a causa delle loro vicende storiche) di quel senso dello Stato di cui altre Nazioni sono ben più dotate.

Il loro pensiero dominante è sempre:” E io cosa ci guadagno”; risulta pertanto facile per chiunque comprarseli (visto che in un sistema capitalista non è certo il denaro che manca).

Se a questo aggiungiamo la loro innata litigiosità che impedisce di contrastare un comune nemico abbiamo la spiegazione di un caso esemplare che ci ha portati al punto in cui siamo.

programma degli incontri

  • martedì 16 gennaio | Tre anni: 1967/1969
    L’azione del centrosinistra, soprattutto per via dei contrasti interni, fallisce. L’Italia è coinvolta nella più grande esplosione di protesta sociale della seconda metà del XX secolo.
  • martedì 23 gennaio | La svolta a destra
    Le forze conservatrici reagiscono alla spinta verso il cambiamento, sia attraverso governi di centrodestra, che utilizzando il terrorismo nero e minacciando colpi di stato
  • martedì 30 gennaio | Lo stato italiano perde il monopolio della violenza
    Il marasma politico favorisce la nascita e l’affermazione di formazioni terroristiche, organizzazioni criminali, sette segrete ed avventurieri politico-economici
  • martedì 6 febbraio | Un mondo in trasformazione
    Il mondo è in continua trasformazione, sia a livello politico che economico; la crisi petrolifera spinge le economie avanzate verso una nuova rivoluzione industriale
  • martedì 13 febbraio | L’unità nazionale e il rapimento di Aldo Moro
    Moro, preso atto dei successi elettorali del PCI, stipula una storica alleanza con Berlinguer. Però i governi di unità nazionale devono fare i conti con difficoltà interne e con l’esplosione dell’attività terroristica, ora egemonizzata da formazioni rosse. Un’attività che culmina con il rapimento dello steso Moro.
  • martedì 20 febbraio | Prigionia e morte
    Moro rimane prigioniero delle BR per 55 giorni, durante i quali emergono tutte le deficienze e le ambiguità del quadro politico
  • martedì 27 febbraio | Vincitori e vinti
    Moro viene ucciso. Lo stato italiano e tutti i protagonisti della vicenda ne escono sconfitti.

Gli incontri si sono svolti alla Biblioteca Jorge Luis Borges
Via dello Scalo, 21/2 – Bologna

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Ursula K. Le Guin

La fantascienza delle donneLo scorso 22 gennaio è scomparsa, all’età di ottantotto anni, Ursula K. Le Guin. Un’autrice che ha lasciato, nella storia della letteratura fantascientifica, un’impronta indelebile. Che ha dato lustro e vigore alla cosiddetta “soft sci-fi”, portando l’antropologia, la sociologia, la psicologia nel genere. Che ha abbattuto le barriere letterarie spaziando tra i confini del fantastico in senso più ampio. Che ha parlato di ambientalismo, anarchia, identità di genere, influenzando autori e autrici che sarebbero venuti dopo di lei.

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La sua storia e la sua bibliografia sono ampie per trattarle in un solo articolo: andiamo quindi a ricordare Ursula K. Le Guin attraverso cinque parole chiave che ci schiudono, pur senza pretesa di esaustività, i suoi mondi.

Hopi Corn Dance“Hopi corn dance”, Tonita Peña

  1. LINGUAGGIO

Il linguaggio è una tematica importantissima nella narrativa di Le Guin: l’autrice creò vere utopie linguistiche, attraverso le quali parlò di lingua scritta e orale, percezione del mondo e dell’identità di genere, gerarchie, poesia, musica. Al suo romanzo “Sempre la valle” (Always coming home, 1986) accompagnò non solo un glossario e un dizionario dell’immaginaria lingua Kesh, ma anche un’audiocassetta che conteneva canti e poesie del popolo di cui aveva narrato.

