Autostrade d’Italia

Il sistema autostradale italiano è stato costruito per le automobili: all’epoca, circolavano anche i camion, ma non nella misura attuale e né nelle dimensioni.

Dobbiamo riflettere che sistema autostradale, quando fu progettato – fra gli anni ’50 e quelli ’60 – non conosceva ancora l’autosnodato! Il quale entrò in scena soltanto verso la fine degli anni ’60 ma non nei termini odierni: i grandi e pesanti trasporti sulle lunghe tratte, avvenivano per ferrovia!

Attualmente, un autoarticolato pesa, a pieno carico, 44 tonnellate, ossia quanto 44 automobili, ma il problema non è che “un camion vale 44 macchine”, non è questo il problema. Il vero problema è che l’autoarticolato ha un peso per assemassimo di 9,5 tonnellate, ossia è come se passassero, in brevissimo tempo, cinque automobili da 9,5 tonnellate ciascuna, quando un’automobile pesa all’incirca una sola tonnellata e, dunque, mezza tonnellata per asse. Il “tu-tun” che avvertite sui viadotti, vale mezza tonnellata per le auto e 9,5 tonnellate per l’autosnodato.

Lo stress al quale sono sottoposte le strutture è evidente: un martellamento continuo, indifferente al tempo, alle stagioni ed al clima, che disarticola le strutture portanti. Difatti, per i carri ferroviari – che hanno un peso per asse che varia dalle 16 alle 22,5 tonnellate (non molto distante dalle 9,5 di una autoarticolato) – si prevede una strada ferrata appositamente costruita. Invece, 9,5 tonnellate “in continuo” sono considerate una “normalità”. La corruzione e i falsi report “consolatori” redatti dagli ingegneri collusi, hanno poi fatto il resto: difatti, Gavio finanzia la fondazione di Renzi mentre Benetton quella di Toti.

La scelta del cemento, infine, ha fatto il peggio: all’epoca di costruzione del sistema autostradale l’Italia non aveva una sufficiente produzione d’acciaio – difatti, si costruirono ben 4 grandi centri siderurgici e Gioia Tauro doveva diventare il quinto – e lo stesso ing. Morandi che costruì il ponte di Genova era perplesso sulla durata del manufatto, che non prevedeva oltre i cinquant’anni. Ma l’acciaio non c’era e, inoltre, era costoso: l’industria automobilistica si accaparrava la produzione nazionale e lo importava anche da altri Paesi.

Solo per citare un esempio, il ponte di Brooklyn – in acciaio e granito – è in piedi dal 1883 e sta benissimo.

Se vogliamo essere impietosi verso quelle classi politiche, dobbiamo ricordare che il primo, enorme, allucinante fallimento fu la Salerno-Reggio Calabria, del quale nessuno se ne assunse la paternità. Lasciando per un attimo stare gli evidenti episodi corruttivi che ci furono, dobbiamo riconoscere che l’uso del cemento armato fu messo a dura prova nello scenario più difficile che ci fosse nel Paese (Sila ed Aspromonte) – per l’ardire delle costruzioni e l’evidenza del territorio impervio, più la scarsa “tenuta” delle rocce e dei sedimenti in genere – portò ad un fallimento epocale, che ancora oggi non ha trovato soluzione. Lo Stato s’è arreso togliendo il pedaggio sulla tratta: non costa niente, arrangiatevi.

Oggi, è inutile che uomini politici come il Presidente della Liguria – Toti – faccia il verginello, affermando che senza autostrade il porto di Genova non può continuare a smaltire 4.000 TIR il giorno: inoltre, già che c’era, ha accettato anche i nuovi sbarchi di Vado Ligure, altri 800 TIR il giorno della Maersk da sistemare, senza più autostrade. Ma Toti conosceva la situazione, sapeva che il crollo del Ponte Morandi era stato solo il campanello d’allarme di una situazione che stava degenerando.

L’Ing. Paolo Forzano, di Savona, da mesi aveva denunciato lo stato di degrado dei piloni autostradali liguri, presentando esposti alla Procura savonese, dei quali non si conoscono gli esiti.

Non si tratta della scoperta dell’ignoto, bensì soltanto del naturale degrado del cemento armato, che ha una durata di 40-60 anni. Se ci aggiungiamo un po’ di corruzione negli appalti e nei materiali, ancora meno.

Perché è evidente che con i falsi rapporti non si può andare avanti, e nemmeno nascondere la testa nella sabbia è la miglior soluzione, parafrasando Lenin, non ci resta che porci l’annosa domanda: che fare?

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C’era una volta a Hollywood

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Quella telefonata nel cuore della notte


È notte inoltrata, si narra, quando squillò il telefono a casa di Enrico Mattei. Le due circa.
«Pronto, Mattei. Ciao, sono Giorgio La Pira».
«Dimmi, La Pira», rispose infastidito per l’orario Mattei.
«Senti, ti devo chiedere un favore. Qui, a Firenze, sta chiudendo il Pignone. Tante famiglie rischiano di finire in mezzo ad una strada. Per Firenze sarebbe una tragedia. Devi rilevarla tu, quest’azienda».
«La Pira, mi spiace, ma noi dell’ENI ci occupiamo di petrolio. Il Pignone è nel settore tessile, che ce ne faremmo noi? Sei un caro amico, ma non posso».
«Mi è apparso in sogno lo Spirito Santo e mi ha detto che l’ENI deve comprare il Pignone e salvare la fabbrica».
«Sono un petroliere e compro solo pozzi di petrolio».
«Tu sei un petroliere, ma quello è lo Spirito Santo e ne sa più di te…».
«E vi sarete capiti male!».
La telefonata si chiuse così.
La mattina dopo Mattei ordinò di fare una proposta per acquistare il Pignone. E così fu.
L’ENI lo acquistò, salvò migliaia di famiglie, l’economia di Firenze e il Nuovo Pignone diventò un’eccellenza nel settore della meccanica e dell’impiantistica a livello internazionale.
Altri politici, che difendevano i diritti del popolo.
Altri imprenditori, che sapevano investire.
Oggi abbiamo Giuseppe Conte, che agli operai dell’ILVA di Taranto dice «Non ho la soluzione in tasca».
Questo mentre gli altri leader politici neppure hanno idea di cosa fare.
Cosa è cambiato dal 1953 ad oggi?
Allora avevamo una classe politica e imprenditoriale di livello, al servizio della gente e che sapeva trovare le soluzioni per farlo.
Allora avevamo la sovranità, monetaria (ovvero una banca centrale al servizio del governo e non “indipendente” come la BCE) e fiscale (non dovevamo sottostare ai vincoli di bilancio calcolati dagli “esperti” della Commissione Europea).
Ancora oggi esistono in Italia persone oneste e capaci e che sarebbero in grado di risolvere i problemi del Paese, ma il sistema di potere attuale, fondato sulla finanza e sul controllo dei mezzi di informazione, le tiene sistematicamente in disparte, favorendo invece l’ascesa al potere di persone incapaci. Nella migliore delle ipotesi.
Gilberto Trombetta

