Nascita del biomedicale

E’ morto Mario Veronesi nella sera di lunedì 12 giugno, il genio che fondò il distretto biomedicale di Mirandola. Sua l’intuizione che prodotti usa e getta sterilizzati all’origine avrebbero potuto rappresentare un’innovazione di successo. Aveva 85 anni, da diversi anni soffriva di nefroangioscerosi

La biografia (Wikipedia)

Figlio del medico Renzo Veronesi e di Lara Grilli, casalinga, si laureò in farmacia acquistò un esercizio commerciale a Mirandola che gestì personalmente sino all’età di 30 anni, quando intraprende l’attività di rappresentante di medicinali per una multinazionale statunitense.

Le aziende

Miraset

Durante le sue visite negli istituti clinici come rappresentante farmaceutico, nota come la procedura di sterilizzazione dei tubi in lattice riutilizzabili allora utilizzati per le trasfusioni di sanguefosse complessa e non esente da rischi di contaminazione. Intuendo che prodotti usa e getta sterilizzati all’origine avrebbero potuto rappresentare un’innovazione di successo, nel 1962 avviò una produzione artigianale nel garage della propria abitazione, fondando la società Miraset con soli tre dipendenti. La Miraset si occupa effettivamente solo dell’assemblaggio di componenti, prodotti su disegno da officine della zona.

Sterilplast

Nel novembre 1964, con il contributo di alcuni amici mutò la ragione sociale dell’azienda in Sterilplast, società per azioni. Con 15 dipendenti iniziò ad assumere una connotazione industriale, trasferendosi in una struttura appropriata dove iniziò la produzione in proprio di molti dei componenti necessari.

Dasco

Raccogliendo i suggerimenti di alcuni medici padovani, nel 1966 mise assieme un gruppo di tecnici meccanici ed elettrotecnici ai quali chiese di sviluppare un rene artificiale imitazione di un prodotto americano non ancora brevettato.

Il rene artificiale avrebbe consentito il trattamento della insufficienza renale tramite emodialisi, terapia non ancora diffusa in Italia negli anni 1960, con l’eccezione di alcuni centri di sperimentazione. La divisione apparecchiature della Sterilplast venne ridenominata Dasco.

A causa dei forti ritardi cronici nei pagamenti da parte delle strutture sanitarie nazionali (problema esistente a tutt’oggi), nel 1969 venne ceduto il controllo della Dasco alla casa farmaceutica svizzera Sandoz mentre Veronesi rimane nel consiglio di amministrazione ancora per pochi mesi.

La Dasco (ora Gambro Dasco) è oggi uno dei principali stabilimenti del gruppo svedese Gambro, acquistata dalla americana Baxter
http://www.sulpanaro.net/2017/06/morto-mario-veronesi-genio-fondo-distretto-biomedicale-mirandola/

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La superclasse

Come è stato già notato, è la “rivoluzione del 68” ad aver congiunto il neo-capitalismo alla “sinistra” libertaria ed edonista.  Gli slogan sessantottini, “Vietato vietare”, “Godere Operaio”, “Dopo Marx, Aprile”, “Chiediamo l’impossibile, Vogliamo Tutto” erano indicativi di questa alleanza. Hanno aperto al “consumare senza limiti” grazie al credito e alla pubblicità totale, ma soprattutto grazie alla metodica cancellazione degli ostacoli culturali al dominio del denaro –  la famiglia, il risparmio, la frugalità  come valore, lo spirito di sacrificio per la nazione, le “virtù” cristiane e quelle borghesi – variamente bollate come: clerico-fasciste, reazionarie,  maschiliste, eccetera. L’estrema sinistra utile idiota dell’oligarchia,  per questo compito è stata compensata:  ma ovviamente solo nei suoi capi. (1)

Paolo Mieli, Giuliano Ferrara, Gentiloni, la Boldrini sono stati ammessi nella superclasse mondializzata (molti di loro lo erano per diritto, come figli di papà) in qualità di maggiordomi di lusso del Sistema, direttori di media, cooptati agli alti livelli transnazionali (UE, ONU,  ONG) .

Si tratta in effetti di una classe – ossia di un gruppo sociale che presenta caratteri particolari e costanti, che la distinguono dalle altre classi.

Questa classe  si pone non solo al disopra delle vecchie elites nazionali,  ma fuori dalla portata, e persino dalla vista, dei popoli. Questa superclasse è transnazionale e il suo campo d’azione è mondiale, come il suo progetto è cosmopolita.

http://www.maurizioblondet.it/la-beata-superclasse-mondiale-un-identikit/

(1) Da quello che abbiamo visto nel nostro piccolo, quelli ricompensati sono stati quelli che si sono dichiarati tali a posteriori (come gli avanguardisti o i partigiani, secondo il classico opportunismo italico); per tutti gli altri i diritti civili hanno sostituito le richieste sociali.

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Fini e mezzi

Negli anni ‘60, all’apice del movimento per i diritti civili, si svolse una tavola rotonda il cui tema era l’efficacia dello stesso movimento. La discussione includeva Alan Morrison, Malcolm X, Wyatt T. Walker e James Farmer insieme a un moderatore. Malcolm X si trovava in minoranza, poiché gli altri componenti del panel facevano parte dell’ala maggioritaria del movimento per i diritti civili, quella che si occupava quasi esclusivamente di organizzare marce, votazioni e regolamenti. Malcolm X era l’unico a raccontare, senza giri di parole, la verità sul fatto che la struttura patriarcale di potere in mano ai bianchi era molto più potente di quanto i suoi colleghi volessero far credere; che la libertà cui ambivano era qualcosa che il legislatore non avrebbe mai concesso loro; e che il ventre molle razzista di tutte le istituzioni americane era (ed è tuttora) talmente imbevuto di suprematismo bianco da renderle irrecuperabili. Il panel si mostrò aggressivo contro di lui per la sua sincerità – non diversamente da quanto succede oggi a chiunque dica la verità. 

Facciamo un salto di quasi 30 anni. Il moderatore, Wyatt T. Walker e James Farmer sono gli unici a essere ancora vivi. Quando a una tavola rotonda commemorativa con soltanto questi uomini il moderatore chiede se Malcolm X fosse stato più in linea con gli eventi di allora, Walker non ha dubbi. Walker ammette che Malcom X aveva capito meglio degli altri cosa fosse in gioco in quel momento e come fosse ingenua la fiducia che mancassero solo pochi anni alla società equa e giusta descritta da Martin Luther King. Farmer, più riluttante, deve comunque riconoscere che Malcolm X era stato più sul pezzo. [http://youtu.be/SKLSM4Rk_t0]

Le masse non sono mai state assetate di verità. Chiunque sappia loro fornire illusioni ne diventa facilmente il padrone; chiunque provi a distruggere le loro illusioni è sempre loro vittima.” — Gustave Le Bon, The Crowd, 1895

http://vocidallestero.it/2017/05/19/avaaz-ruffiani-imperialisti-del-militarismo-protettori-delloligarchia-fidati-mediatori-di-guerra-terza-parte/

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Community era

Echoes From The Summer Of Love

a cura di ICS – Innovazione Cultura Società

 

Nel cinquantesimo anniversario della Summer of Love, cosa rimane della comunità hippie, cosa si riverbera di quell’esperienza nel nostro presente? Community Era raccoglie le immagini di tre celebri fotografi statunitensi – Robert Altman, Elaine Mayes e Baron Wolman – diretti protagonisti di una rivoluzione culturale che dalla San Francisco della seconda metà degli anni 60 si è diffusa in tutto il mondo. Un movimento unico, iconograficamente culminato con l’oceanico raduno di Woodstock, la tre giorni di “love, peace and rock music”. Le immagini di questo periodo (1967-1969) raccontano un ambiente basato sulla “gentilezza verso gli altri e l’assenza di giudizi”, che sperimentò nuovi modelli sociali e dal quale si svilupperà una quindicina di anni dopo la prima comunità virtuale (illustrata nella sezione di mostra “From Beat to Bit dalla Controcultura a Internet”).

 

Chiudono la collettiva alcuni scatti del reggiano Bruno Vagnini, che nel 1969 ritrasse il celebre Bed-in di John Lennon e Yoko Ono.

Bruno Vagnini, un ragazzo emiliano, in Canada a studiare all’;Accademia di Belle Arti di Montreal. E’ il 1969. Questo ragazzo una mattina di fine maggio viene a sapere della presenza in città di Lennon e Yoko Ono; si precipita in quell’albergo portandosi dietro la sua Nikon proprio quando John e Yoko stanno per iniziare il celebre Bed-in di protesta contro la vergogna della guerra in Vietnam; riesce a imbucarsi abusivissimamente nella suite di John e Yoko insieme agli altri giornalisti accreditati; la security lo sta per buttare fuori ma John che con un gesto olimpico e la sua voce morbida e un po’ nasale dice: “No: lasciatelo qui, è solo un ragazzo”. E lui scatta 31 foto. Quattro sviluppi di questi scatti, per l’emozione, vanno perduti, ma alcuni dei restanti ventisette che riuscirà a stampare saranno pubblicati  il giorno dopo sui giornali di mezzo mondo. Questa è la storia di come un ragazzo, un giorno, sia diventato un fotografo esponendo poi in varie città italiane, europee e d’oltre oceano.

http://www.fotografiaeuropea.it/fe2017/mostra/community-era/#1491310490985-2c5e5075-406d

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il singolare caso di Miliusc Solakov

Si chiamava (e forse si chiama ancora) Miliusc Solakov, tenente dell’aviazione bulgara, il imagespilota al centro di una delle più singolari storie della Guerra fredda, protagonista di un episodio che, per alcuni mesi, fa  dell’Altopiano delle Murge il centro del mondo.