My_World_is_not_Flat,_2011_by_M._Bagshaw“My world is not flat”, Margarete Bagshaw

  1. CALIFORNIA

E, più nello specifico, la California degli anni ’50 e ’60: un luogo di impressionante fermento artistico, culturale, rivoluzionario, che influenzò la formazione di Le Guin e le diede ampie chiavi di lettura del mondo. Frequentò la Berkeley High School insieme a Philip K. Dick (sebbene i due non si conoscessero), trascorse le sue estati in una fattoria chiamata “Kishamish” nella Napa Valley, tra colline e vigneti, ma soprattutto nel mezzo delle stimolanti frequentazioni dei suoi genitori: scrittori, poeti, scienziati, nativi americani… un contesto culturale che avrebbe caratterizzato l’identità della sua narrativa.

Flyingheadacorn“Flying head terrified of woman cooking and eating acorn”, David Cusick

  1. FEMMINISMO

Ruoli di genere, disparità sociali, maternità, patriarcato: sono temi centrali in quello che forse è il romanzo più importante di Le Guin, “La mano sinistra delle tenebre” (The left hand of darkness, 1969). Come sarebbe una società di ermafroditi, in cui i ruoli riproduttivi siano perfettamente interscambiabili? Da questa domanda parte un incredibile lavoro di world-building e una lunga riflessione sulla parità di genere, di cui la fantascienza diventa un campo d’indagine e di sperimentazione.

Blackhawk-spiritbeing“Dream or vision of himself changed to a destroyer and riding a buffalo eagle”, Black Hawk

  1. PACIFISMO

Antimilitarista e antimperialista, Ursula K. Le Guin trattò spesso questi argomenti attraverso i suoi romanzi. La sopraffazione, il valore della non-violenza e soprattutto della comunicazione sono elementi fondamentali nelle sue opere, così come la sperimentazione e l’analisi dell’utopia anarchica di un altro suo masterpiece, “I reietti dell’altro pianeta” (The dispossessed, 1974), storia di due pianeti gemelli e opposti: il feroce e capitalista Urras, l’anarchico Anarres.

At_the_Sand_Creek_Massacre,_1874-1875“The Sand Creek massacre”, Howling Wolf

  1. AMBIENTALISMO

La controcultura anni ‘60 e l’interesse di Le Guin per la storia dei nativi americani influenzarono l’etica ambientalista che emerge dai suoi romanzi, in cui guerra e imperialismo passano anche per le devastazioni ambientali. Le Guin è stata definita “ecofemminista”, laddove rimarca una cultura di prevaricazione storicamente maschile e gerarchica; e racconta di civiltà legate alla terra, in cui la parità sociale tra i generi si accompagna a profondo rispetto e simbiosi verso la natura.

“Credere che la narrativa realistica sia per definizione superiore alla narrativa dell’immaginazione è come pensare che l’imitazione sia superiore all’invenzione.”

Ursula Kroeber Le Guin, 1929-2018

Elena Di Fazio in http://andromedasf.altervista.org/i-mondi-di-ursula-k-le-guin-cinque-parole-chiave/

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Ieri e oggi

Uno degli errori più comuni che si possono fare quando si affronta un periodo storico che non si è vissuto direttamente (o su cui non ci si è documentati a sufficienza) è applicare le teorie contemporanee a situazioni in cui quelle teorie non esistevano.

Chiarisco con un esempio: alcuni attribuiscono ai nostri tempi le caratteristiche dell’  l’avidità infantile,  quella che:

  • Non sopporta l’autocontrollo, ossia l’educazione alla sobrietà, perché protesa al possesso di beni quasi sempre con finalità ludiche. Il bene stesso è percepito come un giocattolo […]
  • Non sopporta la gratificazione ritardata ossia il risparmio, perché pretende il soddisfacimento di voglie immediate e non bisogni reali.
  • Non sopporta la razionalità e l’ordine perché le voglie devono essere soddisfatte nel momento stesso in cui sorgono e non possono essere posposte ad altre priorità, quasi sempre più opportune per il benessere del soggetto”. E nemmeno parliamo del benessere della società in quanto tale, i cui diritti sovra-individuali sono spregiati (occasionalmente come “fascismo”, o “collettivismo” e “statalismo”).