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Fiat

Alcuni degli articoli dedicati agli anni 60 non potevano ignorare i più riusciti modelli della casa, adesso non restano che i ricordi…

la Fiat campava di una facile rendita con gli aiuti dello stato, diretti e indiretti o con le sontuose commesse per le sue aziende di contorno, mentre la bolla di potere in cui si affastellano promiscuamente politica, affari e media le consentiva un dominio praticamente assoluto sul mercato italiano.Non aveva voglia di battersi seriamente per acquisire una posizione di spicco se non di predominio in Europa. Troppa fatica e soprattutto troppo incerto il guadagno padronale di fronte a una situazione di mercato che l’avrebbe costretta a migliorare e di molto gli standard costruttivi, le tolleranze di fabbrica, la scelta dei materiali e insomma ad abbandonare la mediocrità produttiva che poteva permettersi grazie a un quasi monopolio sul mercato casalingo che in seguito ha difeso impedendo che altri marchi, oltre a quelli Lancia e Alfa Romeo, acquisiti per quattro soldi, impiantassero fabbriche e centri produttivi in Italia. E così quando le avvisaglie del globalismo hanno battuto un pugno sul tavolo strappando all’azienda torinese sempre più fette di mercato interno, il gruppo è andato in situazione di costante apnea. Abbiamo di fronte agli occhi il massimo esempio di come un’eccellente capacità ingegneristica sia stata alla fine umiliata da una pessima pratica costruttiva e gestionale per motivi di immediato profitto padronale, uno iato, un precipizio che peraltro possiamo notare in ogni campo di questo disgraziato Paese.

Pegiò per noi

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Alessandro Cutolo

Fu professore ordinario di storia medievale all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”[1] e di Bibliografia e Biblioteconomia all’Università Statale di Milano[2]. Fu il primo direttore del mensile Historia, edito da Cino del Duca, a partire dal dicembre 1957.

Divenne popolare come conduttore della trasmissione Una risposta per voi trasmessa dalla RAI dal 1954 al 1968, uno dei primi programmi di divulgazione culturale offerti dalla televisione. La sigla musicale di questa rubrica era il brano orchestrale “Stradivarius” di Carlo Alberto Rossi. Cutolo – che si proponeva come una sorta di tuttologo televisivo ante litteram – ha continuato a riproporre negli anni ottanta la stessa tipologia di trasmissione su una emittente locale campana, quando ormai era ultra ottuagenario ma sempre brillante e arguto.

da Wikimedia

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Governo balneare

Il 1963 si apre con una violenta campagna contro la riforma urbanistica, che conduce al suo affossamento. È un segnale, il primo, della crescente ostilità contro il centro-sinistra. Questa ostilità ha sparso abbondanti semi di divisione tra De e Psi. che marciano sempre più divaricati verso il traguardo elettorale, un vero e proprio test sulla nuova formula politica, cui si giunge con questi due partiti in fase di accentuato disimpegno rispetto al centro-sinistra. Le elezioni non sono un successo per il centro-sinistra. Netta la sconfitta della DC che perde circa un milione di voti, passando dal 42.4% al 38%, con 13 seggi in meno alla Camera: sensibile anche la battuta d’arresto socialista, perché il Psi pur guadagnando nel numero assoluto dei voti, scende in percentuale dal 14.2 al 13.8: stabili invece i repubblicani (1,4%) e notevole l’avanzata socialdemocratica: dal 4,5% al 6,1%. Nel complesso l’area di centro-sinistra passa dal 62.6% al 59,6%. Le destre, invece, restano piuttosto stabili ma con un significativo travaso interno: mentre il Msi ottiene un lieve incremento (dal 4,8% al 5.1%). il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica conquista solo l’1.7% dei voti e il Pli balza dal 3.5% al 7% dei voti (attirando anche 700 000 voti democristiani). L’area di destra passa nel suo insieme dal 13,1% al 13.8%. Un successo considerevole viene invece registrato dal Pci: dal 22,7% del ’58. il Pci passa al 25.3%. Al Consiglio Nazionale DC del 17 maggio. Moro ammette che la DC ha «perduto questa importante battaglia elettorale». Lo stesso giorno Nenni definisce un “dato negativo il mancato incremento socialista alle elezioni del 28 aprile. Togliatti. soddisfatto del successo, avanza la candidatura comunista alla guida del Paese. L’interpretazione più importante, per le sue implicazioni politiche immediate è quella della DC e in particolare di Moro. Fedele alla sua tesi della DC come partito dei suo elettori. Moro sostiene che dopo queste elezioni l’obiettivo principale diventa l’isolamento del Pci. sia pure attraverso il metodo della “sfida democratica”. C’è già in luce il progetto di passare alla versione moderata del centro-sinistra. Fanfani ha troppi nemici per essere candidato alla ripresa del centro-sinistra, tanto nella DC (avrebbe favorito troppo i socialisti), che nel Psdi (dove Saragat. sconfitto alle elezioni presidenziali, incarna la cosiddetta versione “democratica” del centro-sinistra, contrapposta a quella “radicale” dell asse Fanfani-La Malfa—Lombardi). Il 25 maggio viene affidato a Moro l’ incarico (mentre il presidente Segni fa discretamente trapelare la minaccia di nuove elezioni e la sua inclinazione per il “centro-sinistra pulito . come viene ribattezzato il centrismo) e il segretario della DC avvia faticosissime trattative in vista di un centro-sinistra organico, cioè con l’inclusione dei socialisti nella maggioranza.
Il 16 giugno Segni stringe i tempi e lascia un giorno solo a Moro per sciogliere la riserva. Il pomeriggio di quello stesso giorno si riuniscono le delegazioni dei partiti per concordare il programma e alle 11 di sera sembrano aver raggiunto un accordo. Ma la notte (sarà chiamata la “notte di S. Gregorio”) si riuniscono le correnti socialiste, e quella di Lombardi, che fa parte con Nenni della maggioranza interna al partito favorevole al centro-sinistra, boccia gli accordi raggiunti. In particolare, affermerà Lombardi, si rifiuta l’affossamento della riforma urbanistica divenuta il simbolo del centro-sinistra “radicale”. La notizia si diffonde rapidamente e Moro rassegna l’incarico. Segni affida l’incarico a Leone: è un momento di pausa in vista del Congresso socialista che si terrà in ottobre. Rapidamente il presidente della Camera forma il suo primo “governo balneare’, e dopo soli due giorni, il 21 giugno, presenta la lista. Presidente del Consiglio: Leone: vicepresidente: Piccioni; Interni: Rumor; Esteri: Piccioni; Giustizia: Bosco; Bilancio: Medici; Finanze: Martinelli; Tesoro: Colombo; Difesa: Andreotti; Pubblica Istruzione: Gui; Lavori Pubblici: Sullo; Agricoltura: Mattarella; Trasporti: Corbellini; Poste: Russo; Industria: Togni; Lavoro: Delle Fave; Commercio Estero: Trabucchi; Marina: Dominedo; Partecipazioni Statali: Bo; Sanità: Jervolino; Turismo: Folchi. Il governo, un monocolore De con l’astensione anche dei socialisti, durerà fino al 5 novembre.
(Agostino Giovagnoli}