Antefatto  Nel 1959 lo Strategic Air Command dispone l’installazione di missili Jupiter (PGM-19 Jupiter, Medium-Range Ballistic Missile) in Puglia. Le testate sono prese in consegna dall’Aeronautica Militare che le affida alla 36° Aerobrigata Interdizione Strategica (nata nel 1960 e articolata in 1° e 2° Reparto Interdizione Strategica), unità che disloca i PGM in più siti super protetti dalla NATO, ma anche “oggetto del desiderio” delle intelligence del blocco comunista e delle sue spie, di terra e d’aria. Infatti, nel ’60 il “mondo in un click” esiste solo negli episodi de Ai confini della Realtà, pertanto l’unico modo per fotografare una base dall’alto è volarci sopra su caccia molto all’avanguardia, molto potenti e capaci di tenersi fuori dalla portata di contraerea e di intercettori. Ma non sempre le missioni vanno per il verso giusto…

Lockheed U2

Il MiG Capita di precipitare e non conta quanta tecnologia tu abbia a bordo: un errore umano, una sottovalutazione, un guasto e finisci come Francis Gary Powers che al cianuro della CIA preferisce la prigionia del KGB, pur senza mai tradire il suo paese. Se poi l’aereo è un vecchio Mikoyan Gurevich, le possibilità di un abbattimento o di un crashlanding si fanno maggiori. Il 20 gennaio 1962, un MiG 17 della Bălgarski Voennovăzdušni si schianta in località Lamone, Acquaviva delle Fonti. Il pilota, 24 anni, si chiama Miliusc Solakov e a ritrovarlo è un contadino che si reca al lavoro la mattina seguente; sul suo apparecchio c’è una strumentazione ottica per foto ad alta quota ma, secondo quanto appurano gli inquirenti, la pellicola è intatta. Spia? Disertore? Non si capisce bene quale sia la missione del giovane, che racconta la storia di un cuore solitario costretto a fuggire per evitare il matrimonio con una donna che non ama.

Malgrado ad essere catturato sia un militare di un paese nemico, Solakov accende presto le simpatie dei pugliesi e non solo: si innamora di una maestra di Bari e la stampa di sinistra cerca di ridimensionare le accuse di spionaggio perché, in fondo, i missili pugliesi si vedono dal treno… Inoltre, la missione fallita pare non destare troppe preoccupazioni, anche perché gli Jupiter verranno smantellati nel 1963. Tanto rumore per nulla, insomma…

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MiG 17 simile a quello caduto a Lamone

L’anno seguente le autorità italiane rilasciano il bulgaro, premurandosi che il suo governo non gli faccia scontare, in patria, l’essere finito prigioniero. Ma mentre Sofia accoglie, con imbarazzo, le richieste italiane di trattare bene Miliusc, gli americani propongono al giovane di volare con loro negli States e da allora nulla più si sa della sorte del militare. Unica cosa nota è che il pericolo maggiore che la Puglia corre nel 1962 è la pioggia di fulmini che colpisce i silos, evento naturale che suo malgrado imbiancare i capelli a tecnici e a civili.

E Sofia? Rimane con un pugno di mosche: pilota disertore, niente più Jupiter italiani da spiare, seppure la minaccia di lancio MRBM non svanisca perché 3 missili restano a fissarla da lontano, cioé dalle coste della Turchia, paese nel quale forse un aviatore, bulgaro, precipitato non avrebbe conquistato fra stampa e popolazione tante curiosità e simpatia come in Italia.

http://www.barbadillo.it/64636-aeronautica-la-36-aerobrigata-gli-jupiter-e-il-singolare-caso-di-miliusc-solakov/

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Terzomondismo

Sul finire degli anni Sessanta la natura differenziata dei conflitti e delle tensioni internazionali fu tuttavia oggetto di un processo di semplificazione ideologica in favore di una rappresentazione tendenzialmente dicotomica dei rapporti di dominio esistenti su scala mondiale. Andò infatti affermandosi una chiave di lettura del mondo basata su una rigida contrapposizione tra dominatori e dominati, tra vittime e carnefici, su cui in parte si riflettevano ancora i sentimenti che avevano accompagnato l’immenso sforzo bellico contro il nazifascismo in Europa e in parte si risvegliavano memorie ancora recenti di eventi vissuti anche in prima persona. Il ruolo di dominatore e al contempo carnefice all’origine di tutte le principali tensioni internazionali finì così per essere ascritto in primo luogo all’imperialismo statunitense e ai suoi sostenitori, mentre nel ruolo di dominati e vittime furono collocate tutte le popolazioni e i paesi che via via erano stati interessati dai giochi geopolitici della politica estera statunitense: il Vietnam in primis, ma anche Cuba, l’Argentina, il Cile e il Brasile, fino a Nicaragua e Honduras alcuni anni più tardi, per non parlare dell’influenza statunitense nell’area mediorientale, così come emergeva dai giudizi sul conflitto israelo-palestinese [Marzano 2016].

Artefici e divulgatori di tale lettura semplificatrice delle forze in atto su scala globale furono in primo luogo correnti intellettuali e movimenti collettivi costituitisi in Occidente dall’inizio degli anni Sessanta in solidarietà con le lotte di liberazione anticoloniale e gli indirizzi di politica internazionale ed economica provenienti dagli Stati di più recente formazione. Ci si riferisce in particolare ai propugnatori del terzomondismo, ossia di quell’orientamento di pensiero che nel “Terzo mondo” emergente vedeva la possibilità, o semplicemente la speranza, di imprimere un corso inedito alla storia, una via d’uscita dall’asfittica contrapposizione tra due le due ideologie dominanti, verso un nuovo progetto di organizzazione della vita associata e delle relazioni tra popoli e Stati. Un orientamento che pertanto attribuiva alle lotte di emancipazione anticoloniale aspettative imponenti, finanche catartiche, di rinnovamento umano e sociale [3].

Marica Tolomelli

http://storicamente.org/tolomelli-dall-anticolonialismo-all-anti-imperialismo

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Tina Zuccoli

Tina Zuccoli / La maestra che sognava di andare sulla luna

N.A.S.A. Photo, Tina Zuccoli at Pad. 37, Cape Canaveral, Florida, 1964, courtesy Fondazione Fotografia Modena (Fondo Tina Zuccoli)

Siamo felici di annunciare la nostra collaborazione all’edizione 2017 del festival Fotografia Europea di Reggio Emilia, sul tema “Mappe del tempo. Memoria, archivi, futuro”, con una mostra che ha origine da un archivio privato donato dalla famiglia a Fondazione cassa di Risparmio di Modena e conservato presso Fondazione Fotografia: quello della maestra elementare Tina Zuccoli.
Nata a Imola nel 1928, la Zuccoli ha sempre affiancato il lavoro da maestra, per il quale era molto conosciuta nella Bassa modenese, ad una grande passione per i viaggi e la fotografia: partecipò a numerose spedizioni nel Mar Glaciale Artico e, grazie al suo interesse per i viaggi sulla luna, fu invitata alla base spaziale di Cape Canaveral, dove si preparava il lancio dell’Apollo 11, la prima missione spaziale che portò gli uomini sulla luna.
‘Tina Mazzini Zuccoli. ReVisioni di un archivio’, a cura di Silvia Vercelli e Andrea Simi, presenta una selezione di immagini e documenti provenienti dall’archivio, proponendone una rivisitazione contemporanea grazie alle fotografie di Andrea Simi e alle video-testimonianze raccolte tra persone legate all’autrice.
L’inaugurazione, ad ingresso libero, è giovedì 4 maggio, alle 18, presso la nostra sede didattica, in via Giardini 160 a Modena. Vi aspettiamo!

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Moto Morini

Per quanto riguarda la produzione di serie, negli anni sessanta conoscono grande diffusione la Sbarazzino 100 e la Corsaro 125, moto concepite per l’utilizzo stradale. Ma l’anima sportiva Moto Morini emerge nuovamente quando da quest’ultima viene derivata la Corsaro Veloce, che verrà poi declinata in numerose varianti sportive (la Competizione, la Sport, la Lusso, la Super Sport, la Country, la Regolarità, quest’ultima vincitrice della Sei Giorni Internazionale del 1966 in Svezia e dei Campionati Italiani Regolarità del 1967 e 1968). Anche il motore viene rivitalizzato incrementandone la cilindrata a 150 cm³ e conseguentemente le prestazioni, affiancato da un modello d’ingresso di cilindrata inferiore, il Corsarino 48.

Proprio il Corsarino, prodotto e venduto in diversi modelli (Z, ZZ, ZT, Scrambler e Super Scrambler) ininterrottamente dal 1963 al 1977, sarà uno dei modelli più popolari della casa bolognese. Pur essendo un ciclomotore secondo la normativa italiana, era in realtà costruito come una moto vera e propria con telaio a doppia culla e motore a 4 tempi, divenendo ben presto uno dei mezzi più ambiti dai giovani dell’epoca. Di questa moto venne anche prodotta una versione con motore maggiorato a 60 cm³ (denominata “Pirate” o “Twister”), per l’esportazione negli USA.

 

Fu grazie a questa piccola “commedia degli equivoci” che Giacomo Agostini, nel 1961, riuscì ad avere la moto dei sogni suoi e di buona parte dei suoi coetanei: una Morini 175 Settebello.

Alfonso Morini muore nel 1969, le redini della Moto Morini vengono prese dalla figlia Gabriella.

Fonte: Wikipedia s.v. Moto Morini e Giacomo Agostini

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Malcolm X

E se c’è una cosa che la cultura occidentale ha perfezionato, è la cooptazione. Forrest Palmer scrive: “Sto scrivendo un post sul blog intitolato ‘Malcolm X in un francobollo.’ È esattamente ciò che si trova qui [http://www.movements.org/pages/team]. Quando a livello locale inizia a muoversi qualcosa che non può essere arrestato, le élite lo accettano, piazzano dei leader selezionati in prima linea per acquietare le masse facendo loro credere di fare comunque qualcosa di ‘rivoluzionario,’ trattano con i ‘leader’ per assicurarsi che cedano allo stato, scendano a compromessi e che tutto rimanga nella situazione attuale o quantomeno che i compromessi siano così diluiti da non cambiare nulla per le masse, ma al contrario rafforzare ancor di più lo Stato. Il miglior esempio di un singolo evento del genere: La Marcia su Washington. In origine una rivolta di massa dei neri, divenuta poi un’innocua passeggiata nel parco mascherata da attivismo. Tutti i discorsi, incluso il ‘grandioso’ monologo I Have a Dream di King dovettero passare il vaglio del governo. Se i loro discorsi non si conformavano a ciò che lo Stato voleva, o li modificavano (John Lewis) oppure non veniva loro permesso di parlare (James Baldwin).”

Malcolm prevedeva che se il disegno di legge sui diritti civili non fosse stato approvato, ci sarebbe stata una marcia su Washington nel 1964. A differenza della marcia su Washington nel 1963, che era stata pacifica e all’insegna dell’integrazione, la marcia che Malcolm immaginava per il 1964 sarebbe stata un ‘esercito non-violento’ di soli neri con biglietti di sola andata.” [Wikipedia, a proposito di Malcolm X ed il suo discorso The Ballot or the Bullet.]