 

Le agenzie (anti)educative di diffusione dell’ethos infantilistico  fanno credere  che il successo si ottenga “senza fatica”  e “senza sacrificio, rinunce e disciplina”. Alimentano “il mito giovanilistico della spensieratezza e della irresponsabilità perenne”. Impongono  “la privatizzazione dei valori” – come si sono privatizzati gli enti di servizio pubblico, istituzioni volte agli interessi collettivi per una nazione che si propone di durare oltre la generazione attuale.  Nelle  vite personali degli “sprovveduti”, si è instaurato l’atteggiamento per cui “il bene privato prevale sul ben pubblico, l’istantaneo prevale sul duraturo, la gratificazione immediata sulla differita, il gioco sul lavoro”.

Questa è – spero si capisca – una compiuta ed efficace pedagogia per la ”formazione” di  tossicodipendenti da discoteca e frequentatori di prostitute e prostituti della tratta, generazioni di infinite Pamele. So già, per esperienza, come reagiscono le Pamele quando si cerca di trattenerle, prima , dal cadere nella fossa della dipendenza – o del “grande amore”   del momento: “Nessuno mi  deve dire come vivere la mia vita. Io la vivo come voglio”.  Non si rende conto  che  vive come vuole il sistema, desiderando ciò che il sistema gli fa desiderare; che  le sue voglie “la agiscono” invece che essere lei a gestirle, priva ormai della tenuta e fortezza che non ha mai imparato ad esercitare –  perché  “resistere alle tentazioni” è stato tanto schernito e deriso da essere ridicolo solo proporlo, allo stesso modo che “evitare le cattive compagnie” .  E ormai la Chiesa cattolica offre una “religione low cost”  che asseconda, invece di contrastare, questa deriva mortale. Facendosene complice.

Relativismo dogmatico

La cosa grave è  in  queste torme infantilizzate, ignoranti e  soggette al primo impulso,  è stato insufflato   “il dogmatismo intransigente”, quel conformismo d’acciaio che le fa rifiutare, con le idee nuove, ogni  critica della condizione sociale, che invariabilmente  sentono come critica al loro modo di vita privato. Vige ormai,  pesante come una cappa di piombo sulla nostra  epoca,  ciò che Sambruna chiama felicemente “il relativismo intollerante”. Il relativismo che mentre dichiara l’equivalenza di tutti i valori e la liceità di ogni modo di vita,  in realtà non tollera – e sopprime dal  discorso pubblico –  tutti i modi e valori che non siano i propri.  Il totalitarismo  in cui viviamo, sorvegliato  dalle sue vittime, che loro chiamano “Libertà”.  Vogliono vivere nella menzogna perché la verità costerebbe loro “rinunce”  e “sacrifici”. Fine. (1)

Anche accettando per buona questa ipotesi poi si dà la colpa di tutto questo al ’68 dimenticandosi (o non sapendo) che quella generazione: “Ma personalmente, se devo ricordare cosa mi ha educato da piccolo a non essere come loro, le generazioni irresponsabili infantili, devo dire che non è stato, immediatamente, la fede cristiana. Sono state le maestre. Come mi è capitato di dire altre volte, io ho cominciato la prima elementare nel 1949: le maestre, dunque, erano ancora quelle educate nel passato regime, ed educavano ancora secondo quella pedagogia. Se dico che educavano all’amor di patria, devo subito aggiungere che nulla aveva in comune con la frenesia viscerale che coglie gli italiani quando vince la Nazionale di Calcio. Non era nemmeno ciò che una Boldrini potrebbe chiamare “nazionalismo”, perché la patria che ci insegnavano ad amare, era una patria sconfitta nella guerra e nelle vergogna, circolavano ancora numerosi i mutilati. No: ci insegnavano che la patria era povera (anzitutto di materie prime) e che la sua risorsa erano le nostre intelligenze, qualità umane, creatività, che dovevamo sviluppare per migliorare il posto della patria nel mondo. Non dovevamo “essere di peso” alla nostra famiglia, e alla patria, che nostre negligenze e incurie, si riflettevano sulla patria, la danneggiavano, la sminuivano. La sobrietà personale, il lavoro onesto, lo spirito di sacrificio era un dovere che avevamo verso i concittadini più adulti, a cominciare dai nostri genitori, che stavano faticando, che erano disoccupati, che erano tornati mutilati.