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Non è mai troppo tardi

Occorre risalire un po’ indietro nel tempo, (quando in Italia il numero degli analfabeti era veramente alto, troppo allo per fingere di ignorarlo.
Ufficialmente si parlava di 5-6 per cento.
In realtà ci si aggirava attorno al 9-10 per cento (in alcune regioni si toccavano punte del 25-30 per cento).

Dal 1948 al 1959 erano state tentate mol­te strade per convincere gli analfabeti a “tornare” a scuola. Vi erano maestri (per lo più maestre di prima nomina) che si recavano nelle case o nelle fabbriche, ma il successo era veramente misero. Cli analfabeti non solo non diminuivano, ma aumentavano. C erano anche gli analfa­beti di ritorno, quelli che. pur con qual­che anno di scuola, a forza di non leggere e non scrivere inai, sapevano ormai a stento scrivere il proprio nome.
Sono gii anni in cui la televisione inizia a conquistare le masse. I cinema, il giovedì, trasmettono “in diretta”, la trasmissione di Bongiomo e i fortunati che hanno già la televisione in casa, subiscono l’invasio­ne dei parenti, degli amici, degli amici degli amici… È Nazareno Padellaro. di­rettore generale dell’educazione popolare, a pensare di sfruttare il mezzo televisivo per recuperare gli analfabeti. O perlome­no di tentare l’ultima carta. Non so come sia nata l’idea, né come Padellaro sia riu­scito a conquistare il ministro Coltella e lamministratore delegato della Rai, Rodino. So che a un certo momento nell’ottobre del 1960, la radio e la televi­sione cominciano a pubblicizzare una nuova trasmissione dal titolo: Non è mai troppo tardi. Già da giugno però la Rai e il Ministero della Pubblica Istruzione cer-
cono il “maestro ohe dovrebbe realizzare il corso per gli adulti analfabeti. Ogni giorno professori e maestri sono chiamali per una “lezione di prova”. Dapprima sono i volontari, poi quelli ritenuti più bravi. alla fine (si è ai primi di novembre e la trasmissione deve iniziare il 15 di questo stesso mese) si chiede a ogni direttore didattico di inviare due insegnanti della loro scuola per il provino.
Io vengo spinto dalla curiosità, segnalato dal mio direttore didattico. Non mi sono applicato al problema dell’educazione degli adulti e non conosco il nuovo mezzo. Il pomeriggio della convocazione vedo le prove dei colleghi che mi precedono. Posso udire i commenti degli operatori. Quando, verso la mezzanotte, sono chia-mato per il mio turno, mi preoccupo di tener desta l’attenzione dei cameramen. degli operai, dello studio. Se riesco ad attirare l’attenzione di chi è smaliziato dal mezzo, avrò (‘attenzione di quulsiusi altra persona. A dire la verità non penso molto, lì per lì. agli analfabeti e alla prova televisiva, ma solo ai commenti degli operatori dello studio stanchi e smaliziati, molto scettici verso i “maestri “. Desidero dimostrare clic i maestri non sono degli sciocchi, anche se sprovveduti davanti al nuovo mezzo. Così faccio la mia lezione inventando di sona pianta, basandomi su un principio banale: la televisione è immagine in movimento: bisogna, con poco, creare “un movimento”. E l’unica cosa per “muovere” la lezione è disegnare, far nascere una immagine.
Così nasce Non e mai troppo tardi: ogni sera, dal 15 novembre 1960 in diretta, per mezz’ora, fino al 15 maggio, per riprendere poi a ogni inizio di scuola. Sera per, sera, cercando di dare fiducia a chi si crede escluso, per otto anni. Corso per analfabeti, corso per chi vuole prendere la
licenza di quinta, corso per chi ha fatto anche la scuola media e vuole saperne un pochino «di più. Per parlare tra amici, per “aiutare la gente a pensare”, utilizzando per farsi comprendere strumenti come la scrittura e la lettura.
Nel corso degli otto anni di trasmissione più di un milione e 400 000 persone adulte prendono la licenza elementare. Non la prendono le migliaia di anziani che non hanno più bisogno del “pezzo di carta”, né le migliaia di bambini che imparano, con la televisione, a leggere e a scrivere. Solitamente io preparavo una scaletta della trasmissione, e poi discutevo con la regista. Marcella Curii: ogni mese ci riunivamo per discutere insieme il piano di lavoro generale (mezzi da usare, attori da chiamare, personaggi da invitare…), con sempre un “quasi niente” da poter spendere… e poi… in diretta. Per otto anni.
Alberto Manzi

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Ermanno Lavorini

La richiesta di riscatto

Alle 17.40 del 31 gennaio (1969), a casa di Lavorini, arriva una telefonata: “Ermanno non tornerà a casa, anzi ritorna dopo cena. Dica a suo padre di preparare quindici milioni e di non avvertire la polizia”. Il ragazzino è stato rapito e i responsabili chiedono un riscatto. Da quel momento si scatena l’isteria collettiva di una intera comunità, quella viareggina, e di quasi tutta l’opinione pubblica italiana, che si convincono che i colpevoli siano i frequentatori notturni della pineta di Ponente di Viareggio: “Omosessuali in cerca di intimità e pedofili che vogliono accompagnarsi per soldi con dei ragazzini”, come ricostruito ne ‘Il caso Lavorini’, il libro di Sandro Provvisionato uscito a fine gennaio per Chiarelettere.