Così stanno le cose.  Malcolm X fu assassinato il 21 febbraio 1965. E mentre i nostri fratelli e sorelle in Africa, in Medio Oriente e nel Sud del mondo continuano ad essere pesantemente sfruttati o annientati del tutto dalle forze imperialiste, il movimento non è mai stato più docile. Cinquecento dollari al giorno per una vacanza al Summit di Rio+20 non sono mai stati accettati con più facilità dai pochi eletti a far parte del circolo allo champagne. E con un’amministrazione tutta democratica ed un presidente afroamericano alla Casa Bianca, per l’attuale movimento per i diritti civili e per le organizzazioni dominanti di sinistra non è mai stato più facile tacere, mentre ben poche critiche sono mosse dalla società civile che essi, auto-proclamandosi, rivendicano falsamente di rappresentare.

http://vocidallestero.it/2017/03/08/avaaz-ruffiani-imperialisti-del-militarismo-protettori-delloligarchia-fidati-mediatori-di-guerra/

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Il concilio Vaticano II

Ci fu una convergenza d’interessi fra certi settori del giudaismo e alcuni circoli liberali cattolici, entrambi volti a far sì che il Concilio Vaticano II imboccasse con molta decisione la via delle riforme radicali, sia per ciò che riguarda il rapporto con il giudaismo, sia per ciò che riguarda la struttura interna della Chiesa cattolica, tanto sul piano liturgico e pastorale, quanto, e sia pure in forma velata, su quello teologico e disciplinare…

Se si voleva dare una “spinta” al Concilio in senso liberale, lo sfruttamento del genocidio degli ebrei sembrava la risorsa perfetta, nel senso di inoppugnabile, per portare a termine una simile operazione: una volta caricato il fardello di una così atroce, di una così schiacciante responsabilità morale sulle spalle della Chiesa, chi mai avrebbe osato opporsi a una “liberalizzazione” di essa, in senso progressista e modernista, e, aggiungiamo noi, anche in senso filo-giudaico, ovviamente per offrire una doverosa “riparazione” a quella colpa? Ma, come già abbiamo avuto occasione di dire, la “svolta” filo-giudaica, con il passaggio degli ebrei da “perfidi giudei” a “fratelli maggiori” dei cattolici, e dei cristiani tutti, portava con sé, necessariamente, anche una svolta in senso filo-islamico: e di entrambe stiamo assistendo oggi agli sviluppi, sempre più audaci e sempre più sconcertanti.

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=58327

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I premi Hugo del 1960

cropped-2010header1959-1966 – Seconda parte: 1960

I Trofei

I trofei dei Premi Hugo variano di anno in anno, ma tutti (salvo quello dell’anno 1958) mostrano un elemento prevalente: Il razzo Hugo con le pinne appoggiate al piedistallo.

I primi trofei avevano un razzo disegnato da Jack McKnight e Ben Jason che appoggiavano sul basamento in legno di una automobile americana del 1950. Comunque la forma del razzo cambiava ogni anno, a seconda dell’interpretazione del comitato disegnatore. Il disegno attuale del razzo del trofeo, che è considerato definitivo, è lo stesso da quando Peter Weston lo disegnò nel 1984 al suo debutto. Da allora ogni razzo del premio (eccetto quelli del 1991) è stato veramente fuso nello stesso stampo.

Ogni comitato della Worldcon disegna la base del trofeo. Alcune erano abbastanza piatte, altre furono indirizzate verso un modello fantasioso e stravagante. Il premio del 1992, presentato alla Magicon, includeva pezzi della gru della NASA del Centro Spaziale Kennedy, mentre quello del 1994, presentato alla ConAdian, conteneva pezzi di “metallo spaziale”, pezzi dell’involucro di un razzo canadese che era stato nello spazio.

Una collezione dei premi sono stati fotografati per primi da Michael Benveniste e Sheila Perry.

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1960 Hugo

1960 (1)Convention tenuta a: Pittcon, Pittsburgh, dal 3 al 5 Settembre 1960, presentata da Isaac Asimov.

Romanzo vincitore (Novel):

Starship Troopers (aka: Starship Soldiers), di Robert Heinlein

Dec 1959; G. P. Putnam’s Sons: $ 3.95, Pg. 309

Apparso come Starship Soldier in due puntate su:

1 – The Magazine of Fantasy and Science Fiction, October 1959; Ed. Robert P. Mills; Mercury Press, Inc.; $ 0.50; pg. 164

2 – The Magazine of Fantasy and Science Fiction, November 1959; Ed. Robert P. Mills; Mercury Press, Inc.; $ 0.40; pg. 132

22° 1975 Locus All-Time Best Novel

21° 1987 Locus All-Time Best SF Novel

24° 1998 Locus All-Time Best SF Novel before 1990

Fanteria dello spazio: U. n. 276 del 25-02-1962; UCL. n. 35 del Febbraio 1980; UC. n. 17 del Febbraio 2004.

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La storia è raccontata in prima persona e in un linguaggio secco e pittoresco da un soldato dell’esercito terrestre, un ragazzo che scappa di casa per arruolarsi nella fanteria dello spazio (regina, a quanto pare, anche delle battaglie cosmiche), partecipa alle operazioni belliche nella Galassia, e «fa carriera» fino a meritarsi i galloni da ufficiale… Ma ciò che costituisce il mordente del libro e lo straordinario verismo, la «fedeltà» quasi cinematografica delle esperienze militari del protagonista I sergenti cattivi, le marce le esercitazioni a fuoco, la terribile disciplina, la solidarietà fra commilitoni sono cose che molti lettori conosceranno per averle provate di persona. Ma qui anche la «tuta potenziata» l’arma tuttofare della fanteria spaziale, anche i lanci dall’astronave, i rastrellamenti a «saltamontone», le offensive contro i «pelleossa» e i «ragni» dei pianeti nemici sono descritti con una bravura da grande documentarista. Ed è l’apparenza realistica di queste avventure di guerra a renderle più persuasive e soprattutto più drammatiche e avvincenti.

Altri romanzi nominati:

1 – Dorsai! (aka: The Genetic General), di Gordon R. Dickson: 1960; Ace Books (Ace Double #D-449); $ 0.35; pg. 159+96. Il secondo romanzo è Time to Teleport (niente a che fare con i Dorsai).

Apparso a puntate su:

Astounding Science Fiction; May, June and July 1959; Ed. John W. Campbell, Jr.; Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.35; pg. 164; ogni volume.

Il mercenario di Dorsai; Il generale genetico: Galassia n. 23 del Novembre 1962; CA n. 34 del Settembre 1974;

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Donal Graeme è nato su Dorsai, il piccolo pianeta che fornisce i migliori soldati della Galassia, ma fin dalla giovinezza ha sempre avuto la sensazione di essere qualcosa di più che un semplice ufficiale professionista: una sorta di vocazione a giocare un ruolo determinante nel futuro della comunità stellare.

Per questo, nel corso di una rapidissima carriera che lo porta su tutti i fronti delle guerre interplanetarie, non esita a sfidare gli uomini più potenti del suo tempo e a sfruttare a proprio favore – nella migliore tradizione della sua razza – i loro errori di giudizio.

Ma sul turbolento scacchiere interplanetario si combatte anche un altro tipo di guerra, che non fa uso di armi: un sottile conflitto di potere, orchestrato da un uomo che in qualsiasi caso, indipendentemente da vinti e vincitori, finirà col trovarsi in vantaggio.

Soltanto Donal è consapevole dell’esistenza di questa minaccia, ma per salvare l’umanità dalla schiavitù dovrà vincere la sua battaglia più difficile: comprendere la propria natura, accettare il fortunato caso genetico che ha fatto di lui un superuomo.

2 – The Pirates of Ersatz (aka: The pirates of Zan), di Murray Leinster: 1959; Ace Books (Ace Double #D-403); $ 0.35; pg. 93+163.

Il secondo racconto compreso nel libro è The Mutant Weapon.

Apparso a puntate su Astounding Science Fiction, February, March and April 1959; Ed. John W. Campbell, Jr.; Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.35; pg.164; ogni volume.

I pirati di Zan: Galassia n. 90 del Giugno 1968.

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Bron Hoddan era nato su Zan, il pianeta in cui tutti erano pirati dello spazio. E gli abitanti degli altri pianeti civilizzati io ritenevano la più grande minaccia alla sicurezza della Galassia. Perché Bron Hoddan aveva compiuto una scoperta, e questa scoperta era la più temuta da tutti gli esseri civili: il raggio della morte. Così Hoddan fu costretto a emigrare su Darth, il pianeta medievale, e a combattere laggiù la sua battaglia contro le forze che volevano distruggerlo.

3 – That sweet little old lady (aka: Brain Twister), di Mark Phillips (aka: Randall Garrett and Laurence M. Janifer): Aug 1962; Pyramid Books; #F-783; $ 0.40; pg. 144.

Apparso in due puntate su:

Astounding Science Fiction, September and October 1959; Ed. John W. Campbell, Jr.; Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.35; pg. 164.

I dominatori del pensiero: Cosmo Ponzoni n. 141 (I Romanzi del Cosmo) del Febbraio 1964.

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Il nemico non è un nemico tradizionale. Non uccide, non si tradisce. Non è possibile scoprirlo, perché costui non domina il corpo. Domina lo spirito, il pensiero. Ma il pericolo si presenta ancora più grave. La temuta spia si annida tra le segretissime mura di un ente spaziale. Le menti degli scienziati sono in pericolo. Un campo senza barriere e la prospettiva di una battaglia ad armi impari, dove, anzi, le armi non contano. Una battaglia in cui deve essere temuto ogni uomo dal comandante all’ultimo soldato. Gli scienziati stessi, il capo della polizia federale, tutti possono essere identificati nel mostro che domina il pensiero, che oggi dà il terrore e, domani, forse anche la morte.

4 – The Sirens of Titan, di Kurt Vonnegut: Dell, October 1959; #B138; $ 0.35; pg. 319.

Le sirene di Titano: SFBC n. 13 del Febbraio 1965; CO n. 46 del Febbraio 1981

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Perché dovrebbe Malachi Consiant, l’uomo più ricco, più fortunato e più depravato degli Stati Uniti, partire con la sua astronave privata per destinazioni sconosciute assieme all’unica donna capace di resistergli? Chi è in realtà Unk, il povero soldato dell’esercito marziano che è stato sottoposto per ben otto volte al lavaggio dal cervello e ricorda ancora inquietanti particolari che lo spingono a cercare di saperne di più sul suo passato? Quale scopo bizzarro si nasconde dietro la strana invasione dei marziani sulla Terra? E quale rapporto esiste tra Winston Niles Rumfoord, il gentiluomo cronosinclasticoinfabulato che appare e scompare periodicamente sulla Terra e su Marte, e Salo, il misterioso inviato del lontanissimo pianeta Tralfamadore, naufragato con la sua astronave su Titano?