Ebbene: molte volte nella follia e ribellione adolescenziale, mi ha trattenuto dal peggio, da abitudini viziose, da “cattive compagnie”, il ritegno di “essere di peso” ai miei, diventare “un peso” per la comunità. Come spero milioni di italiani ancora, mi è stata insufflata la responsabilità verso la comunità storia e sociale in cui sono nato.(2)


  1. https://www.maurizioblondet.it/veri-extra-comunitari-nostri-figli/
  2. Attribuito a Giobbe Covatta che ha poi smentito, ma io ho fatto la prima pochi anni dopo e, se la miseria era un po’ diminuita, posso garantire che il sentimento era ancora quello.
Pubblicato in anni 60 | Contrassegnato , | 1 commento

Cinquantenario

Mario Capanna

Dal 1963 è studente dell’Università Cattolica di Milano, dopo essere stato ammesso al Collegio Augustinianum. Studia filosofia e segue i corsi del professor Emanuele Severino. Nel 1967 inizia la contestazione studentesca ed è espulso dall’Università Cattolica poco prima di laurearsi (il suo relatore avrebbe dovuto essere proprio Severino). Passa alla Statale, dove poi otterrà la laurea in filosofia, diventandone subito il leader studentesco principale. Coordinò le lotte che il Movimento Studentesco effettuò in tutta Italia, ed ebbe violenti scontri con le forze dell’ordine e soprattutto con i militanti dell’estrema destra: rischiò di essere linciato da giovani appartenenti al Movimento Sociale Italiano nel 1969. L’11 marzo 1969 Mario Capanna, insieme ad un gruppo di studenti dell’ateneo milanese, sequestrò in aula il professore Trimarchi e lo sottopose a un processo improvvisato.(1)

Questo pone immediatamente la nascita del movimento in ambito universitario, come del resto

Herbert Marcuse

Negli anni 1968 e 1969 si reca per alcuni mesi in Europa, tenendo lezioni e discussioni con studenti a Berlino, Parigi, Londra e Roma. Con l’inizio del Movimento Studentesco Marcuse diventa uno dei suoi principali interpreti, definendosi Marxista, socialista e Hegeliano. Le sue critiche al capitalismo (specialmente la sua interpretazione di Marx e Freud in Eros e civiltà pubblicato nel 1955) risuonarono con le preoccupazioni del movimento.

« Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico »

Così Herbert Marcuse inizia la sua opera forse più importante, L’uomo a una dimensione, 1964. È questo un Marcuse più pessimista rispetto ad Eros e civiltà, meno disponibile ad arrendersi ad un ordine sociale che appare totalitario, che permea di sé ogni aspetto della vita dell’individuo e, soprattutto, che ha inglobato anche forze tradizionalmente “anti-sistema” come la classe operaia. In questo modello la vita dell’individuo si riduce al bisogno atavico di produrre e consumare, senza possibilità di resistenza. Marcuse denuncia il carattere fondamentalmente repressivo dalla società industriale avanzata che appiattisce in realtà l’uomo alla dimensione di consumatore, euforico e ottuso, la cui libertà è solo la possibilità di scegliere tra molti prodotti diversi.(2)