Il libro, scritto dal giornalista recentemente scomparso, ricostruisce l’intera vicenda: la città che punta il dito contro i cosiddetti “capovolti”, il termine dispregiativo che racchiude in un indistinto tutt’uno gay, travestiti e pedofili; i veri colpevoli che accusano adulti innocenti; la giustizia per mesi insiste sulla pista sbagliata, quella di un omicidio dai contorni (omo)sessuali: una grave approssimazione che finisce per provocare la morte di due innocenti indagati, uno di infarto, l’altro che si suicida in carcere. E poi la stampa che banchetta su quell’atroce crimine, alimentando i sospetti verso il mondo dei gay. Nel mega-tritacarne finiscono anche il sindaco di Viareggio, Renato Berchielli, poi un altro esponente socialista, Ferruccio Martinotti, entrambi costretti alle dimissioni.
La verità per troppi anni nascosta: il movente fu politico

La pineta e i suoi frequentatori esistevano davvero, non erano un’invenzione dettata dalla paura, e tra quegli alberi capitava anche che qualcuno, pure minorenne, esercitasse la prostituzione. Ma con il rapimento e l’uccisione di Lavorini gli omosessuali non c’entravano proprio nulla. Per accertare la verità, però, ci sarebbero voluti quasi dieci anni.

Il movente, come stabilito da Corte di Appello e Cassazione, fu politico: “Ermanno Lavorini fu assassinato durante un sequestro di persona, messo in atto da ragazzi poco più grandi di lui, per ottenere un riscatto che doveva servire a finanziare un gruppetto politico di estrema destra”, si legge nel libro di Provvisionato. Le settimane immediatamente precedenti al rapimento, spiega l’autore, erano d’altronde già state segnate da situazione di alta tensione sociale in tutta Italia. La sera del 31 dicembre, ad esempio, un gruppo di manifestanti di estrema sinistra aveva inscenato – a suon di lanci di uova, frutta e verdura – una protesta di fronte alla Bussola, esclusivo locale della riviera di Viareggio noto per i suoi veglioni di Capodanno trasmessi dalla Rai. Proteste simili erano accadute all’inizio del mese alla Scala di Milano, quando il Movimento studentesco della Statale aveva preso di mira la borghesia meneghina in risposta all’uccisione, da parte della polizia, di due braccianti ad Avola, nel siracusano.

“Nel cuore della Versilia rossa – commenta Provvisionato – stavano nascendo formazioni di estrema destra pronte ad armarsi e a passare al contrattacco”. Rispondere cioè ai gruppi dell’estrema sinistra.

Pochi mesi più tardi, dalla bomba milanese alla Banca Nazionale dell’Agricoltura del dicembre di quel ‘69, l’Italia sarebbe sprofondata nel decennio di piombo. “Se la strage di piazza Fontana è il primo approdo della strategia della tensione – si chiede Provvisionato – è ipotizzabile che il caso Lavorini sia stato anche solo il molo di partenza? Esiste un filo nero che li lega assieme?”. Domande che finora non hanno ricevuto risposta.
Otto anni per una sentenza che stracciò ogni accusa ai gay

Tornando al caso Lavorini: i responsabili vennero individuati in tre ragazzi, tutti appartenenti al Fronte monarchico giovanile, l’organizzazione dei giovani sostenitori del re: Marco Baldisseri, 16 anni al momento del rapimento; Rodolfo Della Latta, quasi ventenne, militante del Movimento Sociale Italiano; Pietrino Vangioni, vent’anni, leader del Fronte viareggino. Saranno loro tre i condannati al termine del processo iniziato a gennaio del 1975 e concluso nel maggio di due anni dopo. Otto anni abbondanti per arrivare a sentenza definitiva, otto anni nei quali Baldisseri da solo cambiò versione una dozzina di volte, cercando di depistare gli inquirenti con menzogne e accuse false.

Alla fine i tre vennero condannati per omicidio preterintenzionale, secondo quanto stabilito dai giudici d’appello: condanne alleggerite di molto, più che dimezzate, rispetto al primo grado che invece li aveva reputati responsabili di omicidio volontario. Della Latta venne condannato a 11 anni e dieci mesi; Vangioni a 9 anni, Baldisseri a otto e mezzo. Tutti e tre sarebbero poi usciti dal carcere in anticipo rispetto alla scadenza.

Ancora oggi, a distanza di cinquant’anni da quel caso e dalle bugie che fecero piombare l’Italia in un grande tiro al bersaglio nei confronti di innocenti, Vangioni continua a sostenere che “non è stato un sequestro a scopo di estorsione” né “un fatto politico: è stato un fatto sessuale”, come ha raccontato recentemente al Corriere della Sera.

https://www.agi.it/cronaca/ermanno_lavorini_omicidio-5368175/news/2019-04-21/

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Easy rider

Credo che la definizione di contro-western sia stata inventata da Franco La Polla negli anni 70 per indicare il rinnovamento del più americano dei generi in piena nuova Hollywood. Rinnovamento multiplo e non necessariamente omogeneo. Da una parte il western revisionista alla Soldato blu di Ralph Nelson oppure il Piccolo grande uomo di Arthur Penn, dall’altra quello iperrealista che passa attraverso Sam Peckinpah e in certi casi (vedi io straniero senza nome di Clint Eastwood) guarda a Sergio Leone, infine quello autoriale alla Robert Altman (I compari, Buffalo Bill e gli indiani) o ancora Penn (Missouri). Il contro-western più esemplare è però di un regista, in verità attore, che nel ruolo del più giovane dei Clanton già si era fatto ammazzare come un cane all’O.K. Corrai nell’eterna versione (classica) di John Sturges: Dennis Hop-per. Ebbene sì, Easy Rider. Viene realizzato e distribuito nel 1969 dando inizio al cinema d’autore come genere, quello che tanti si sono ostinati a considerare indipendente quando rientrava perfettamente nelle logiche commerciali delle major (nella fattispecie, Columbia Pictures). Un cinema che aveva un pubblico e quindi, secondo le logiche hollywoodiane, pieno diritto di esistere.