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Short Story vincitrice:

Flowers for Algernon, di Daniel Keyes: The Magazine of Fantasy and Science Fiction, April 1959; Ed. Robert P. Mills; Mercury Press, Inc.; $ 0.40; pg. 132

Fiori per Algernon: Gamma n. 5/3 marzo 1966; GO n. 3/23 del Maggio 1978.

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Nessuno aveva aiutato Charlie Gordon a uscire dall’isolamento e dal buio della sua mente atrofizzata, ed egli, rinnegato da tutti, pareva destinato a trascinare una spenta esistenza puramente vegetativa. Poi venne, con la sua equipe di biologi, psicologi e neurochirurghi, il dottor Nemur, l’uomo che stava conducendo esperimenti sul cervello dei topi e che era riuscito a trasformare uno di questi, Algernon, in un abilissimo, oltre che simpaticissimo, essere evoluto. Anche Charlie diverrà una cavia, l’amico-rivale di Algernon, e poi, grazie agli interventi di Nemur, un individuo straordinario, sempre più avanzato nella scala biologica, un genio in assoluto (eppur capace di rinnovare la scoperta più affascinante: quella dell’amore). Ma anche la scienza conosce omissioni ed errori, e la sperimentazione non sempre riesce a operare nel senso che si è ripromessa:. un’unica e atroce sorte accomunerà l’esistenza di Algernon e quella del suo devotissimo Charlie…

Considerazione personale: Uno dei più bei racconti mai pubblicati.

Altre short story nominate:

1 – The Alley Man, di Philip José Farmer: The Magazine of Fantasy and Science Fiction, June 1959; Ed. Robert P. Mills: Mercury Press, Inc.; $ 0.40; pg. 132

L’ultimo dei Paley; L’uomo del vicolo; Un dio dal passato: Futuro Pocket Fanucci n. 2/1 del Luglio 1972; Sidera n. 2/1 del 1982

Può un essere umano di un lontanissimo passato sopravvivere sino alla nostra epoca e far innamorare di se una intellettuale?

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2 – The Pi Man, di Alfred Bester: The Magazine of Fantasy and Science Fiction, October 1959; Ed. Robert P. Mills; Mercury Press, Inc.; $ 0.50; pg. 164

Il signor Pi Greco; Il compensatore: U. n. 469/4 dell’Agosto 1967

The Pi Man, a man who must always find balance in numbers and patterns–and elude those who wish to use his abilities for their own fanatical ends. Against his better instincts, he allows himself to feel something for his persistent assistant, Liz Chalmers, a woman undeterred by his intimation that his need for balance calls for a need to do violence to those he loves.

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3 – The Man Who Lost the Sea, di Theodore Sturgeon: The Magazine of Fantasy and Science Fiction, October 1959; Ed. Robert P. Mills; Mercury Press, Inc.; $ 0.50; pg. 164 (per la cover vedi n. 2 sopra).

L’uomo che vide svanire (scomparire) il mare; L’uomo che perse il mare: Fantasia e Fantascienza Minerva n. 3/1 del Febbraio 1963; Nova SF* n. 13 (55)/3 del Marzo 1988

A boy is showing a model helicopter to a person described as a “sick man” on a beach. As the story progresses, the models shown by the boy increase in sophistication, first a rocket plane and then an interplanetary spacecraft. The reader also learns of significant events in the boy’s life, including his fascination with the Sputnik satellite and a near-drowning experience while swimming in the ocean. At the end the boy and the sick man are the same person, an injured astronaut who is regaining consciousness after a crash landing on Mars.

The story is told as a second-person narrative (i.e., “You raised your head …”, “If you were the kid …”).

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4 – Cat and Mouse, di Ralph Williams: Astounding Science Fiction, June 1959; Ed. John W. Campbell, Jr. Street & Smith Publications, Inc.; $ 0.35; pg. 164

Inedito in italia: eBook in inglese

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The story is set in Alaska. Ed Brown, a trapper, has just begun a winter’s stay in the wooded mountains. He soon discovers a “hole” into another world, World 7, being used by an alien civilization as an experimental ground for transplanting intelligent life from different planets. However, World 7 has inadvertently been infested with a Harn, an intelligent predator. The entity overseeing the planet, the Warden, needs to eliminate the Harn and decides that the easiest way to do this is to open a portal from World 7 to Earth. The Warden’s intention is to have the people of Earth kill the Harn.

His curiosity piqued by what he sees through the portal, Ed Brown passes through and investigates the other world. He soon comes into conflict with the Harn, but escapes back through to Earth. The Harn follows him through the portal and a final fight takes place in the mountains of Alaska. The Harn is a colony organism that can produce individuals of different sizes, shapes, and armaments, though it is limited by available resources. As the conflict develops, it tries to win by producing two large, lethal individuals.

Ed, being prepared for a winter in a hostile landscape, has several firearms with him, including shotguns, hunting rifles and light “varmint” guns. He has “snakeproof” pants and other backwoods equipment. The creatures are also allergic to tobacco: he can drive off some of the smaller ones by spitting tobacco juice at them.

Ed’s need to conserve ammunition by not wasting heavy ammo on small targets. He is able to drive back most of the attacks, but is left with limited ammunition just as the Harn activates the final attackers. Realizing that the creature must have a central controller, he goes to World 7 while the Harn is mostly on Earth. He finds a burrow by following tracks, pours gasoline in and lights it. Just then the final attackers appear. They are huge bear-like creatures with fangs, claws, and six legs. Ed shoots one several times with his rifle but is injured as it makes a dying lunge. The second creature appears, but fortunately the Harn dies, and it collapses.

Ed is watching as a stranger looks at the battlefield, smiles at him and disappears. This is evidently the Warden.

Ferdinando Temporin

http://andromedasf.altervista.org/seconda-parte-1959-1966-volume-secondo-1960/

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Cinema ’63

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 21.15

    (Italia/1963) di Federico Fellini (138′)

    precede
    C.I.A.C. CALEIDOSCOPIO N° 1498 (5′)

    Cinefilia

Domenica 5 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.15

    (Italia-Francia/1963) di Luchino Visconti (185′)

Mercoledì 8 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.00

    (The Servant, GB/1963) di Joseph Losey (115′)

    Cinefilia
    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli
  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 22.15

    (A Child Is Waiting, USA/1963) di John Cassavetes (102′)

    Cinefilia
    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli

Giovedì 9 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 17.30

    (Italia/1963) di Mario Monicelli (128′)

    precedono
    FAZZOLETTI DI TERRA (Italia/1963) di Giuseppe Taffarel (12′)
    C.I.A.C. CALEIDOSCOPIO 1503 (7′)

Venerdì 10 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 18.00

    (A Child Is Waiting, USA/1963) di John Cassavetes (102′)

    precede
    FELICE NATALE (Italia/1963) di Cecilia Mangini (12′)

    Cinefilia
    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli
  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 22.15

    (Italia/1963) di Francesco Rosi (105′)

    precedono
    SAN LORENZO, UOMINI E CASE (Italia/1963) di Lino del Fra (10′)
    SETTIMANA INCOM 2335 (7′)

Sabato 11 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 16.00

    (Le Mépris, Francia-Italia/1963) di Jean-Luc Godard (84′)

    precede
    PAPARAZZI (Francia/1963) di Jacques Rozier (18′)

    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli
  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.15

    (Tystnaden, Svezia/1963) di Ingmar Bergman (95′)

    Cinefilia
    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli
  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 22.15

    (Lord of the Flies, GB/1963) di Peter Brook (92′)

    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli

Domenica 12 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.15

    (USA/1963) di Elia Kazan (174′)

    Cinefilia
    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli

Mercoledì 15 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.00

    (Le Feu follet, Francia-Italia/1963) di Louis Malle (110′)

    Cinefilia
    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli

Giovedì 16 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.00

    (El verdugo, Spagna-Italia/1963) di Luis García Berlanga (89′)

    precede
    UOMINI SUL VAJONT (Italia/1959) di Luciano Ricci (14′)

    Cinefilia
    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli

Venerdì 17 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 18.00

    (USA/1960) di Robert Drew (53′)

    segue
    FACES ON NOVEMBER (USA/1964) di Robert Drew (12′)

    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli

Sabato 18 febbraio

  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 18.00

    (Italia/1963-2008) di Pier Paolo Pasolini, a cura di Giuseppe Bertolucci (83′)

    precede
    IL CARRETTIERE (Borom Sarret, Senegal/1963) di Ousmane Sembène (22′)

    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli
  • Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni 20.00

    (From Russia With Love, GB/1963) di Terence Young (118′)

    Lingua originale con sottotitoli Lingua originale con sottotitoli
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Incubi e sogni di provincia

Giorgio Preti e le arti tra Modena e Reggio Emilia negli anni del miracolo economico

mostra a cura di Stefano Bulgarelli, Francesca Piccinini e Luciano Rivi
realizzata in collaborazione con la Galleria Civica di Modena e i Musei Civici di Reggio Emilia

3 dicembre 2016 / 25 aprile 2017
Museo Civico d’Arte. Palazzo dei Musei, Largo Porta Sant’Agostino 337, Modena
Inaugurazione  sabato 3 dicembre 2016 ore 17. A seguire brindisi
 preti

Nel 2015 è stato donato ai Musei Civici di Modena l’intero studio del promettente artista concittadino Giorgio Preti (1940-1961), posto nell’altana dell’abitazione di famiglia in via Sabbatini e ricco degli arredi originali, dipinti, disegni, cataloghi di mostre, libri e riviste. Grazie alla conservazione dell’assetto originario, rimasto inalterato dalla scomparsa tragica e prematura dell’artista nel 1961 all’età di soli 21 anni, lo studio e i materiali che lo costituiscono offrono la possibilità per rileggere gli anni Cinquanta-primi Sessanta e con essi i diversi fenomeni culturali e storici, indici di una stagione segnata da forti cambiamenti e dalla nascita di una nuova identità giovanile.