  1. https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Capanna
  2. https://it.wikipedia.org/wiki/Herbert_Marcuse
Pubblicato in 1968 | 2 commenti

Le origini storiche del bioregionalismo

Si può partire dal cosiddetto summit svoltosi su un barcone a Sausalito, in California nel febbraio 1967, con Timothy Leary, Gary Snyder, Alan Watts e Allen Ginsberg, pubblicato poi dal San Francisco Oracle, il famoso giornale underground, tradotto in seguito da Fernanda Pivano e pubblicato nel libro L’altra America negli anni contadino, il cacciatore, l’artigiano e comincia ad abitare quel luogo, impara la cultura di quel luogo, la cultura ancestrale di quel luogo, gli insegna­ menti dei nativi di quel luogo, come facevano per vivere in quel luogo in maniera rispettosa, rispettandone gli equilibri, quelli sono i veri maestri… Devi imparare dalla sapienza delle culture native e poi applicarla nel concreto. Devi risintonizzarti con gli elementi della natura e iniziare un nuovo percorso». Questa secondo me è l’origine del bioregionalismo.

Quale è stato il tuo percorso?
Io sono nato contadino, ma non ero pronto per essere contadino. Erano gli anni 60, ero giovane, sonodel1948, sono arrivato alla terza media, che poi in effetti era terzo avviamento professionale, ma l’ho fatto a fatica. Sono nato in campagna, figlio di contadini, ma come molti altri della mia generazione c’era questa cosa dentro di me che non mi faceva stare bene, ci sentivamo a disagio in un mondo così conformista. Io a scuola proprio non ne volevo sapere, insegnavano cose che, forse sbagliavo, allora lì per lì non mi davano niente. Questo non voleva dire che non volevo imparare, solo che volevo imparare le cose che sentivo importanti. Quando sono saltati fuori il movimento beat, iBeatles, i Rolling Stones, la rivista Mondo Beat, Gianni Milano, Fernanda Pivano, in quel fermento mi sono riconosciuto. Ma vivendo in campagna non avevo la possibilità di sviluppare queste idee, quindi ho cominciato a guardarmi in giro e a fare i primi viaggi, a Milano, a documentarmi, con le pubblicazioni, e poi a un certo punto ho scelto di andare via dalla campagna. Il mio papà aveva bestie da latte quindi era un impegno continuo, non c’era la possibilità di andare, esplorare…e mi sentivo soffocare nella ricerca di qualcosa che riempisse il vuoto che avevo dentro. Sono andato via dalla campagna, vivevo lì ma andavo a lavorare in città, operaio in una fabbrica di indumenti, avevo tempo libero il fine settimana e in più le ferie. In quei momenti giravo, esploravo, conoscevo gente e ho iniziato a viaggiare, a Londra, in Canada, negli Stati Uniti. Il primo viaggio non l’ho fatto negli Stati Uniti, mi sembra ­ va troppo. Sono stato in Canada. Il contadino non fa il passo più lungo della gamba, ti puoi immaginare, ero un ragazzino di campagna, timido, che non sa quasi niente, la lingua…in Canada è stata una bellissima esperienza, in autostop nell’Ontario e nel Quebec, in ostelli che costavano pochissimo, sui bus Greyhound su a nord, volevo sentire la natura pulsante. Nella campagna in Italia già cominciavano a tirar via tutte le piante, la monocultura avanzava a passi da gigante, sentivo il bisogno di un con ­ tatto con la natura viva, e in Canada è stato come arrivare in un altro mondo. Nel viaggio successivo ho fatto costa a costa Toronto-Vancouver-San Francisco e da lì negli stati del sud per tornare poi a Toronto. A quei tempi c’erano tanti con­ tatti, incontri, concerti…tra noi giovani ci si riconosceva subi­to, il capello un po’ più lungo, la camicia un po’ a fiori, era subito amicizia, ospitalità.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=59937

 

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