Libertà e paura era il sottotitolo con il quale venne distribuito nelle sale italiane copo aver vinto il Camera d’or (miglior opera prima) al festival di Cannes. I chopper al posto dei cavalli, ma restano i bivacchi, gli scenari e quella luce che solo lungo la Route 66 si sprigiona così violenta. Easy Rider è il controwestern perché riscrive l’epica, spalanca le porte della percezione affinchè si colga la verità di un racconto e di un movimento che è sempre stato mitico, ma falso. Il fucile non “civilizza” un mondo, lo stermina sul ciglio della strada. Più paura che libertà. La controcultura e le sue illusioni anche lisergiche (con i protagonisti davvero sotto l’effetto dell’LSD” in certe scene) spazzate via dall’America reazionaria e bianca dei pick-up, delle armi, dei colli rossi bruciati dal sole e del razzismo, manovalanza di chi il potere lo detiene davvero. Aveva capito tutto, Dennis Hopper, quando girò Easy Rider, peraltro facendo improvvisare agli attori protagonisti metà delle battute? Chissà. Ma il film parla da sé, oggi lo ricordiamo perché nel frattempo Peter Fonda ha raggiunto il suo Capitan America in moto, ma la forza delle immagini, mezzo secolo dopo, è ancora intatta, affascinante e profetica.

Mauro Gervasini in Film TV n.37

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Complessi sullo schermo

Le componenti del trio vocale erano tre sorelle di Prato[1]: Sonia (nata il 17 agosto 1951, già premiata con il titolo di “sartina d’Italia” per la sua attività di sarta), Nadia e Luana Natali (figlie d’arte, il padre era attore).

Iniziarono l’attività canora cantando nei dopolavoro fiorentini fino a che il cantante Narciso Parigi le fece conoscere attraverso le programmazioni radiofoniche locali di Radio Firenze. Riuscì anche a farle scritturare dalla sua casa discografica, La Voce del Padrone.

Il loro repertorio rifletteva il gusto canoro dell’epoca. Il 45 giri del debutto, con cui si presentarono al festival delle Rose del 1964, conteneva sul lato a Se mi lascio baciar, scritta da Nicola Salerno “Nisa” e basata su un ritmo di hully-gully. Il lato B era un brano costruito nello stile di Pino Donaggio, all’epoca molto in voga. Il singolo fu lanciato nella trasmissione radiofonica Toscana Canta presentata da Corrado.

Nel 1965, partecipano al “Cantagiro” con la canzone Sulla sabbia c’era lei, diventata la Colonna Sonora del film di Dino Risi L’ombrellone.

La partecipazione al festival delle Rose del 1966 fu contrassegnata da polemiche perché il brano presentato – Un riparo per noi, inciso anche da I Nomadi – era una cover non ufficialmente accreditata di With Girl Like You del gruppo britannico The Troggs. Il testo della versione italiana non era aderente a quello originale e, tenendosi al passo con la contestazione montante in quegli anni, trattava – neppure troppo fra le righe (si parlava di pioggia d’atomi e di pioggia radioattiva) – del fall-out atomico, argomento cantato nei medesimi anni da Bob Dylan. Il 45 giri contenente il brano fu ritirato in tutta fretta dal mercato divenendo ben presto oggetto di culto fra i collezionisti.[2]

Dal 1967 è iniziato lo scioglimento del gruppo: Sonia ha intrapreso successivamente una carriera da solista, sia pure accompagnata spesso dalle sorelle.

Luana Natali è diventata insegnante di educazione musicale, canto corale e pianoforte a Pontassieve. Si occupa anche di musicoterapia.[3]

https://it.wikipedia.org/wiki/Sonia_e_le_Sorelle

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Il Village

Il Village è famoso per la scena bohèmienne e la cultura alternativa di cui è stato teatro e che ha diffuso. Per tradizione è fucina di nuovi movimenti ed idee, a partire dalle avanguardie di inizio Novecento fino ai giorni nostri, grazie anche al tipo di persone che lo popola e frequenta.

Negli anni cinquanta la Beat Generation e il suo movimento avevano il proprio fulcro in questo quartiere dove si radunarono poeti, cantautori, scrittori, studenti, musicisti e artisti in fuga dalla società conformista. Essi gettarono le basi per il futuro movimento hippy degli anni sessanta. New York e il Village ispirarono le opere degli scrittori beat Jack Kerouac, Allen Ginsberg e William Burroughs. Nel 1969, in un locale gay del Village, lo Stonewall Inn, ebbe simbolicamente inizio il movimento di liberazione omosessuale.

Woody Allen, Andy Warhol, Bill Cosby, Joan Baez, Dave Van Ronk (The Mayor of MacDougal Street), Paul Simon, Art Garfunkel, Joni Mitchell, Peter La Farge,Mark Spoelstra, Fred Neil, Phil Ochs, Jimi Hendrix, Frank Zappa, Barbra Streisand, Jessica Lange, Nina Simone, Lou Reed, Dustin Hoffman e Al Pacinosono solo alcune delle celebrità che hanno mosso i primi passi al Village tra gli anni cinquanta e settanta.

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Il prete della Formula 1

A Modena nel 1961 l’Aerautodromo chiude la sua attività di palcoscenico automobilistico internazionale riservandosi solo a prove, collaudi e a gare motociclistiche. Questo, dopo il terribile incidente del 15 giugno 1961 quando il pilota Giulio Cabianca al volante della Cooper-Castellotti impegnato nelle prove per la gara di Silverstone, uscì dalla pista a 200 km all’ora, centrò un portone lasciato aperto all’incrocio con Via Carlo Zucchi e invase la Via Emilia. Perse la vita assieme ad altre 3 persone. Si chiuse così l’epopea dell’Aerautodromo cittadino che a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta era diventata una vera e propria vetrina dell’automobilismo mondiale, luogo in cui  si davano appuntamento i migliori piloti del mondo per testare gli ultimi modelli sotto gli occhi esperti di tecnici, ingegneri e progettisti.