Grazie a oltre 150 tra dipinti, disegni, progetti e oggetti di design, il percorso espositivo diventa un viaggio tra gli “incubi” e i “sogni” della neonata società dei consumi, attraversata sia dalle speranze di successo economico-sociale, sia da più sottese ma ugualmente diffuse inquietudini esistenziali.

A restituire l’immagine dell’uomo di metà Novecento spetta principalmente alle arti visive appartenenti all’ultima stagione Informale, immediatamente prima dell’affermazione della Pop Art e delle neoavanguardie, fino al ritorno ad una “nuova figurazione”.

 

In mostra sono presenti anche tre disegni dei quarantacinque appartenenti alla Galleria civica di Modena, che aveva celebrato Giorgio Preti in una mostra inaugurata nella primavera del 2015 e dedicata alle nuove acquisizioni dell’istituzione modenese. Tratti dalla raccolta della Galleria civica saranno esposti anche alcuni bozzetti di Koki Fregni dal fondo a lui dedicato.

Ingresso gratuito

 

Orari  martedì › venerdì  ore  9.00 ›  12.00  sabato, domenica e festivi  ore 10.00  › 13.00 e 16.00  › 19.00 lunedì non festivo chiuso

Durante le festività natalizie si osserveranno i seguenti orari:

Giovedì 8 dicembre: 10-13 e 16-19

Sabato 24 e 31 dicembre: 10-13 e 16-19

Domenica 25 dicembre e 1 gennaio:16-19

Lunedì 26 dicembre e venerdì 6 gennaio: 10-13 e 16-19

 

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Mark Twain

Quando la televisione era educativa, c’erano gli “sceneggiati televisivi”, uno dei quali era: “Questa sera parla Mark Twain” di Daniele D’Anza con Paolo Stoppa, Rina Morelli, Sergio Tofano.
Genere Biografico produzione Italia, 1965
Riuscito pastiche di telebiografia e di racconti sceneggiati. Vediamo
gli ultimi anni della vita dello scrittore Mark Twain intramezzati con
scene delle sue novelle più famose. Grande show di Stoppa nei panni di
Twain, che cantava anche una strana sigla:

“Oh fattorino dal ciuffo nero, fora il biglietto al…
fora il biglietto al… al passeggero! Foralo bene, con diligenza, fin
dal momento del.. fin dal momento del… della partenza” etc.

Dal sito linkato apprendiamo il testo originale:

Conductor, when you receive a fare,
Punch in the presence of the passenjare!
A blue trip slip for an eight-cent fare,
A buff trip slip for a six-cent fare,
A pink trip slip for a three-cent fare,
Punch in the presence of the passenjare!

CHORUS

Punch, brothers! punch with care!
Punch in the presence of the passenjare!

Il racconto è
PUNCH, BROTHERS, PUNCH

Ma non basta! Ecco la versione di Guidone del 1965

Bisogna dire che Internet è un bello strumento anche per ricordare :-)

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Black Panther

The Black Panther Party was created October 15, 1966, in Oakland, California, by Merritt Junior College students Huey P. Newton (right in undated photo above) and Bobby Seale. The BPP offered a revolutionary alternative to traditional civil rights tactics, strategies, and goals, inspired by the revolutionary nationalist theory of Malcolm X, the BPP spiritual and intellectual father. Newton and Seal intended to extend his legacy to its next logical step — revolution.
     — From “Encyclopedia of African American History” (2010): @

Saturday, October 15
* Platform text (The Sixties Project, University of Virginia): @

     — Note: The book “Black Against Empire: The History and Politics of the Black Panther Party” (Joshua Bloom and Waldo E. Martin Jr., 2013) calls into question this date: @
Saturday, October 29
     BERKELEY, Calif. (UPI) — “Black power” advocate Stokely Carmichael bitterly condemned America as a racist nation Saturday before a cheering throng of 12,000 on the University of California campus.
     He scorned the United States’ role in Viet Nam and urged the white students and young Negroes in the audience to say “hell no” to their draft boards.
Carmichael flew here to participate in the all-day campus “black power” meeting after defying his own draft board in New York to take him into the Army. The crowd in the outdoor Greek theater were mostly white students, but there were many Negroes, some from off-campus.

* Text/audio of Carmichael speech (American Rhetoric): @

* “Stokely Carmichael, ‘Black Power’ ” (Kalen M.A. Churcher, Niagra University, 2009): @

Resources
* Chronology and audio/video (UC Berkeley Library): @
* Summary from http://www.marxists.org: @
* Summary from Amistad Digital Resource: @
* “On the Ideology of the Black Panther Party” (Eldridge Cleaver): @
* “In Defense of ‘Black Power’ ” (David Danzig, Commentary magazine, September 1, 1966): @
* Negro Digest (October 1966): @
* Negro Digest (November 1966): @
* Negro Digest (December 1966): @

* Website of Bobby Seale: @
* Related publications (Michigan State University): @
* More resources (art-of-protest.net): @
* More resources (Freedom Archives): @
* More resources (SNCC Legacy Project): @

* Earlier post on Lowndes County Freedom Organization (December 1965): @ 


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Gamma film

Nella prima parte della sua vita, Paolo Piffarerio ha ordinato agli italiani, attraverso la televisione, che cosa mangiare (carne in scatola Montana, formaggino Prealpino, crackers Doria, biscotti Bucaneve, gelati e panettoni Motta, caramelle Sana Gola), che cosa bere (Coca-Cola, Fanta, Sangemini, Recoaro, Crodino, succhi di frutta Derby, caffè Hag, brandy Vecchia Romagna, aperitivo Rosso antico, amaro 18 Isolabella, Dom Bairo, Petrus Boonekamp e vino Ferrari (niente a che vedere con il famoso spumante trentino), come condire l’insalata (con l’olio Dante), come guarnire i piatti (con la maionese Vegè), come preparare il brodo (con i dadi Knorr, Lombardi e Krone, ché la carne, allora, si vedeva in tavola sì e no la domenica), che cosa usare dopo i pasti (dentifricio Binaca), come confezionarsi i vestiti (con le macchine per cucire Necchi e Singer), come fare il bucato (con il sapone Sole), come pulire i vetri (con il Vetril), come lucidare i pavimenti (con la cera Solex), quali tessuti scegliere (nylon e terital Rhodiatoce), che cosa indossare (abiti Lubiam, calze Malerba, biancheria Imec), che cosa leggere (il Corriere dei Piccoli, l’enciclopedia Conoscere dei Fratelli Fabbri, i romanzi economici serie Angelica della Garzanti), quale benzina mettere nel serbatoio delle prime Fiat 600 (Supercortemaggiore), come curare le lombalgie (con la Vegetallumina) e persino come uccidere le mosche (con il Neocid Geigy).

Adesso che ha superato i 90 anni, la legge del contrappasso ha trasformato Piffarerio nell’esatto opposto dell’ Homo consumens descritto dal sociologo Zygmunt Bauman, i cui bisogni non devono esaurirsi mai, pena la stagnazione economica. Vive modestamente in 80 metri quadrati in una traversa di via Padova, la zona più multietnica di Milano; non conosce lussi, a parte la colazione con cappuccino e brioche che ogni mattina si concede al bar ma più che altro come pretesto per uscire dall’appartamento rimasto troppo vuoto dopo la morte della moglie Anna Susca; consuma unicamente i pasti frugali che «una signora molto buona» va a preparargli la mattina e poi gli mette nel frigorifero per essere riscaldati sul fornello a mezzodì e alla sera; tiene sul ripiano della credenza soltanto una selva di medicinali e il pacco del cotone idrofilo che serve alla samaritana per disinfettarlo con l’alcol prima delle iniezioni quotidiane; si accontenta della lampadina da 60 watt che proietta il suo fievole cono di luce sul tavolo di cucina; indossa un golf sopra la maglia di lana invece degli eleganti doppiopetto che i Bianchi, padroni della Lubiam, gli facevano confezionare all’istante su misura in segno di gratitudine quando andava da loro a Mantova a mostrargli in anteprima i filmati pubblicitari aventi per testimonial Riccardo Paladini, il primo speaker del telegiornale della Rai diretto da Vittorio Veltroni (padre del Walter oggi in corsa per il Quirinale).

Soprattutto a Piffarerio non frega più una beata mazza della Tv: «Se guardo Porta a porta di Bruno Vespa? Chi è Bruno Vespa? Ballarò di Massimo Giannini? Chi è Massimo Giannini?». Non sta celiando. «Al massimo mi scappa di vedere qualche rara volta il Tg1. Per il resto seguo solo Rai 5. Lì trovo sempre qualche bel concerto di musica classica. Adesso stanno dando anche le commedie di Eduardo De Filippo». Eppure ci fu un tempo, dal 1953 sino alla fine degli anni Novanta, in cui il milanese Piffarerio contribuì a fare la storia della televisione insieme con i fratelli Gino e Roberto Gavioli, suoi compagni d’avventura nella Gamma film, nata in uno scantinato di via Dolomiti, a Milano, e in breve tempo divenuta talmente importante da suscitare l’interesse del produttore cinematografico Carlo Ponti, marito di Sophia Loren. La fortuna dell’eclettico trio cominciò alle ore 20.50 del 3 febbraio 1957, quando sull’unico canale della Rai in bianco e nero apparve per la prima volta la sigla di Carosello, e finì il giorno di Capodanno del 1977, quando andò in onda l’ultima puntata. Il leggendario siparietto frapposto tra il telegiornale della sera e l’inizio dei programmi comprendeva quattro storie pubblicitarie della lunghezza tassativa di 2 minuti e 15 secondi ciascuna e finiva con una voce femminile che elencava le aziende partecipanti, dando appuntamento alle serate successive.

Figlio di un artigiano argentiere e di una sarta, Piffarerio conobbe Gino Gavioli all’Accademia di Brera, dove entrambi si diplomarono. «Io poi m’iscrissi per un biennio al Politecnico, pensavo di diventare architetto». Invece fu catturato dal fumetto, che gli diede subito di che mangiare. Suo il personaggio di Capitan Falco, inventato durante il fascismo; sua la serie di album dedicati al popolare calciatore Giuseppe Meazza («ma ebbero più successo quelli ispirati agli sketch di Ridolini, al secolo Larry Semon: ne pubblicai 32»); sua la mano nei fumetti di Alan Ford dopo l’abbandono di Magnus (alias Roberto Raviola); suoi gli albi di Maschera Nera, El Gringo, Atomik, Milord; sue le storie di Joseph Fouché ambientate ai tempi della rivoluzione francese e ispirate agli sceneggiati tv I giacobini e I grandi camaleonti di Edmo Fenoglio; suoi I promessi sposi e Le avventure di Ulisse sul Giornalino delle Paoline; sue molte delle tavole nei 17 volumi della Storia d’Italia a fumetti scritta da Enzo Biagi. Piffarerio è stato il direttore tecnico di quasi tutti gli short prodotti dalla Gamma film, cortometraggi che fondevano cinema d’animazione, interpretazioni di celebri attori, rime baciate e slogan fantasiosi e che restano impressi nella memoria collettiva di almeno due generazioni d’italiani.