Anche don Sergio ha iniziato la sua avventura nel mondo della Formula Uno negli anni Cinquanta, quando la passione per le auto lo aveva portato a Monza, ad assistere il pilota Fangio al Gran Premio del 1954. Da quel momento il “cappellano dei piloti” ha accompagnato tappa dopo tappa, incessantemente, la storia dell’automobilismo a Modena e nel mondo.

«Il mondo della Formula Uno è superstizioso – afferma lo stesso Mantovani in una intervista -. C’ è chi non ci vede di buon occhio perché siamo quelli che danno l’ estrema unzione, ma c’ è anche chi ha bisogno di un confidente». In questa veste di confidente don Sergio ha conosciuto tanti piloti, da Niki Lauda a Gilles Villeneuve, ma i suoi ricordi più belli sono legati a nomi del lontano passato: Fangio, Moss, Von Trips e l’indimenticabile Enzo Ferrari a cui il prete era legato da una profonda e  sincera amicizia.

Don Sergio Mantovani, nato a Modena 82 anni fa a Modena, è da 50 anni che ad ogni Gran Premio di Monza celebra messa in Autodromo. In tutti questi anni è stato chiamato in tanti modi: il parroco dei piloti, il prete della Formula Uno, don sprint.

https://bondenocom.wordpress.com/2010/11/05/anni-60/

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Giugiaro

L’ITALIETTA DELLA LIRETTA CHE DAVA LEZIONI A TUTTA L’EUROPA

Giugiaro rivela L’ ispirazione? Fu la Fiat 128

Cosa c’ è dietro la Golf, quali segreti si nascondono in un progetto di così grande successo?

Lo abbiamo chiesto a Giorgetto Giugiaro (nella foto accanto), universalmente riconosciuto come il papà di questa Volkswagen. «Perché proprio io fui scelto per disegnare la Golf? Facile: alla Volkswagen fecero un’ indagine interna per stabilire quali erano le auto più belle nel 1970. Ne scelsero sei, e di queste quattro erano mie~».

Tipica razionalità tedesca. E poi che accordi avete preso? «La storia è divertente: io avevo chiesto delle royalties per ogni esemplare prodotto, sarei diventato ricco, ma loro non potevano permetterselo. Così mi dissero che mi avrebbero messo una targhetta “Giugiaro” su ogni vettura. Lo faceva Pininfarina e per me andava bene. Fino a quando non mi chiesero gli stemmini da applicare sulle macchine: ne volevano 4000 al giorno~ Sarei fallito per molto meno~».

Ma la Golf che tutti conosciamo, nacque così come l’abbiamo vista? «No, il progetto iniziale prevedeva la costruzione di una vettura molto più grande, doveva essere una specie di Passat due volumi, ma poi si cambiò idea all’ ultimo momento e mi commissionarono una macchina molto più piccola, ma mantenendo l’impostazione generale».
E fu un trionfo. «Esatto, pensi che per riconoscenza mi commissionarono anche la coupé, la Scirocco, e che poi da allora continuo a collaborare con loro». Ci racconti qualche aneddoto sulla nascita del mito Golf. «Arrivo in Germania. Centro ricerche Volkswagen. Era il gennaio del 1970.

E al centro di un immenso stanzone trovo una Fiat 128 tutta smontata e sezionata pezzo per pezzo. Chiedo spiegazioni e mi rispondono candidamente “non riusciremo mai fare una macchina con una meccanica così raffinata a questo prezzo, per questo la Golf deve essere più piccola”.

Insomma la 128 era la loro macchina di riferimento»

Poi io avevo montato fari rettangolari, ma per problemi di costi alla fine li misero tondi. Mi opposi, protestai, dissi perfino che così la Golf davanti somigliava troppo all’ Alfa Romeo Giulia GT.
Sapete che mi risposero? “Se somiglia a un’ Alfa, è meglio così”. Il punto è che il progetto Golf è stato rivisto mille volte per un problema di costi. Perfino il fanalino posteriore è stato rimpicciolito per risparmiare».

la Repubblica.it 2002/06/26

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Tragedia e speranza

Carrol Quigley era uno storico americano, professore di Scienze Politiche alla Georgetown University, consigliere di Bill Clinton e teorico dell’evoluzione socioculturale. Nel su libro del 1966, “Tragedy and Hope” (tragedia e speranza) scrive: «Le potenze del capitalismo finanziario avevano anche un obiettivo di lungo termine, niente meno che creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private capace di dominare il sistema politico di ogni nazione e l’economia del mondo come un tutt’uno. Questo sistema doveva essere controllato con modalità feudale delle banche centrali del mondo agendo di concerto, attraverso accordi segreti sanciti in incontri frequenti e conferenze. L’apice di questo sistema era la Banca per i regolamenti internazionali a Basilea, in Svizzera, una banca privata di proprietà e sotto il controllo delle banche centrali mondiali, le quali sono esse stesse istituzioni private. Ogni banca centrale punta a dominare il suo governo attraverso la capacità di controllare i prestiti sui titoli di Stato, di manipolare le valute estere, di influenzare il livello di attività economica del Paese e di condizionare politici cooperativi e compiacenti attraverso ricompense economiche nel mondo del business» [Carrol Quigley – Tragedy and Hope – 1966 – pagina 324 – Scarica il PDF qui].

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La de-colonizzazione (finta)

Una collega stamattina mi ha presentato un articolo stampato sull’emergenza umanitaria in Congo dicendomi “a te che dici che in Africa stanno bene, leggiti questo!”

Ora, chi mi conosce sa cosa penso e che questa frase denota una totale mistificazione delle mie esternazioni. Ho scritto anche qui, più e più volte, le storie dei ragazzi che conosco. Ragazzi provenienti da varie zone dell’Africa subsahariana. E il caso vuole che mi sia interessato e abbia scritto anche del Congo Kinshasa, avendo approfondito le mie conoscenze sul dramma di Goma e dell’area del lago Kivu al confine col Rwanda, l’area più ricca del mondo di materie prime e al contempo tra le più povere in termini di reddito pro-capite, nonché campo di battaglia delle guerre più sanguinose del continente.

La collega mi rimproverava il fatto di aver affermato, qualche giorno fa, che oltre il 90% degli immigrati provengono da paesi che non vivono conflitti né persecuzioni e infatti non si vedono riconosciuto lo status di rifugiati. E che si tratta nella quasi totalità dei casi di appartenenti alla classe media che vendono terre e bestiame per intraprendere viaggi di fortuna pagati dieci volte il costo che affronterebbero se riaprissimo i visti e consentissimo loro di venire in aereo. E che, così facendo, cioè riaprendo i visti da questi paesi, faciliteremmo loro la vita, perché non dovrebbero perdere tutto per venire qui e alla la maggior parte di loro deciderebbe alla fine di tornare da dove sono venuti, dopo aver constatato che la situazione economica in Italia non è tale da favorire l’integrazione di nuova forza lavoro.

Questa riflessione, scaturente non dalla mera osservazione empirica della realtà e dalla conoscenza e il confronto con molti ragazzi immigrati, ma anche e soprattutto dallo studio e dall’approfondimento dei dati sui flussi migratori e dalla lettura di pubblicazioni scientifiche sul tema delle crisi demografiche e delle ondate migratorie, aveva fatto andare su di giri la collega in questione, per la quale questi argomenti sono assurdi.

Costei è identificabile in quel macrogruppo antropologico che definirei “pasionarie con le terga altrui”. Sono quelle persone (più donne che uomini, in effetti) che elaborano una lettura dell’universo sensibile attraverso una sintesi articolatissima compiuta tra la lettura di un articolo di Repubblica scritto da Roberto Saviano, una vignetta di Vauro e un libro di Fabio Volo.

Parliamo di quelle persone che sostengono con fermezza la necessità di accogliere “l’Africa”, ignorando evidentemente che si parla di un continente che ospita più di un miliardo di persone distribuite in più di cinquanta stati che presentano condizioni sociali, economiche, ambientali, demografiche e geopolitiche profondamente diverse.

Quelle persone che confondono, più o meno intenzionalmente, i rifugiati con i migranti. Cioè che mettono sullo stesso piano chi fugge da una guerra o da persecuzioni o da crisi ambientali portando con sé la famiglia e chi, a venticinque anni, da solo, pur vivendo una condizione socioeconomica non miserevole, viene spinto a lasciare il proprio paese (spesso svendendo tutti gli averi di famiglia per pagare viaggi rischiosi e costosissimi) da criminali che lucrano sulle false speranze di una vita di lussi e ricchezza, condannandoli alla miseria e alla mendicanza per le vie delle città europee. Giovani motivati allontanati dalle loro terre d’origine con false promesse, migrazioni che arrecano danno innanzitutto ai paesi d’origine che si svuotano delle energie più giovani, fresche ed istruite che servirebbero per far progredire queste società economicamente arretrate.

Quelle che parlano di integrazione e accoglienza gonfiando il petto per mettere in evidenza che la loro cassa toracica non contiene le dimensioni generose del loro immenso cuore, ma che poi, ogni qualvolta gli passa un ragazzo di colore vicino, si turano il naso e adottano strategie di evitamento per sottrarsi anche a un semplice gesto di carità esibendo senza fraintendimenti espressioni di disgusto.

Chiaramente la collega, denotando una invidiabile coerenza con la con la sua raffinatissima capacità di analisi del reale, si è anche sottratta al confronto. Non ha voluto ascoltare alcuna replica, mi ha parlato sopra arretrando e infine si è congedata con l’espressione soddisfatta di chi ha capito tutto e ha dato una lezione di umanità all’interlocutore.
Evito di precisarvi chi vota, perché non mi piace fornire elementi di conferma dei pregiudizi politici.

Gianluca Baldini

P.S. a proposito… quello nella foto è Patrice Lumumba, il primo presidente del Congo democraticamente eletto e, direi, l’unico vero grande uomo che abbia guidato il paese, purtroppo per pochi mesi. Fu giustiziato esattamente il 17 gennaio di cinquantotto anni fa da un plotone d’esecuzione dopo il colpo di stato del terribile Mobutu, il dittatore appoggiato dagli USA e dal Belgio che ha imposto un trentennio di regime caratterizzato da corruzione diffusa, nepotismo ed eliminazione fisica degli oppositori.

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In a gadda da vida

il titolo deriva dalla frase “in the Garden of Eden” che, in concerto, veniva così storpiata dal cantante Doug Ingle in preda ai fumi dell’alcool. L’album, pubblicato il 14 giugno del 1968, raggiunge la quarta posizione nella classifica BilIboard dello stesso anno ed è un vero e proprio mix di acid rock e garage rock d’annata con l’aggiunta di psichedelia in quantità. Con diversi milioni di copie vendute è il primo disco di platino nella storia del rock.