«Quaggiù nel Montana fra mandrie e cowboy / c’è sempre qualcuno di troppo fra noi».

«?Griiingooo! Sarà mezzogiorno, mezzogiorno di cuoco…?. L’idea ci venne sull’onda del successo della canzone Ringo, cantata da Adriano Celentano. Arruolammo Roberto Tobino, un disoccupato che bighellonava nei nostri studi in attesa di qualche particina. Il colpo di genio fu infilargli le scatolette di carne al posto delle pallottole nella cartucciera che portava sotto il poncho».

«Mi pingo, mi pungo, / mannaggia la rima con Gringo».

«Le rime erano la specialità di Alfredo Danti, giornalista Rai che andava in onda nel Gazzettino padano. Prestava anche la voce fuori campo».

Mi ricordo Tacabanda.

«Le figure di Andrea e della sua spalla Oracolo, i cantastorie dei caroselli Doria, furono suggerite a Gavioli dalla visione di uno strano tizio che ad Amburgo suonava per strada, da solo, una quantità inverosimile di strumenti musicali».

E Sorbolik.

«Dialogava con Gino Cervi nei caroselli della Vecchia Romagna. Ho perso il conto di quanti ne girammo per la Buton di Bologna, inclusi quelli in cui, sull’onda del successo dei film di don Camillo, tirammo dentro anche Fernandel».

Glielo dico io: ben 269 per l’«Etichetta nera, il brandy che crea un’atmosfera», 121 per il Rosso antico, 59 per il Petrus.

«I bambini fermavano Cervi per strada e gli chiedevano come mai non fosse accompagnato da Sorbolik».

Poi c’era il vigile siciliano Concilia. Alle prese con il troglodita veneto Foresto, che non conosceva il codice della strada: «Par mi tuto fa brodo». Un terrone più evoluto del polentone.

«?Non è vero che tutto fa brodo, è Lombardi il vero buon brodo?. Lo slogan per il dado ci fu suggerito dallo scrittore Marcello Marchesi, dopo che aveva litigato in una trattoria di Firenze con un cameriere che voleva rifilargli una brodaglia salatissima. Pochi sanno che le voci del ritornello erano di Alighiero Noschese e di Virgilio Savona del Quartetto Cetra. A un certo punto nelle città italiane i vigili non usarono più la formula ?concilia??, al momento di affibbiare una multa, per paura d’essere presi in giro dagli automobilisti».

Come s’era diviso i compiti con Gino Gavioli?

«L’idea del personaggio veniva a lui. Buttava giù uno schizzo di quello che aveva in testa e lo affidava a me. A quel punto io ideavo lo story board, cioè la trama e la sequenza di bozzetti che avrebbero formato quello che oggi viene chiamato spot. A quei tempi la legge vietava la presenza della pubblicità all’interno dei programmi. Per questo la Rai inventò Carosello. Che aveva regole draconiane: una scenetta di 1 minuto e 45 secondi, rigidamente distinta dal cosiddetto codino, i 30 secondi finali in cui venivano decantate le qualità del prodotto».

Servono migliaia di disegni per un cartone animato di 105 secondi.

«Potevo contare su una pattuglia di animatori. Il più bravo si chiamava Giovanni Ferrari. Ci fu portato via dalla Walt Disney ed emigrò negli Stati Uniti».

Ai pupazzi subentrarono gli attori.

«I secondi spesso interagivano con i primi. Carlo Campanini assunse le sembianze di Gustavino Buttalacqua nelle réclame del vino marchigiano Ferrari».

Quello dell’«Adalgisa che non sbaglia brisa». E invece si sbagliava, perché anni dopo, nel 1967, si scoprì che veniva fatto con zucchero, datteri, acetato di piombo e banane marce.

«Brutta storia, che addolorò molto Campanini, seguace di padre Pio. Eravamo rimasti tutti fermi al ritornello ?Bevevano i nostri padri, in quantità, / e noi che figli siamo, Ferrari beviamo, / il vino genuino, di classe e qualità?».

Che altri attori ricorda dei caroselli?

«Brigitte Bardot, la ?natura bionda? del Crodino nel 1972. Tre anni dopo, per lanciare la Fanta, ?l’aranciata d’arancia?, girammo alcune scene in spiaggia in cui comparivano la ballerina Oriella Dorella e la pornostar Ilona Staller».

E la Rai non ve le censurò?

«Non era ancora diventata famosa come Cicciolina. L’unico carosello che ci venne respinto fu uno con Caio Gregorio per la Rhodiatoce».

«Caio Gregorio er guardiano der pretorio»? Non posso crederci.

«Giuro. Nel racconto animato avevo inserito la frase ?2.000 anni prima di Cristo?. La concessionaria Sacis ce lo restituì dicendo che la parola ?Cristo? non si poteva pronunciare. Dovetti rifare la colonna sonora con ?4.000 anni fa?».

Perché morì Carosello ?

«Non morì: fu chiuso. Per spandere la pubblicità dappertutto, immagino».

Che cosa pensa dell’insulso Carosello Reloaded , in onda su Rai 1?

«Aver perso un po’ di diottrie aiuta. Mi pare un’idea superficiale. Nel nostro piccolo, noi abbiamo fatto un pezzetto di storia d’Italia. Non c’è più il Carosello che mandava a letto i bambini, adesso stanno in piedi fino a mezzanotte. Non c’è più niente. C’è solo l’invasione. Con il Wc net all’ora di pranzo».

Gli spot odierni non le piacciono.

«Sono tutti uguali. Si dimenticano in fretta. I nostri erano memorabili. Dopo mezzo secolo si ricordano ancora».

La pubblicità rimane l’anima del commercio?

«Fino a un certo punto. Non credo che oggidì uno spot visto il lunedì faccia vendere molte auto il martedì. O il sabato».

Lei è l’antitesi del consumatore.

«Con 1.200 euro di pensione, frutto della reversibilità della mia povera moglie che ne pigliava 1.800, non è che potrei cambiare l’auto. Comunque mi hanno tolto la patente per via della vista».

Non s’è arricchito con Carosello ?

«Per niente. Avevo un ottimo stipendio, questo sì. Ma l’ho dilapidato in viaggi con la mia Anita: Cina, Russia, Brasile, Stati Uniti, Messico, India. Se oggi mi resta qualcosina da parte, è solo perché fino a pochi anni fa ho disegnato storie a fumetti come un dannato. Carosello mi ha lasciato in eredità solo l’assegno mensile di 240 euro dell’ex Enpals».

Chi è il più abile venditore che ha conosciuto in vita sua?

«Mike Bongiorno».

Il padre putativo di Matteo Renzi.

«Non mi dispiace come premier. Però gli rivolgo l’esortazione del carosello Recoaro: cala cala cala, Trinchetto».

Lei per chi vota?

«Votavo socialista, come mio padre. Mi piaceva la Milano da bere di Bettino Craxi e Paolo Pillitteri. Certo più di quella odierna».

E non ha nostalgia della Milano di quand’era bambino?

«Faccio fatica ad averne. Ero sempre chiuso in casa con mia madre. Mi faceva dormire legato al materasso con le cinture di sicurezza. Una volta, avrò avuto 5 anni, il divano letto si chiuse di scatto e io rimasi intrappolato dentro fino al mattino. Quando i miei lo riaprirono, mio padre urlò: ?L’è mort!?. Invece continuavo a ronfare beato, pressato fra le doghe».

Comprava la roba che reclamizzava?

«La carne Montana me la regalavano».

Ma di suo l’avrebbe comprata?

«Non credo proprio».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

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La piramide rovesciata

piramide

Dopo le alluvioni e i terremoti un nuovo cataclisma sconvolge il nostro Paese : la rivolta dell’Università.

Gli scioperi le occupazioni le serrate le cariche della polizia, gli studenti sospesi imprigionati feriti, i professori disarcionati, i rettori confusi, i ministri smarriti, l’inettitudine e la violenza inaspettatamente rivelate, diffondono una cattiva coscienza che neppure le catene della solidarietà potrebbero esorcizzare.

Per un Paese a struttura autoritaria e benpensante come il nostro, la rivolta dell’Università è inconcepibile : come la rivolta delle accademie militari o della polizia o dei carcerati. Se l’Università è in rivolta tutta la struttura della nazione vacilla : c’è ragione di scandalo e anche di disperazione. Infatti l’Università, come le accademie militari, è considerata una fucina di operatori destinati a far funzionare il sistema. I professori e gli studenti, come la polizia e i carcerati, sono rispettivamente gli iniziatori e i catecumeni, i redentori e i redenti del sistema, nel nome della conservazione e della salvaguardia del sistema.

Se l’Università è in rivolta l’ordine sociale costituito smarrisce le garanzie del suo futuro. Per di piú, e questo è peggio, rischia la confusione del suoi fondamentali valori. La distinzione, precostituita dall’ordine costituito, tra bene e male, giusto e sbagliato, efficienza e spreco, utile e superfluo, eccetera, finisce col dissolvere la sua acquisita precisione in una sequenza inquietante e rischiosa di sfumature dialettiche.

In Italia, quando si dice Università, l’immagine retorica che viene subito alla mente è quella dell’Università medioevale : l’immagine di una comunità totale di docenti e studenti legata da un interesse comune e da una comune responsabilità di ricerca, inserita nell’equilibrio federativo dell’organizzazione dei liberi comuni come un suo elemento strutturale; una struttura della società, ancorata al reale del presente e proiettata verso l’utopia del futuro.

Ma l’immagine medioevale che generalmente si presta nel nostro Paese all’idea di Università è irrimediabilmente retorica. La nostra Università ha subito dopo il medioevo cosí radicali trasformazioni da perdere del tutto le sue connotazioni originali. L’Università italiana contemporanea conserva in realtà il calco che le è stato impresso dalla Compagnia di Gesú e dallo Stato Unitario; quella conformazione autoritaria e strumentalizzata che doveva essere confermata dagli eventi storici successivi e che è oggi la principale causa dei suoi ritardi e dei suoi guai.