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Protesta giovanile

L’onda lunga della protesta giovanile partita nel 1964 con i disordini dell’università di Berkeley, in California, dove tra l’altro si è costituito il Movimento per la Libertà di Parola, ha incendiato con le sue rivendicazioni anche molti campus dell’America Latina. Gli studenti reclamano un potere reale e parlano di cogobierno, di governo condiviso con le istituzioni accademiche. Negli Stati Uniti i giovani si schierano compatti non solo contro l’intervento militare in Vietnam, ma anche contro il monopolio crescente delle lobby politico-militari che, attraverso finanziamenti a pioggia e commesse, condizionano la ricerca scientifica indirizzandola verso propri scopi. Anche i successivi moti di Strasburgo e Parigi, le manifestazioni inscenate a Oxford e alla London School of Economics della capitale britannica affondano le radici in un malcontento condiviso dai coetanei di altri paesi, sottolineando con forza una frattura generazionale che si va progressivamente allargando nei confronti di chi ancora coltiva i valori emersi nell’immediato dopoguerra. Non si tratta del solito, per così dire naturale, conflitto che oppone i figli, in cerca d’identità e autonomia, ai padri, bensì di qualcosa di molto più profondo che assume contorni inediti traendo linfa dalle rinnovate istanze sociali e dalle teorie che ne sostengono la progressiva trasformazione. L’istruzione di massa ha allungato in modo significativo i confini anagrafici tra l’età adolescenziale e quella adulta, ampliando di fatto il periodo d’inferiorità tipico della condizione studentesca ed estendendolo a persone ormai perfettamente formate e non più disponibili ad accettare una scomoda situazione di subalternità. Negli USA il numero di persone in cerca di una laurea è equivalente a quello degli opera-tori attivi nel settore agricolo. Questa sorta di nuova e omogenea moltitudine di «lavoratori» senza stipendio adesso reclama compatta diritti cui la sua stessa forza le permette di aspirare. Il 43% dei giovani iscritti alle facoltà ha in media compiuto almeno 20 anni, appartiene a una classe sociale medio-elevata, esige il presalario generalizzato e rifiuta in blocco il comportamento dei burocrati e dei manager occidentali, includendo nella protesta anche la nomenklatura della Cina comunista, tacciandola di manovre atte a orientare la cosiddetta rivoluzione culturale in nome di oscure lotte interne di potere. «Occorre», scrive in quegli anni Bob Kennedy, «che i giovani sentano che un mutamento è possibile e che verranno ascoltati, che le follie e le crudeltà del mondo si arrenderanno sia pure con difficoltà ai sacrifici che essi sono disposti a compiere». Ma il teorico per eccellenza della contestazione giovanile è il filosofo e sociologo tedesco Herbert Marcuse, che descrive così gli accadimenti in atto: «L’opposizione degli studenti è frutto di una lotta contro la morale, la stupidità, la ricchezza e la brutalità della società moderna. Da questa negazione nelle metropoli nascono quelle forze che, in collaborazione con i movimenti del Terzo Mondo, possono realizzare un mutamento non della società, ma dell’individuo. Alla fine di questo processo c’è l’uomo nuovo. Oggi vi è una sola alternativa: o il socialismo o la barbarie. Una terza via non esiste più». Il Maggio francese, secondo l’intellettuale autore tra l’altro del Saggio sulla liberazione del 1969, ha rappresentato il primo passo per mettere in crisi la società a una dimensione.
Tra coloro che difendono i giovani si schiera, per certi versi, persino Paolo VI, che, in un’intervista rilasciata ad Arrigo Levi e pubblicata su La Stampa del 2 gennaio 1969 afferma: «Bisogna andare più a fondo nella psicologia della gioventù oggi ribelle ed esasperata, perché essa cela un’ansia di sincerità, di giustizia, di rinnovamento la quale non va disconosciuta, ma piuttosto interpretata come evoluzione verso forme più mature di convivenza». Il papa non esprime valutazioni negative o pessimistiche e, anzi, invita gli osservatori a tener conto di «un’esperienza che il nostro tempo ci offre. La gioventù odierna», osserva, «non disdegna di assumere atteggiamenti di assoluta sincerità e insospettata generosità come nelle calamità naturali del Vajont, nelle inondazioni di Firenze e della Toscana o del terremoto del Belice in Sicilia».
Marco Gasparini in Anni sessanta, edizioni del Capricorno

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Vietnam war

Storia. Da Frankie Vallie ai Black Sabbath per raccontare la Guerra in Vietnam

Pubblicato il 17 novembre 2018 da Marco Petrelli
Categorie : Cultura Musica

Walk like a man my sooooon!” Si inizia con il falsetto di Frankie Vallie and The Four Seasons e si finisce con le melodie dure dei Black Sabbath e e il rock con sfumature folk dei Creedence Clearwater Revival. E’ Vietnam War Music canale di YouTube che propone spezzoni della tragica guerra americana in Indocina con brani che hanno segnato la storia della musica internazionale… e che ben descrivono il lungo ed estenuante conflitto. Walk like a man è un successo del 1961, quando i primi consiglieri militari americani confluivano a Saigon. Anzi, diciamo il primo contingente di consiglieri perché addetti e osservatori della US Army erano in quel lembo d’Asia già dalla campagna francese del 1946-1954. C’è All Along The Watchtower di Bob Dylan nella versione di Jimy Hendrix del 1968, anno dell’Offensiva del Tet (Capodanno cinese) una pietra miliare della musica e inserita nella tracklist del film premio OscarForrest Gump.  Poi Buffalo Springfield, Berry McGuire, The Animals, The Yard Birds, The Rolling Stones, Mamas and Papas con l’immortale California Dreami’n icona nazional pop della stagione vietnamita.

Se primo fra i risultati di ricerca, Vietnam War Music non è l’unico canale dedicato al racconto in musica della Guerra in Vietnam: tanti utenti, veterani, loro parenti o associazioni di reduci condividono materiale visivo con le immortali note degli Anni ’60 e ’70, già colonna sonora del succitato Forrest Gump, di Apocalypse Now, di Platoon, di Good Morning Vietnam e di altre pellicole che hanno raccontato la dirty war americana, dal 1962 al 1975.

Ad esempio i “vet” del 498° Dust Off (servizio di eli-soccorso ed evacuazione feriti dal campo di battaglia) scelgono Norman Greenbaum per celebrare l’UH-1 Huey, elicottero entrato nell’immaginario collettivo per la sua capacità di trasportare (e anche di attaccare) praticamente in ogni angolo dell’Indocina personale combattente e sanitario. Chiamato come uno dei nipoti di Paperino (Qui, Quo, Qua – Huey, Dewey, Louie) è stato forse il mezzo più versatile della lunga campagna asiatica tanto da essere tutt’ora in servizio a oltre mezzo secolo dalla sua progettazione.

Huey, ma anche MD-500, Cobra e CH-47 Chinook (trasporto truppe) sono celebrati in spezzoni emozionanti sulle note di un altro brano certamente noto agli appassionati di storia musicale,Paranoid dei Black Sabbath:

La musica emoziona e talvolta le note più tristi riescono ad evocare meglio di qualsiasi scritto le atmosfere cupe e di sofferenza del Vietnam; i brani più “carichi” invece fanno quasi apparire la guerra un gioco: ecco quello che i reduci sperano non avvenga, perché in fondo Paranoid piuttosto che Run Through the Jungle altro non sono che i loro ricordi. Sì, quei video servono a ricordare una stagione di vita personale e mondiale che ha segnato profondamente il XX Secolo e che non va esaltata, denigrata e dimenticata da chi ha avuto la fortuna di nascere nei decenni successivi.

http://www.barbadillo.it/78795-storia-da-frankie-vallie-ai-black-sabbath-per-raccontare-la-guerra-in-vietnam/

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Il movimento studentesco

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Aria di ’68

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