Con la Compagnia di Gesú alla fine del Cinquecento entra nell’Università italiana, e nelle università dell’area della Controriforma, il principio dell’autorità, e col principio d’autorità il germe corrosivo della libera tensione che aveva caratterizzato le comunità degli studi del medioevo. La cultura viene messa al servizio di una ragione superiore incontestabile che impone l’erezione di un apparato disciplinare e gerarchico. L’idea di una ricerca indipendente e articolata secondo le esigenze di una sua propria razionalità, diviene sospetta nel contesto di un integralismo ideologico che pretende ortodossia e conformismo.

Quando, con ragione, si celebra la gloria delle nostre Università nel periodo della Controriforma, si dovrebbe sempre precisare che la gloria è da attribuire a quei pochi gruppi di studiosi che continuavano a contestare il sistema con un lavoro di ricerca universale in controcorrente alla tendenza ufficiale delle istituzioni di cui facevano parte. Ma alle eccezioni dei Galileo si opponeva la larga generalità dei Priuli e dei Messer Colombe, che era in concreto l’Università. La Vera Università era dunque la rigida istituzione che, controllata dagli integralisti e governata dagli aristotelici, passando attraverso una serie ininterrotta di involuzioni arrivò a quella condizione di ottusità e di clientelismo provinciale che i Commissari Regi ritrovarono, intorno al 1860, quando lo Stato Unitario cominciò a porsi i problemi della riunificazione e del rilancio dell’istruzione superiore. I modelli che il nuovo Stato italiano tenne in considerazione in quegli anni furono quello tedesco e quello francese; di tutti e due riuscí a cogliere il peggio, coerentemente con l’ottuso buonsenso che caratterizzava i suoi atti. Dal modello tedesco raccolse la vocazione al distacco dalle esigenze globali della società, in nome di una idealistica preservazione dell’armonia della conoscenza; trascurò invece il principio del confronto azzardato e indipendente che Guglielmo Humboldt aveva posto alla base del suo programma per la fondazione degli Istituti Superiori Scientifici di Berlino. Del modello francese trascurò i contenuti pragmatici per raccogliere invece le intenzioni autoritarie di una Università come Monopolio di Stato.

Le vere intenzioni dei vari ministri che hanno governato l’Istruzione Pubblica in Italia dal 1859 ad oggi, da Gabrio Casati in poi (fatta eccezione per De Sanctis e, in un senso diverso, per Gentile), assai piú che dai fiumi di parole che hanno pronunciato, sono rappresentate da queste secche dichiarazioni che Napoleone I rilasciò al Consiglio di Stato il 21 marzo del 1810: «Se le mie speranze si attuano voglio trovare nel Corpo universitario una garanzia contro le teorie perniciose che tendono a sovvertire l’ordine sociale costituito… Il Corpo universitario avrà il compito di dare per primo l’allarme e di essere pronto a resistere contro le pericolose teorie degli spiriti singolari… che cercano di agitare l’opinione pubblica». Queste vere intenzioni, bilanciate da una sequenza di calcolati richiami all’incontaminazione della cultura, hanno costituito l’intelaiatura ideologica su cui si è retta finora l’Università italiana. L’Università monopolio di Stato rappresentava lo strumento piú appropriato alla borghesia, come classe monopolizzatrice dello Stato. Ma col passaggio da un’economia interamente agricola ad una economia parzialmente industriale, col rafforzamento e la proliferazione della burocrazia statale, la borghesia venne presa da una nuova serie di esigenze che la costrinsero a raggiustare l’apparato della sua pubblica istruzione.

L’Università, strumento di controllo ideologico e di conservazione del potere, doveva ora assolvere anche l’urgente compito di fornire quadri per la gestione delle nuove strutture produttive e dello Stato. L’obiettivo iniziale si configurava a questo punto diverso : si trattava di fondere le nuove necessità contingenti con l’esigenza autoritaria di base. Per conseguirlo occorreva massimizzare la strumentalizzazione dei quadri prodotti; in altre parole, si trattava di orientare la preparazione dei quadri ad un fine puramente operativo e settoriale distruggendo ogni germe di libera ricerca e di critica dentro un sistema organizzativo che automaticamente producesse le motivazioni del suo agnosticismo. Stabiliti gli obiettivi e la strategia per raggiungerli, l’operazione venne messa a punto dal fascismo che utilizzò a questo scopo, simultaneamente, la sapienza e l’ignoranza la finezza e l’ottusità della classe di cui era al servizio.

La Riforma che passa sotto il nome di Giovanni Gentile ha due tempi, che rappresentano in modo preciso la radicata consuetudine della borghesia italiana di strillare il suo amore per la virtú nell’esatto momento in cui si prostituisce. Il primo tempo corrisponde alla delineazione di un quadro idealistico in cui si ripropone in termini «fichtiani» l’idea di una cultura che si distacca dalle orribili contingenze della realtà per non contaminarsi con la volgarità e la sopraffazione. Il secondo è quello della volgarità e della sopraffazione che invadono il quadro e impongono le loro regole, senza trovare nella cultura una resistenza che vada oltre un accorato (e compiaciuto) rammarico.

Nel 1923 Mussolini, approvando la Riforma Gentile con la consapevolezza dei radicali ritocchi che le avrebbe subito dopo inflitto per condizionarla meglio ai suoi fini, espresse il suo pensiero in modo del tutto esplicito. «Il governo fascista», egli disse, «ha bisogno della classe dirigente. Nell’esperienza di questi quattordici mesi di governo io ho veduto che la classe dirigente non c’è. Io non posso improvvisare i funzionari in tutta l’Amministrazione dello Stato : tutto ciò deve venirmi a grado a grado, dall’Università… I fascisti hanno l’obbligo di agire perché le Università diano la classe dirigente degnamente preparata ai suoi grandi e difficili doveri». Quali sono i provvedimenti che vennero adottati per risolvere questo programma? Quali le regole che vennero imposte all’Università dalla volgarità e dalla sopraffazione? Le stesse che ordinano la struttura attuale dell’Università italiana; le stesse oggi, dopo una guerra una resistenza un periodo ventennale di dibattiti parlamentari; le stesse che avremmo avuto domani se la nuova Riforma fosse passata alle Camere (se la rivolta degli studenti non fosse riuscita a ribaltare i termini del problema). Il pilastro di queste regole è il principio di autorità; ancora oggi come all’epoca della Compagnia di Gesù, ma con una sensibile differenza che, malgrado tutto, ha un valore. Questo principio, origine dei mali piú gravi che hanno afflitto e continuano ad affliggere il mondo, aveva nella concezione di Ignazio di Loyola una proiezione trascendente e universale, un irriducibile e secco, anche se crudele, rigore. Il principio di autorità su cui si regge la struttura dell’Università dei nostri giorni si proietta invece nel compromesso e nell’umido della corruzione, dove affoga ogni possibilità di contraddizione e quindi di riscatto. Dall’applicazione del principio di autorità deriva alla Università un’organizzazione per compartimenti stagni in necessaria e permanente opposizione tra loro.

La prima fondamentale paratia è tra i docenti e gli studenti. I docenti sono quelli che sanno e gli studenti sono quelli che non sanno. Ma che cosa sanno e non sanno le due parti opposte? Naturalmente sanno e non sanno il sapere; ma non solo questo. Gli studenti, oltre il sapere, non sanno le ragioni per cui dovrebbero sapere; e non sanno i modi in cui queste ragioni sono governate; non conoscono e non debbono conoscere la struttura e le forme di questi modi; non partecipano, non discutono, non decidono : sono passeggeri accidentali ed estranei in una istituzione che dovrebbe essere fatta per loro e che si giustifica solo per la loro presenza.

Un’altra serie di paratie divide ermeticamente i docenti. Ci sono gli assistenti volontari, gli assistenti ordinari, gli incaricati, i professori straordinari, i professori ordinari, i direttori di istituto, i presidi, i rettori. Qui le paratie sono orizzontali e la loro stratificazione dà luogo a una piramide i cui spigoli svaniscono in alto in una banda oscura. Per un osservatore esterno che giudichi della loro convergenza, il vertice dovrebbe essere vicino e concreto; ma in realtà il vertice non c’è. Al di là della banda che resta indecifrabile gli spigoli divergono, e con un nuovo andamento entrano nel viluppo della struttura dello Stato. Qui si attuano le convergenze e gli intrecci piú imprevedibili; qui l’Università trova i legami piú misteriosi e indissolubili col sistema.

[…]

L’autonomia della comunità universitaria sanciva da secoli il riconoscimento del suo diritto a contestare liberamente il sistema. L’appello al sistema perché con la violenza ristabilisca un ordine autoritario, da un lato costituisce l’esplicita dimostrazione di come l’equilibrio comunitario sia stato prevaricato; dall’altro rende manifesti i legami della parte prevaricante con le forze esterne del potere costituito. Questo potere ha bisogno di quadri, ma vuole ottenerli da una Università acquiescente alle sue ragioni. Del resto le risposte alle sue ragioni non passano necessariamente attraverso l’Università. Al contrario, se fosse possibile, la creazione di nuove istituzioni già in partenza strumentalizzate accorderebbe maggiori garanzie di quanto non faccia una Università controllata ma irrequieta, risonante, almeno in alcune sue parti, al richiamo della contestazione. Non è nuovo e neppure inverosimile il disegno di un’organizzazione dell’istruzione superiore articolata in un settore didattico per la preparazione dei quadri operativi affidata ai corsi di una Università declassata (e decentrata) e in un settore di ricerca affidato ai monopoli industriali e quindi dotato di tutti gli strumenti tecnici e i mezzi economici necessari. Gli osservatori forniti di maggior fantasia potrebbero domandarsi se non è questo il disegno che si proietta sullo sfondo del troppo breve cammino che lo Stato ha percorso in questi ultimi anni verso la soluzione dell’Università di massa. E potrebbero chiedersi anche, questi osservatori, se la definizione dei livelli, nell’accezione imprecisa e ambigua che ne dava la nuova proposta di legge, non preluda, forse confusamente, ma comunque di fatto, proprio alla realizzazione di quella immagine : se il Piano Gui, con morbidezza tutta morotea, non inclinasse verso le identiche intenzioni strumentalizzatrici del gollista Piano Fouchet

Da questo sospetto, del resto, è cominciata qualche anno fa la rivolta degli studenti che oggi angoscia tanto profondamene la nazione.

Le rivendicazioni iniziali sono state rivolte in principio agli aspetti quantitativi del problema. Inefficiente distribuzione territoriale dei centri universitari, inadeguatezza delle sedi, mancanza di posti aula e di lavoro, insufficienza delle attrezzature didattiche, inesistenza di alloggi per studenti, servizi culturali assistenziali sanitari sportivi, ecc. e soprattutto ritardi nell’emissione di borse e di fondi per il presalario, considerato mezzo fondamentale per l’attuazione concreta del diritto allo studio sancito dalla Costituzione : questi sono stati i principali argomenti del primo tempo del dibattito suscitato dagli studenti intorno al ’60.

È interessante notare come in questa fase le tesi degli studenti si trovassero a coincidere con le opinioni e i programmi dei partiti politici della sinistra ufficiale. Per entrambi, ragionevolmente, a soluzione dei problemi quantitativi spettava allo Stato; anzi si prospettava possibile solo dopo aver attuato una rigorosa concentrazione di tutti gli strumenti dell’istruzione nell’organizzazione statale, tagliando radicalmente ogni possibilità di iniziative esterne allo Stato. Ancora piú interessante è però constatare come la seconda fase, quella qualitativa che si è aperta negli ultimi mesi, sia andata oltre il semplicismo risolutivo di questa assunzione. I settori della sinistra politica continuano ad assicurare alle lotte universitarie una incondizionata adesione, ma molti gruppi di studenti, arrivati attraverso un affinamento progressivo delle loro tesi ad un maggior grado di articolazione, cominciano a chiedersi se le sinistre, anziché battersi per una statizzazione generalizzata, non avrebbero fatto meglio a promuovere alternative radicali alle strutture esistenti; se la loro azione, malgrado le innegabili riforme di dettaglio che ha portato, non abbia in definitiva contribuito a confermare e rafforzare il sistema.

La questione apre un problema scottante che investe, allo stesso tempo, la valutazione dei reali contenuti contestativi della sinistra ufficiale e il significato ultimo della rivolta dei giovani esplosa negli ultimi anni ovunque, non solo nelle Università e non solo in Italia. È il duplice problema dell’invecchiamento delle strutture politiche tradizionali e del sorgere di nuovi modi di azione politica, che si pongono al di fuori delle lotte di potere e compensano il rifiuto degli strumenti convenzionali con una tensione di protesta assoluta e irriducibile.

Non è possibile in questa occasione andare oltre un rapido accenno. Del resto il passaggio dalla fase quantitativa alla fase qualitativa, da un atteggiamento di razionalizzazione a un’azione di contestazione totale che rimetta in discussione proprio le ragioni che tengono insieme il sistema, può essere meglio illustrato dalla citazione di alcuni frammenti tratti dai documenti prodotti dagli studenti torinesi durante l’ultima occupazione di Palazzo Campana :

«… L’Università attuale non risponde alle esigenze poste dalla domanda di lavoro esistente nella società. Il nostro obiettivo tuttavia non è il semplice adeguamento alle esigenze della domanda di lavoro. Riteniamo che l’Università debba e possa fornire a chi la frequenta, al tempo stesso, … preparazione professionale adeguata e strumenti di critica…» «… Siamo vittime di un sistema dispotico che ci disabitua alla discussione e alla lotta politica e che ci impone la sua politica, cioè autoritarismo e subordinazione…» «… I professori non debbono essere i nostri padroni, ma debbono partecipare ai seminari e alle ricerche su di un piano di parità, mettendo la loro competenza al servizio dei gruppi di studio…» «… Lo studente, il futuro quadro dell’industria, della burocrazia statale, della scuola, non è piú in grado di impostare una discussione politica con i suoi compagni. Credeva di andare all’Università per imparare la storia, il diritto, la fisica, la medicina, e invece ha imparato soprattutto a comandare ed obbedire…».

Se si esaminano con serenità queste piane dichiarazioni non si può fare a meno di riconoscere che esse contengono molto piú immaginazione novità e lungimiranza di quanto non sia possibile rilevare nelle proposte e nelle minacce dei loro mancati maestri. Percorrendo la traiettoria di una lunga rivolta gli studenti sono arrivati, da soli, al fondo del problema. Propongono semplicemente una nuova «definizione» dell’Università italiana e al di là di questo una nuova «definizione» della società.

http://www.tecalibri.it

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Libertà dal bisogno

Dobbiamo cambiare l’America da essere una cultura dei bisogni, ad essere una cultura dei desideri. Bisogna addestrare la gente a volere cose nuove, ancor prima che le cose vecchie siano consumate del tutto.  Dobbiamo formare  una nuova mentalità in America.  I desideri dell’uomo devono mettere in ombra le sue necessità”.

Prendo questa citazione dall’ultimo, illuminante saggio di Enzo Pennetta, “L’Ultimo Uomo  – Malthus, Darwin, Huxley e l’invenzione dell’antropologia capitalista” (Circolo Proudhon, 206 pagine, 16 euro).  Naturalista per formazione,  Pennetta  è diventato un notevole  storico del  pensiero scientifico; del suo cascame, ossia lo scientismo; e su questa via, ha esplorato i “cambi di paradigma” culturali  e le centrali che li   creano e diffondono nel mondo moderno: tipicamente il Darwinismo, voluto dalle centrali britanniche come  “genesi laica”, ossia un  mito funzionale al potere,  e “fons juris” che non dovesse nulla a un Dio, né a un obbligo   di adeguarsi qualche idea  del bene o del male.

La citazione di Paul Mazur mi ha risonato dentro in modo speciale perché io, per l’età, ho vissuto il “cambio di paradigma” di cui parla: nel primo  quindicennio della mia vita, e anche oltre (diciamo fino al 1960), nella  Milano industriale oggi scomparsa,  ho visto le ultime propaggini della ‘cultura dei bisogni’.

ombrellaio
Si riparavano ombrelli

Era la cultura che è facile deridere come quella delle  scarpe risuolate, dei cappotti rivoltati, dei pantaloncini che passavano dal fratello maggiore al minore, e non comprati ma  cuciti in casa.  Ma nella derisione va perduta la forza spirituale, la potenza educatrice che tale paradigma dava alla società.  Una  economia pensata per soddisfare i bisogni non poteva essere ipertrofica, non aveva la voce in capitolo totalizzante e  condizionante  che ha oggi. Ricordo benissimo  che le famiglie  – dove non erano ancora in uso gli acquisti a rate – non solo risparmiavano per anni  per le grandi spese importanti (mobili, i primi elettrodomestici, la Vespa)   ma insegnavano ai figli a dominare i desideri:   la  paghetta settimanale  non essendo affatto un diritto acquisito, noi giovanissimi sperimentavamo la ‘povertà’ :  una lieta povertà al sicuro dalla fame (ci pensavano i genitori)  ma in assenza di denaro,  salvo quelle monetine da dieci lire per acquisti di liquirizia.

L’ideale era aver  sempre meno bisogni

Ma c’è anche di più. Nella cultura dei bisogni, non solo non veniva incoraggiata l’espansione dei desideri; veniva additato come ideale la “riduzione dei  bisogni” stessi. Crescere, diventare adulto, significava aver imparato a ridurre i propri bisogni: il padre di famiglia per esempio, o la mamma, rinunciare a qualcosa loro  – del poco – per la famiglia e gli studi dei figli.   Si era conquistata “libertà”: la libertà dal bisogno veniva intesa così,  l’esatto contrario di quella di adesso.

http://www.maurizioblondet.it/elogio-postumo-della-civilta-del-bisogno-tornera/

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Goliardia

Anche chi è stato goliarda probabilmente non ne conosce tutti gli aspetti, per questo consigliamo di partire dalla voce  di Wikipedia, magari stampandola.

Da qui si vede che anche a Bondeno esisteva il “Marchesato della Torre Matildea”, di cui alleghiamo una testimonianza (assieme ad altre del periodo).

Poi c’è il capitolo, forse più conosciuto, dei “Canti goliardici”, per il quale vi rimandiamo all’introduzione di un Libro di Alfredo Castelli :

Infine, se volete ascoltare qualcosa, dal famoso coro patavino “Lenguazza”, registrato a Cento (FE):

https://archive.org/details/lenguazza

https://archive.org/details/lenguazza2

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Il fondamentalismo islamico

Intervista a Massimo Campanini, uno dei più noti arabisti italiani, docente di Pensiero islamico e Storia dei paesi islamici all’Università di Trento. Fonte: The Post Internazionale

Cominciamo dalle origini. Quando e come nasce il fondamentalismo islamico?

Dal punto di vista storico il fondamentalismo-radicalismo nasce come un’estremizzazione delle tendenze riformiste della nahda (in arabo rinascita) e dell’islah (riforma), cioè il rinascimento politico e intellettuale del mondo arabo-islamico tra Ottocento e Novecento. Le prime forme di fondamentalismo nacquero tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, dopo il crollo degli ideali laici e nazionalisti dell’epoca di Gamal Abdel Nasser, presidente dell’Egitto tra il 1956 e il 1970, eroe del socialismo e del nazionalismo arabo. Il riformismo nahda-islah aveva fatto fare molti passi in avanti al mondo musulmano e negli anni della decolonizzazione presidenti come Nasser si erano ispirati alle ideologie laiche europee. Ma quando l’applicazione di queste ultime nel mondo arabo è fallita, l’Islam ha rioccupato gli spazi ideologici e identitari.
Sunniti e sciiti si sono guardati reciprocamente in cagnesco per secoli, accusandosi gli uni gli altri di essere eretici. Altrettanto, però, per secoli sunniti e sciiti sono convissuti pacificamente all’ombra degli imperi sovranazionali: dagli ottomani ai mughal nel subcontinente indiano. I conflitti aperti sono stati sporadici e in certo senso marginali, come quando i Wahhabiti sunniti nel diciottesimo secolo hanno saccheggiato i santuari sciiti in Iraq. Ma, ripeto, in genere per secoli la convivenza è stata pacifica. L’attuale esplodere di genocidi reciproci è il frutto ulteriore di una strumentalizzazione politica della religione. Non si può dire quando le cose cambieranno: probabilmente solo quando l’assetto della regione si sarà ristabilizzato e la religione non sarà più brandita come pretesto per giustificare la predominanza sciita in Iraq o la predominanza sunnita dell’Isis in Siria. Con gli attentati compiuti dagli uomini del Califfato aumenta la distanza tra Isis e al-Qaeda, che invitava prima di tutto alla jihad contro gli americani e i governi locali loro alleati.
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